a cura di Stefano Fontana
  • LIBERTA'

Rinunciare agli effetti civili del matrimonio religioso

Nel blog precedente ci si era chiesto su quale tema sociale di oggi ci si dovrebbe impegnare per agire in conformità al principio della “Regalità sociale di Cristo” ed è stato trattato il tema dell’educazione e della scuola. C’è però anche un altro punto nevralgico, particolarmente sensibile da questo punto di vista, quello del matrimonio. 

Alle origini della Dottrina sociale della Chiesa, ossia negli ultimi decenni del XIX secolo, i Pontefici avevano espresso sia il principio dell’originaria autorità della Chiesa in campo educativo, precedente e fondativa rispetto a tutti gli altri soggetti educativi, sia l’originaria autorità legislativa della Chiesa sul matrimonio. Questi due principi non vennero mai meno fino a Pio XII. Col Concilio e il post concilio le cose cambiarono e il significato dei due principi venne sfumato ma mai negato. Detta la cosa in termini più precisi: il matrimonio dovrebbe essere solo quello religioso. Ed in effetti, se così non fosse, il principio della “Regalità sociale di Cristo” verrebbe automaticamente meno.

Gli Stati ottocenteschi, e dopo di essi gli Stati totalitari e anche quelli democratici, allineati tra loro su questo punto, concentrarono in sé la scuola ed anche il matrimonio, togliendolo dalla originaria tutela della Chiesa. Dapprima con l’istituzione del matrimonio civile, poi con quella del divorzio e ai nostri giorni con il “matrimonio omosessuale” o il “poliamore”, lo Stato ha progressivamente secolarizzato il matrimonio. Secolarizzato non solo rispetto al suo fondamento religioso ma anche al suo fondamento etico naturale. Ci si sta avviando verso una società senza matrimonio, che significa però anche senza famiglia, dato che senza matrimonio si danno solo relazioni individuali, giustapposte, temporanee, prive di responsabilità, ludiche, nichiliste.

Uno dei modi con cui la Chiesa ha affrontato il problema del “matrimonio” di Stato è stato quello dei Concordati. In Italia il Concordato (del 1929 e poi del 1984) assegna al matrimonio religioso anche gli effetti civili. Come dobbiamo interpretare questo dal punto di vista della “Regalità sociale di Cristo”? Se lo Stato, nella sua legittima autonomia che non vuol dire sovranità, riconoscesse il fondamento originario del matrimonio nella religione cattolica e nel diritto naturale garantito e difeso dalla Chiesa, stabilire gli effetti civili del matrimonio sarebbe corretto.

Ma se, come accade oggi, lo Stato non riconosce nessun valore al matrimonio indissolubile tra uomo e donna e aperto alla vita, anzi contempla giuridicamente tutto il  contrario, allora quel concordato non ha più ragione di essere. Un sacerdote unisce in matrimonio religioso due sposi, a ciò lo Stato riconosce gli effetti civili, ma in virtù di questi effetti civili il giorno dopo concede il divorzio ai due sposi … si tratta di una burla ai danni del matrimonio religioso. Se gli effetti civili sono contro il matrimonio non si vede perché debbano essere previsti dal matrimonio religioso.

Per questo motivo, un modo oggi per far valere il principio della “Regalità sociale di Cristo” è di rifiutare il Concordato tra Stato e Chiesa laddove prevede gli effetti civili del matrimonio religioso.