• CASO SIRI

Salvini incassa la sconfitta e medita vendetta

La Lega accetta la sconfitta: «Prendo atto che la Raggi è indagata da due anni ed è ancora al suo posto», ha detto Salvini che dopo aver incassato le dimissioni del Sottosegretario leghista, ora medita una rivincita che sa di vendetta e che potrebbe presentarsi non appena un Cinque Stelle dovesse avere guai con la giustizia. 

Più che una riunione del Consiglio dei Ministri pare sia stata una vera e propria udienza, con tanto di arringa della accusa (il premier Giuseppe Conte e il vicepremier Luigi Di Maio) e tanto di arringa della difesa (l’altro vicepremier, Matteo Salvini). Alla fine della riunione, durata oltre due ore, il sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il leghista Armando Siri, indagato per corruzione, è fuori dal governo perché il Presidente del Consiglio gli ha revocato l’incarico. 

La revoca dell'incarico è avvenuta senza una votazione del Consiglio dei Ministri, secondo la procedura prevista dalla legge. La rimozione di un sottosegretario segue una procedura analoga a quella della sua nomina, stabilita dall'articolo 10 della legge 400 del 1988, che prevede che i sottosegretari di Stato siano nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro che il sottosegretario è chiamato a coadiuvare, sentito il Consiglio dei Ministri. Nel caso di Siri, la revoca è stata proposta dal premier Giuseppe Conte, di concerto con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli. Ora il decreto arriverà alla firma del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma il passaggio, come confermato da alcuni precedenti, è solo formale. L’inquilino del Colle, cioè, non entrerà in alcun modo nel merito della questione e apporrà la sua firma.

Giuseppe Conte si è affrettato a chiarire che «dopo una discussione franca e non banale, c'è stata piena fiducia sul mio operato e il governo ha preso la decisione più giusta».

Il vicepremier M5s Luigi Di Maio, che pure esce vincitore dal braccio di ferro, durato settimane, sulle sorti di Siri, ha commentato: «Non è una vittoria del M5s, non sono qui per esultare, è una vittoria degli italiani onesti», in un Paese che ha «la corruzione più alta d'Europa. La legge sulla corruzione sta dando i suoi risultati ma la responsabilità politica è delle singole forze». Di Maio ha aggiunto: «Il governo oggi ha dimostrato che anche sulle sfide più ostiche troviamo sempre una quadra per andare avanti. L'importante è tutelare la credibilità di questo governo. Mi fa piacere che tutti oggi abbiano ribadito la piena fiducia a questo governo e al premier Conte». Di Maio ha concluso dicendo: «Mi fa piacere che non si sia andati alla conta» in Consiglio dei ministri su Siri «perché il nostro obiettivo non è dimostrare una superiorità numerica né una superiorità morale».

La Lega accetta la sconfitta, rinnova la fiducia al premier ma riafferma anche la volontà di difendere Siri, «innocente fino a prova contraria come tutti i 60 milioni di Italiani». Il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini non rinuncia ad attaccare l’alleato: «Prendo atto del fatto che la Raggi è indagata da anni ed è al suo posto. I nostri candidati sono specchiati. Se ci sono colpe di serie A e colpe di serie B, presunti colpevoli di serie A e di serie B.... a casa mia se uno vale uno, inchiesta vale inchiesta». Le parole di Salvini somigliano a quelle di chi non vuol far saltare il tavolo sulla questione morale, perché tale mossa potrebbe rivelarsi un autogol, ma si prepara a vendicarsi alla prima occasione per quello che ritiene un vero e proprio sgarbo. I Cinque Stelle, dopo aver incassato per mesi, sembrano usciti dall’angolo e provano a tirare il fiato tornando a sventolare la bandiera della moralità in politica. Il leader del Carroccio sa che su questo terreno può trovarsi in imbarazzo e quindi preferisce rilanciare su temi a lui più cari, come la flat tax.

Nel frattempo, però, sulla giustizia ritrova la solidarietà dei tradizionali alleati. Ad esempio Francesco Paolo Sisto di Forza Italia è stato molto esplicito nel difendere Siri: «È di una gravità assoluta che si revochi un sottosegretario perché interviene una procura, è un attacco alle istituzioni».

Il segretario del Pd, Luca Zingaretti, ha messo invece in luce le contraddizioni dei pentastellati: «Vedo ipocrisia in Di Maio quando dice “facciamo dimettere i nostri”. I sindaci Raggi, Appendino, Nogarin, sono stati sotto processo ma non sono stati fatti dimettere».

Peraltro il diretto interessato, cioè il sottosegretario defenestrato non ci sta ed è già passato al contrattacco. Tramite il suo avvocato Fabio Pinelli, Armando Siri «ha ribadito con fermezza di non aver mai ricevuto, né da Paolo Franco Arata, né da chiunque altro, promesse di pagamento o dazioni di denaro, che avrebbe rifiutato con sdegno, facenti riferimento al merito della sua attività di senatore della Repubblica e di sottosegretario di Stato».

Ecco perché l’arma usata dai grillini per rilanciarsi elettoralmente, cioè il giustizialismo oltranzista, potrebbe anche rivelarsi un boomerang per il Movimento. Qualora Siri risultasse estraneo ai fatti che gli vengono addebitati oppure qualche esponente pentastellato, al centro o in periferia, ricevesse analoga attenzione da qualche Procura, il teorema della superiorità morale di Luigi Di Maio e soci si scioglierebbe come neve al sole e Matteo Salvini avrebbe spazio per la sua rivincita.

Intanto, almeno per ora, il governo gialloverde va avanti, ma i malumori tra i due alleati crescono e sono pronti ad esplodere dopo il voto europeo. Già sulle intese da formalizzare in Europa a urne chiuse si percepiscono divergenze crescenti tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che guardano a famiglie culturali e ideologiche diverse. I motivi di contrasto non mancano e non mancheranno, neppure sulle misure economiche che si renderanno a breve necessarie per far fronte agli impegni europei. La resa dei conti è solo rinviata.