• L'EX PREMIER

Renzi torna a rottamare. Le sue relazioni politiche

Renzi e Mattarella

Matteo Renzi ha auspicato la riscoperta della saggezza dei padri nobili democristiani per superare i difficili passaggi istituzionali di queste ore. La frase è a dir poco sorprendente, vista l’irruenza mostrata nelle ultime settimane dal segretario Pd nelle vicende Rosatellum e Banca d’Italia. L’imposizione della fiducia sulla legge elettorale e la battaglia contro la riconferma di Visco in via Nazionale svelano il vero volto arrogante e contraddittorio del renzismo, che in vista delle elezioni prova a conciliare la sua versione di lotta con la sua versione di governo, realizzando però una sintesi disastrosa e sempre meno potabile agli occhi dell’elettorato.

La cifra dominante della condotta dell’ex premier negli ultimi mesi è stata quella dell’attitudine agli incidenti istituzionali. Con Mattarella, che pure deve la sua elezione soprattutto a Matteo Renzi, quest’ultimo ha progressivamente incrinato i rapporti, dapprima pretendendo di sostituirsi a lui nella decisione circa lo scioglimento anticipato della legislatura, poi forzando la mano sul Rosatellum, infine entrando a gamba tesa e in modo improprio nella scelta del nuovo governatore della Banca d’Italia, dichiarandosi apertamente contrario alla riconferma di Visco.

Risultato: cresce la sintonia tra Mattarella e Gentiloni, mentre è al minimo storico quella tra Mattarella e Renzi. In più quest’ultimo non si è soltanto alienato le simpatie del Quirinale, bensì anche quelle di tutte le massime cariche dello Stato. Il Presidente del Senato, Piero Grasso, all’indomani dell’approvazione definitiva del Rosatellum, ha annunciato l’uscita dal Pd e l’approdo al Gruppo Misto, preludio ad un suo impegno diretto nella prossima campagna elettorale al fianco di Pierluigi Bersani e degli scissionisti dem di Roberto Speranza. Sul rinnovo di Visco al vertice di Banca d’Italia si è consumata la rottura tra Renzi e il Presidente della Camera, Laura Boldrini, accusata dal segretario dem di aver ammesso alla discussione la mozione pentastellata. C’è maretta anche tra Renzi e il Presidente del Consiglio Gentiloni, che in pubblico mostra un inappuntabile aplomb, ma poi in privato appare sempre più insofferente alle frequenti invasioni di campo del leader Pd, che lo ha costretto a porre la fiducia sulla legge elettorale e che avrebbe voluto impedirgli di riconfermare Visco. L’obiettivo di Renzi è quello di indebolire Gentiloni, di qui alla fine della legislatura, onde evitare che possa essere nuovamente lui a guidare l’esecutivo dopo le elezioni. C’è da scommettere che sulla legge di bilancio i ministri renziani Lotti, Boschi, Martina e Delrio marcheranno un crescente distacco dalla linea di Palazzo Chigi, al fine di allargare il solco che li divide dall’attuale premier.

Matteo Renzi è dunque tornato a indossare la veste del rottamatore, e questa nuova svolta si è incarnata proprio nella battaglia contro Visco. Attaccare il governatore di Banca d’Italia per difendere i risparmiatori, questo l’intento del leader Pd, che però è riuscito in questo modo a farsi altri nemici, in Italia e in Europa, visto e considerato che ad aver premuto per la conferma dell’attuale governatore si è speso lo stesso Mario Draghi.

Che questa deriva renziana non piaccia alla base Pd e anzi alimenti sconcerto a sinistra lo si comprende ogni giorno osservando l’accoglienza riservata a Matteo Renzi nelle sue varie tappe in treno in giro per l’Italia. I fischi prevalgono sempre più spesso sugli applausi, al punto che si è deciso di far viaggiare il treno in incognito, per evitare proteste e insulti. Molti scali vengono cancellati, la gente che lo accoglie nelle stazioni gli chiede conto dei soldi spesi per questo tour elettorale e lo accusa di non aver mantenuto le promesse quando era a Palazzo Chigi.

Dal referendum del 4 dicembre scorso a oggi Matteo Renzi ha inanellato una serie infinita di errori e di gesti contraddittori. Aveva annunciato ripetutamente all’opinione pubblica che in caso di sconfitta si sarebbe ritirato dalla politica e invece non l’ha fatto, anzi ha cercato e cerca tuttora di influenzarne il corso e le vicende, pur non ricoprendo ruoli istituzionali. Agita lo spettro del presunto populismo grillino e leghista per affermare che il Pd è l’unico argine contro l’antieuropeismo, ma poi in Europa lui fa di tutto per mettere in difficoltà Gentiloni e l’esecutivo, indebolendo di fatto l’Italia. Invoca gli ideali moderati e chiede agli italiani un consenso per scongiurare il rischio estremismi, ma poi si comporta lui stesso da estremista, picconando le istituzioni di garanzia (Banca d’Italia) e litigando con le massime cariche dello Stato, di fatto offrendo fuori dai confini nazionali una rappresentazione poco decorosa della politica italiana. Ormai stiamo assistendo alla battaglia finale tra Renzi e il “resto del mondo”. Se alle elezioni regionali siciliane del 5 novembre il Pd avrà la batosta che è nell’aria, le velleità renziane usciranno ancora di più ridimensionate. Se il candidato di Renzi e Alfano, il Rettore dell’Università di Palermo, Micari, arrivasse quarto (dopo Musumeci, di centrodestra, Cancelleri, dei Cinque Stelle, e Fava, di Mdp e sinistra italiana), anche nel Pd si accelerebbe la resa dei conti. E a uscirne con le ossa rotte sarebbe certamente l’attuale segretario.