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Rivolte arabe, Obama (forse) ci ripensa

Le rivelazioni sull'uccisione in Libia dell'ambasciatore Stevens e sui finanziamenti agli elementi più fondamentalisti in Siria, Egitto, Tunisia e Marocco, hanno provocato qualche scossone a Washington. Resta la realtà: nessuno ha fatto più di Obama per favorire l'ascesa dei regimi islamisti nel mondo arabo.

Rivolte arabe

L’arresto in Egitto di Muhammad Jamal Abu Ahmad, capo della rete terroristica islamista responsabile dell’assalto dell'11 settembre scorso contro il consolato degli Stati Uniti a Bengasi costato la vita a quattro americani incluso l’ambasciatore Christopher Stevens, rappresenta solo uno degli elementi emersi negli ultimi giorni che sembrano indurre Washington a ripensare il suo ruolo nelle rivoluzioni della cosiddetta “primavera araba”. 

Abu Ahmad, 45 anni, già militante della Jihad Islamica egiziana scarcerato nel marzo 2011 dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak, ha costituito una cellula di miliziani grazie al supporto finanziario di al-Qaeda e su ordine diretto di Ayman al-Zawahiri, l’egiziano erede di Osama bin Laden alla testa di al-Qaeda, intenzionato ad approfittare del crollo del regime di Gheddafi per consolidare la presenza jihadista in Libia. 

La notizia della cattura di Ahmad (sulle cui tracce era da tempo l’ex capo della Cia, il generale David Petraeus) giunge pochi giorni dopo le rivelazioni del New York Times circa lo sconforto dell’Amministrazione Obama quando scoprì che l’autorizzazione al Qatar di fornire armi ai ribelli libici consentì in realtà all’emirato di equipaggiare soprattutto i miliziani islamisti. Una notizia a dire il vero non nuova, basti pensare che l’uomo del Qatar a Tripoli era quel Abdelhakim Belhadj che aveva trascorsa un po’di tempo in una prigione segreta della CIA per terrorismo. Difficile pensare che Washington abbia agito con ingenuità senza rendersi conto che sauditi, qatarini ed Emirati Arabi Uniti appoggiavano in Libia come altrove i diversi gruppi islamici; dai Fratelli Musulmani ai salafiti senza trascurare le milizie vicine ad al-Qaeda.

Del resto in ottobre i servizi segreti francesi hanno informato l’Eliseo che “organizzazioni non governative del Qatar finanziano i gruppi jihadisti nel nord del Mali e i loro “colleghi” attivi in Siria” come ha rivelato il settimanale satirico Le Canard Enchainé. Un ufficiale dell’intelligence francese auspicò che il presidente Francois Hollande “pretendesse che il Qatar consacri i suoi petrodollari a migliori cause” rivelando che tra i gruppi “ben foraggiati”  dal Qatar vi sono i salafiti in Libia, Tunisia e Marocco. A giudicare dai pesanti investimenti finanziari del Qatar nell’Egitto governato dai Fratelli Musulmani (ben rappresentati dalla scalata alla società che gestisce il Canale di Suez) non è difficile intuire che dietro la svolta autoritaria del presidente Mohamed Morsi vi sia la “longa manus” di Doha. 

A questi elementi si aggiungono le ancor più recenti rivelazioni che confermano il ruolo crescente dei gruppi islamisti nell’insurrezione sunnita in Siria. Gruppi che si sono riuniti nei giorni scorsi ad Antalya, Turchia meridionale, per costituire un comando militare unificato,  organismo composto da trenta membri nel quale sono entrati numerosi esponenti legati ai salafiti e ai Fratelli Musulmani, guidato dal generale Selim Idris, un ex militare del regime considerato vicino ai salafiti. Al nuovo comando, definiti da un osservatore occidentale al vertice di Antalya “una creatura di Qatar e Turchia” non hanno aderito i gruppi laici, incluso l’Esercito Libero Siriano, i disertori  che per primi presero le armi in forma organizzata contro il regime di Bashar al-Assad.

La realtà è che in un anno e mezzo di guerra gli aiuti militari arabi e turchi, sostenuti da Washington, hanno  rafforzato il peso militare dei gruppi islamisti e jihadisti all’interno dell’insurrezione siriana al punto che una caduta repentina del regime di Bashar Assad rischierebbe di  sprofondare la Siria (uno dei Paesi più laici e moderni del mondo arabo)  negli orrori di una nuova guerra civile o nella barbarie di un regime islamico. A conferma di come gli alleati arabi dell’Occidente foraggino i miliziani peggiori nemici dell’Occidente  il New York Times ha rivelato ieri che l’unico gruppo armato siriano che si richiami apertamente ad al-Qaeda (il Fronte Jamhat al-Nusra) rappresenta oggi la milizia più efficiente e combattiva grazie a guerriglieri stranieri esperti, denaro e armi che hanno consentito di espugnare alcune munite basi militari delle forze lealiste incrementando così i suoi arsenali.

La decisione di Washington di adottare sanzioni contro questo gruppo, responsabile di molti attentati suicidi che hanno provocato centinaia di mori innocenti nei quartieri cristiani e sciti, giunge quindi troppo tardi per fermare, anche in Siria, la deriva islamista.  Difficile è anche valutare se il ripensamento autocritico di Washington circa il sostegno fornito direttamente e indirettamente agli islamisti sia vero o solo di facciata.

Nei fatti nessuno ha fatto più di Barack Obama per l’affermazione di regimi islamisti nel mondo arabo e il tentativo di scaricare la responsabilità di quanto avvenuto sugli “alleati” Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Turchia o sulla ”ingenuità” dell’amministrazione USA pare francamente un po’ ridicolo.  L’intesa tra questi Paesi e Washington è stata tangibile fin dall’inizio delle rivolte le cui iniziali repressioni hanno ricevuto la condanna unanime di Usa, Ue e Lega Araba tranne quella scita nell’emirato del Bahrein, soffocata dai carri armati sauditi, per la quale nessuno ha chiesto risoluzioni dell’Onu o l’imposizione di no-fly zone.

Per il Bahrein e le monarchie feudali del Golfo nessuna primavera all’orizzonte ma, al contrario, proprio questi regimi con l’appoggio di Washington stanno imponendo un gelo invernale alle speranze di progresso e democrazia del mondo arabo. Washington e l’Occidente mostrano rammarico per l’alleanza tra al-Qaeda e salafiti quando per dieci anni i volontari salafiti nordafricani hanno combattuto in Afghanistan e Iraq con i qaedisti contro i contingenti Occidentali.

Del resto Obama si era già distinto in precedenza nel favorire l’affermazione degli estremisti islamici. Basti pensare che nel 2010, dopo aver tergiversato tre mesi di fronte alle richieste di rinforzi dei comandanti militari in Afghanistan, il presidente decise di inviare 33 mila soldati annunciando però che dall’anno successivo sarebbe iniziato il ritiro di tutti i militari alleati. Un annuncio che ha sancito la sconfitta in Afghanistan regalando ai talebani ottime chanches di vittoria dopo il 2014. Anche le “esitazioni” a usare i muscoli contro il nucleare iraniano stanno dando una mano all’islamismo, questa volta scita. Perché se è vero che l’alleanza tra Stati Uniti e sunniti pare consolidata è altrettanto vero che i tentennamenti di Obama stanno consentendo a Teheran di costruire quell’atomica considerata la minaccia prioritaria per Israele. 

Per sostenere l’affermazione islamista l’Amministrazione Obama non ha comunque esitato a ripudiare amici e alleati come i regimi di Ben Alì in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto e in qualche modo anche lo stesso Gheddafi divenuto negli ultimi anni un partner economico e nella lotta all’estremismo islamico. Del resto il Dipartimento di Stato definisce “islamici moderati” i Fratelli Musulmani, movimento che vuole ripristinare la sharia (come i qaedisti), un codice non proprio al passo coi tempi e che certo ha poco in comune con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.