• GUERRA DI POSIZIONE

Salvini cede ancora e intanto si rafforza per il voto

Il vicepremier leghista ha digerito le dimissioni del viceministro Rixi, condannato per le spese pazze. Intanto però nella sua guerra di posizione con Di Maio si rafforza ancora di più. In vista di un voto probabile a settembre, dato che lo stesso Mattarella, a differenza di Napolitano, non sembra terrorizzato dall'idea di sciogliere anzitempo la legislatura. 

Salvini con il viceministro Rixi

Sui giornali di ieri il quesito più gettonato riguardava il giorno delle elezioni anticipate, date per probabili da molti autorevoli commentatori politici. Al fine di poter presentare, entro il 20 ottobre, il disegno di legge di bilancio, provvedimento centrale di tutta la manovra, bisognerebbe convocare gli italiani alle urne il 22 o il 29 settembre e quindi sciogliere le Camere nel mese di luglio. A differenza del suo predecessore, Sergio Mattarella pare non abbia il terrore di interrompere prematuramente la legislatura, considerate le difficoltà evidenziate fin dall’inizio dal governo Conte. Nell’incontro di mercoledì al Quirinale, sarebbe stato lo stesso premier a dirsi disponibile a farsi da parte ove i due partiti di maggioranza mostrassero di volerlo far “cuocere a fuoco lento” senza supportarlo lealmente nella conduzione dell’esecutivo. «Non tirerò a campare», avrebbe dichiarato Conte nel colloquio con Mattarella.

In effetti Conte sente sul collo il fiato di Salvini, che ormai, dopo il successo elettorale di domenica, si comporta come premier in pectore e vuole imporgli una serie di passaggi indigeribili rispetto all’ordine del giorno delle prossime riunioni del consiglio dei ministri. 

Il leader leghista ha ceduto per l’ultima volta ieri sul caso di Edoardo Rixi, il viceministro alle Infrastrutture condannato a 3 anni e cinque mesi dal Tribunale di Genova al termine del processo per le cosiddette “spese pazze” in Regione Liguria dal 2010 al 2012. Rixi all’epoca dei fatti era capogruppo regionale della Lega ed era stato accusato di peculato e di falso. Immediatamente dopo la sentenza di ieri, ha consegnato a Salvini le sue dimissioni per non creare problemi al governo. In effetti il contratto di governo parla chiaro: per una sentenza di condanna di primo grado scatta l’obbligo di dimissioni. Il Ministro dell’Interno ha preferito ingoiare anche questo boccone amaro, dopo quello del sottosegretario Armando Siri, che però era soltanto indagato ed è stato costretto a dimettersi. Salvini non voleva offrire ai Cinque Stelle l’occasione per uscire dall’agonia nella quale versano da domenica sera, a seguito della cocente sconfitta alle europee e alle amministrative. Ha dunque chiuso un occhio sulle dimissioni di Rixi, ma c’è da scommettere che sarà l’ultimo cedimento al giustizialismo pentastellato.

Ora il “Capitano” vuole imporre la sua agenda e far valere i suoi tantissimi voti conquistati domenica. E vuole farli valere sia sul tavolo dei negoziati europei in materia economica sia sul tavolo del governo nazionale. Le due cose in un certo qual modo vanno a braccetto. Salvini accetterà di proseguire l’esperienza di governo solo se avrà spazio per portare avanti flat tax, decreto sbloccacantieri, autonomia e decreto Sicurezza 2, tutte misure che gli farebbero guadagnare altri consensi e che però dipendono dai margini di flessibilità che gli lasceranno i vertici della Commissione europea.

I grillini, dopo l’ennesima votazione-farsa on line di ieri sulla Piattaforma Rousseau, con la rinnovata fiducia al capo politico Luigi Di Maio, sono stretti tra due fuochi: da una parte non vogliono le elezioni anticipate perché molti di loro non verrebbero più rieletti; dall’altra non possono continuare a subire le imposizioni dell’alleato leghista, che in un anno gli ha fatto perdere la metà dei voti. C’è chi insinua che Alessandro Di Battista, al di là delle rassicurazioni ufficiali e delle dichiarazioni di affetto nei riguardi del vicepremier, stia già lavorando per conquistare il posto di Di Maio. Quest’ultimo, in caso di voto anticipato, rischierebbe di tornare a Pomigliano d’Arco, sua città d’origine, visto che ha già raggiunto il numero dei due mandati elettivi e, in base alle regole grilline, non potrebbe ricandidarsi.

In questo momento Salvini e Di Maio stanno combattendo una guerra di posizione. Nessuno dei due si scopre, entrambi giurano lealtà a Conte e manifestano la volontà di proseguire l’azione di governo. Ma in privato ciascuno dei due fa calcoli su cosa convenga fare. Una manovra finanziaria “lacrime e sangue” rischierebbe di erodere anche il consenso della Lega, che in questo momento sembra in ascesa inarrestabile. Meglio forse per Salvini andare all’incasso con elezioni anticipate a settembre e puntare su un governo di centrodestra che abbia qualche anno di stabilità per risanare i conti pubblici e rilanciare la crescita. 

I programmi di Lega e Cinque Stelle sui punti più sensibili del contratto di governo appaiono inconciliabili. La cosa che stupisce di più è che in quel contratto è previsto un comitato di conciliazione, cioè un organismo che dovrebbe riunirsi per sbloccare le controversie tra i due contraenti su singoli punti del documento. Chissà perché su grandi opere, flat tax, autonomie e altri punti spinosi Lega e Cinque Stelle abbiano deciso di non convocarlo. Probabilmente perché sanno già che non servirebbe a nulla. Ormai siamo alla resa dei conti: entrambi i partiti devono compiacere i rispettivi elettorati e non possono cedere l’uno alle richieste dell’altro. Ecco perché la risoluzione consensuale di quel contratto con il ricorso immediato alle urne sarebbe l’epilogo naturale di una legislatura nata in modo anomalo.