• DOPO L'ABRUZZO

Salvini contro Di Maio, tensione a Cinque Stelle

Abruzzo il giorno dopo: riprende la guerra di logoramento di Salvini ai danni del Movimento 5 Stelle. Che è in piena crisi, sempre più isolato (anche all'estero), ma non ammette mai i suoi errori. 

Di Maio e Salvini

A parole Matteo Salvini si è affrettato a tranquillizzare l’alleato di governo: nonostante il disastro grillino in Abruzzo e il contestuale exploit del Carroccio nulla cambierà negli equilibri e nella linea dell’esecutivo. Ma erano solo parole e lo si è capito 24 ore dopo, quando i leghisti hanno iniziato a mettere i bastoni tra le ruote in Parlamento ai progetti tanto cari a Luigi Di Maio e soci, in particolare il reddito di cittadinanza.

Con una raffica di emendamenti, i deputati salviniani vogliono annacquare il provvedimento simbolo della battaglia pentastellata e acuire le tensioni all’interno del Movimento 5 stelle. L’obiettivo è duplice: da una parte proseguire nella guerra di logoramento che sta pagando in termini elettorali con un progressivo e costante drenaggio di voti dal bacino grillino a quello leghista; dall’altra, indebolire il premier Giuseppe Conte e scaricare le colpe dell’eventuale fallimento del contratto di governo sulle divisioni interne ai Cinque Stelle.

Sono tre i fronti di possibile scontro destinati a infiammarsi sempre di più nelle prossime ore: reddito di cittadinanza, tav e autonomia regionale. Sul primo, come detto, il gioco che stanno facendo i leghisti è di depotenziare gli effetti del sussidio, restringendo la platea dei beneficiari e rendendo arduo l’iter per il suo ottenimento. In materia di tav il braccio di ferro è ormai noto: i grillini hanno sempre detto no all’opera mentre la Lega, pressata dagli industriali e dai ceti produttivi del nord, vuole che i cantieri dell’alta velocità vadano avanti. La strada del referendum potrebbe sbloccare l’impasse, ma soprattutto servirebbe a Lega e Cinque Stelle per prendere tempo in vista delle europee. In materia di autonomia, invece, l’espansione leghista al centro-sud potrebbe facilitare il trasferimento di risorse e competenze dal centro alla periferia, ma non è detto, perché i leghisti che vivono da Roma in giù non sono particolarmente interessati al tema.

Intanto rimane precario il quadro politico, che sul versante europeo e internazionale risente del trattamento riservato ai governanti italiani fuori dai confini nazionali. Il battibecco di due giorni fa al Parlamento europeo tra il premier Giuseppe Conte e il leader dei liberali dell’Alde, Guy Verhofstadt la dice lunga sull’isolamento italiano sul fronte della politica estera. «Per quanto tempo ancora Conte sarà il burattino mosso da Di Maio e Salvini?. Io amo l'Italia ma oggi mi fa male vedere la degenerazione politica di questo Paese, iniziata 20 anni fa con Berlusconi e peggiorata con questo governo»: questo il  durissimo attacco di Verhofstadt al premier, che ha contrattaccato accusando il leader liberale di essere schiavo delle lobby anti-italiane. 

Dentro i Cinque Stelle, nel frattempo, si è aperta la contestazione contro Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, considerati i responsabili del calo di voti e della crisi d’identità del Movimento. Il vicepremier ieri ha recitato il “mea culpa”: «Ci sono alcuni problemi di fondo che come Movimento dobbiamo affrontare. Nelle prossime settimane presenterò agli iscritti del Movimento delle proposte da sottoporre a consultazioni online. Dobbiamo affrontare il tema dell'organizzazione nazionale e locale, dobbiamo aprire ai mondi con cui sui territori non abbiamo mai parlato a partire dalle imprese, dobbiamo decidere se guardare alle liste civiche radicate sul territorio». Si tratta di un’apertura storica ad alleanze elettorali, cosa che i Cinque Stelle avevano sempre escluso, fin dalla loro nascita. Le liste civiche, nelle intenzioni di Di Maio, potrebbero servire a frenare l’emorragia di consensi che appare irreversibile.

Sull’Abruzzo, però, non c’è stata da parte sua una vera e propria ammissione di responsabilità. «È necessario - ha spiegato Di Maio - arrivare sempre alle amministrative con un percorso che preveda un lavoro sul territorio fatto di incontri con categorie, mondo del sociale, con gli amministratori. Non improvvisando come a volte accade. Questo vuol dire pure che dove non siamo pronti dobbiamo smetterla di presentarci. Mi ha colpito il fatto che in alcuni regioni in questi anni ci siamo rimasti nella nostra zona di comfort, evitando di incontrare categorie importanti come ad esempio quelle dell'imprenditoria e del volontariato. È ora di farlo».  Ma a onor del vero non è il caso dell’Abruzzo, dove il candidato pentastellato alla presidenza, Sara Marcozzi, era consigliere regionale uscente, già candidato governatore alle precedenti regionali, ben radicato nel territorio e tutt’altro che assente nel dibattito per lo sviluppo del territorio. Ha pagato, semmai, proprio per gli errori dei suoi leader nazionali.

Il problema dei Cinque Stelle sono gli annunci roboanti ai quali non seguono fatti concludenti e l’opacità nella selezione dei quadri dirigenti e dei rappresentanti delle istituzioni, non basata sulla valutazione delle competenze e delle esperienze ma affidata ai click e alla emotività che domina sulla piattaforma Rousseau. Se l’elettorato non si fida più dei Cinque Stelle lo si deve a quei fattori, che faranno sentire sempre più la loro incidenza nelle prossime competizioni elettorali. In Sardegna, ad esempio, si profila un voto in fotocopia rispetto a quello abruzzese. Domenica 24 febbraio si voterà nell’isola per eleggere il nuovo governatore. I sondaggi danno in vantaggio il candidato del centrodestra su quello di centrosinistra, mentre i Cinque Stelle rischiano di arrivare terzi anche questa volta e di perdere tanti voti anche li’. Questa crescente divaricazione tra ascesa leghista e crollo grillino, unita al peggioramento del quadro economico-finanziario, potrebbe determinare la fine dell’esperienza di governo giallo-verde.