• 1917-2017

Russia divisa sulla memoria delle vittime dell'Urss

Il Muro del Pianto inaugurato da Putin e dal patriarca Cirillo

Un grande muro di bronzo, il Muro del Pianto, in cui si possono distinguere figure umane e le scritte “ricorda” nelle 22 lingue dell’ex Unione Sovietica: dal 30 ottobre (che in Russia è il giorno della memoria delle vittime della repressione politica) questo monumento orna Mosca, sulla via dedicata al dissidente Andrei Sacharov. Il nuovo memoriale è stato solennemente inaugurato con un discorso del presidente Vladimir Putin, alla presenza del patriarca Kirill. Dunque si tratta di una scelta governativa, ufficiale. Ancor più importante se si pensa che è stato inaugurato una settimana prima del 100mo anniversario della rivoluzione d’ottobre, cioè la presa del potere da parte dei bolscevichi di Lenin, atto di nascita dell’Unione Sovietica. Ma sulla rivoluzione, e su tutto il resto, la memoria dei russi appare (almeno stando ai sondaggi) confusa e contraddittoria.

In poco più di 74 anni di potere, il regime comunista sovietico ha provocato un numero ancora sconosciuto di vittime. Si va dalla stima più gigantesca, quella del professor Rudolph Rummel, che stima la morte di 60 milioni di persone dal 1917 al 1987, fino a quella più prudente in assoluto, dell’associazione Memorial, che parla solo per le vittime di cui si conoscono con precisione identità, condanna a morte ed esecuzione: 2,6 milioni. La stima più ricorrente è quella di 20 milioni di vittime: per fucilazione, per fame nelle carestie indotte, di stenti nelle deportazioni o nei numerosi campi di concentramento (gulag). Cinque milioni di vittime solo durante la carestia in Ucraina, provocata deliberatamente dal regime staliniano fra il 1932 e il 1933. Quasi tutte le vittime dell’Unione Sovietica si contano nel periodo di Stalin. Nessun altro dittatore che gli succedette riuscì, sia pure lontanamente, a paragonarsi alla sua ferocia.

Di fronte a questa tragedia colossale, che ha cambiato per sempre il popolo russo, le contraddizioni della memoria sono tante. La prima è che siano stati proprio i dissidenti sovietici a contestare la scelta di Putin di commemorare le vittime dell’Unione Sovietica. In un documento firmato da 40 personalità del dissenso, fra cui Vladimir Bukovskij, Arina Ginzburg, Pavel Litvinov, Igor Guberman, si chiede all’attuale Cremlino di non essere ipocrita. “Un monumento alle vittime della repressione sovietica a Mosca dovrà sicuramente essere inaugurato – si legge nel testo della lettera aperta – ma solo quando non ci saranno più prigionieri politici in Russia, quando gli esecutori (dei crimini sovietici, ndr) saranno puniti e quando la repressione politica non sarà più materia di cronaca ma materiale per gli storici”. Questa lettera può essere compresa solo se si tiene conto che i dissidenti di ieri vedono troppo spesso gli stessi volti del regime sovietico ancora al potere nella Russia di oggi. E in particolare vedono in Vladimir Putin, ex colonnello del Kgb, l’espressione più tipica dell’apparato repressivo del vecchio regime.

Il presidente stesso, comunque, non contribuisce a far chiarezza, con le sue dichiarazioni ambivalenti sul Stalin, descritto come grande condottiero e uomo di Stato, ma anche peggior persecutore del suo stesso popolo. In una delle interviste rilasciate a Oliver Stone, ad esempio, Putin parla di Stalin come di una “figura complessa”. Riconosce gli “orrori dello stalinismo”, ma invita a non ricorrere ad una “eccessiva demonizzazione di Stalin”, che a suo dire è “uno dei pretesti principali con cui i nemici attaccano la Russia”. Stalin, a detta dell’attuale inquilino del Cremlino, può essere paragonato a Napoleone: “un leader che è arrivato al potere grazie a una rivoluzione e concentrò un grande potere nelle sue mani”.

Queste dichiarazioni, pur corrette sul piano formale, non danno l’idea della dimensione del terrore dell’Urss staliniana, dei gulag, delle carestie indotte, delle deportazioni di intere etnie considerate controrivoluzionarie. Non rende l’idea degli stermini più assurdi, quelli “per quota”, in cui i funzionari locali erano indotti a fucilare gente presa a caso per rispettare quote minime di “nemici del popolo” da punire con la morte. L’eccidio staliniano è, assieme a quello nazista e quello di Mao in Cina, una delle tre grandi calamità della storia umana recente. Eppure un sondaggio effettuato dal Levada Center lo scorso aprile rileva che il 25% dei russi considera i crimini di Stalin come “storicamente giustificati” e il 13% dichiara di non saperne nulla. In compenso, sempre secondo il Levada Center, Stalin è considerato come l’uomo “più straordinario” della storia dal 38% dei russi. Lenin è quattro posizioni più indietro, nella stessa classifica. Pushkin e Putin, a pari merito, arrivano secondi. Anche su Lenin, cioè sull’uomo che diede inizio alla rivoluzione (e fondò il gulag e diede inizio anche alla mattanza del terrore rosso), i russi conservano un’opinione positiva o tendenzialmente positiva (56%). Ed è un tasso di approvazione in crescita rispetto agli anni precedenti. I russi non vedono i monumenti sovietici, come le statue dedicate a Lenin, come simboli di oppressione. Solo il 14% vorrebbe abbatterli, mentre il 79% è deciso a conservarli.

Ma la contraddizione ancor più incredibile è che Nicola II sia ricordato come una figura positiva, dalla maggioranza dei russi, soprattutto da quando la Chiesa ortodossa russa lo ha canonizzato Santo martire, nel 2000. La popolarità dell’ultimo zar, più ancora che dai sondaggi, è dimostrata dai chilometri di coda dei pellegrini a Ekaterinburg, luogo della sua fucilazione (voluta da Lenin, nel 1918). E dalla protesta violenta e diffusa che ha accolto il film Matilda, su una presunta relazione fra l’ultimo zar e una ballerina. La polizia deve proteggere il regista e le sale da eventuali azioni di militanti zaristi e ultra-ortodossi. In epoca sovietica, sarebbero stati loro le primissime vittime della repressione di regime. Ora la storia sta ribaltando i rapporti di forza, ma la voglia di impero resta. E che al potere ci sia Stalin o Nicola II, a quanto pare, importa meno.