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Renzi-De Benedetti, più che l'insider trading può l'inciucio

Per qualcuno addirittura ci sarebbero gli estremi dell’insider trading, per altri si tratta semplicemente dell’ennesima pagina buia nel rapporto tra finanza, editoria e politica, con rappresentanti delle istituzioni che parlano disinvoltamente al telefono con editori e industriali interessati a ricevere informazioni riservate. La telefonata del 16 gennaio 2015 nella quale l’imprenditore Carlo De Benedetti, editore di uno dei quotidiani più importanti (e all’epoca decisamente filogovernativo), parlava della riforma delle Banche Popolari con il suo broker, Gianluca Bolengo, della società Intermonte Sim che si occupa dei suoi investimenti, affermando di essersi sentito con l’allora premier, Matteo Renzi («Mi ha detto che il decreto passa»), scuote la politica italiana e si abbatte come una valanga incontrollata sull’immagine già appannata del Partito democratico.

La Procura di Roma ha peraltro aperto un fascicolo sulla presunta fuga di notizie che ha portato alla pubblicazione di alcuni documenti depositati in Commissione Banche, tra cui quella telefonata. Il reato ipotizzato dalla procura di Roma, a carico di ignoti, è la rivelazione del segreto d'ufficio. Intanto il Presidente della Commissione d'inchiesta sulle banche, Pier Ferdinando Casini, ha fornito l'elenco dei nominativi delle persone che hanno preso visione degli atti coperti da segreto.

Gli atti, da cui sono state estrapolate le conversazioni telefoniche riportate sulla stampa fra Carlo De Benedetti e il broker per l'acquisto dei titoli delle banche popolari, sono consultabili sotto la supervisione della Guardia di Finanza ed esclusivamente nei locali della Commissione a Palazzo San Macuto.

L’episodio non è nuovo. Già nel 2016, all’epoca dello scandalo Petrolio-Tempa Rossa, che costò la poltrona all’allora Ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, si apprese di una telefonata nella quale quest’ultima rassicurava il suo compagno Gianluca Gemelli circa l’approvazione di un emendamento che in qualche modo lo avrebbe favorito e chiamava in causa un esponente di punta dell’esecutivo («Anche Maria Elena è d’accordo sull’emendamento. La Boschi me l’ha promesso»). Evidentemente è un vizio assai radicato nel “cerchio magico” renziano quello di parlare sfrontatamente al telefono con parti in causa e persone interessate per ragioni di affari a partite legislative che invece dovrebbero ispirarsi a criteri di orientamento al bene generale.

Il candidato premier dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio va giù pesante: «L'intercettazione tra Carlo De Benedetti e il suo intermediario finanziario è il capolinea di Matteo Renzi e del Pd. Siamo di fronte al collasso di un sistema di potere familistico e amorale, costruito su scambi di favori, informazioni privilegiate e speculazione finanziaria. Mentre decine di migliaia di piccoli azionisti e risparmiatori perdevano i risparmi di una vita nel crollo delle quattro banche popolari, De Benedetti, tessera numero 1 del Pd, investiva 5 milioni di euro nelle azioni delle popolari per ricavarne pochi giorni dopo un guadagno di 600 mila euro perchè il Presidente del Consiglio gli aveva appena spifferato notizie riservate sull'approvazione del decreto Salva-Popolari».

Al di là dell’imbarazzo suscitato in casa Pd dalla vicenda, sorprende il silenzio complice di alcuni giornali, anche vicini al centrodestra, che stanno minimizzando la portata di quelle rivelazioni. Silvio Berlusconi si è limitato a una dichiarazione di facciata («De Benedetti è stato preso con le mani nella »), giusto per galvanizzare il suo elettorato, ma il centrodestra non ha cavalcato più di tanto la cosa.

E’ l’ennesima conferma del clima “inciucista” che aleggia sulla scena politica. Nei sondaggi lo schieramento berlusconiano non si schioda da quel 35-36% che non garantisce governabilità e che costringe a larghe intese con il Pd. E allora, si vocifera  in ambienti azzurri, meglio non indebolire più di tanto i dem, a favore dei Cinque Stelle, per avere in Parlamento, dopo il 4 marzo, i numeri necessari per costituire un esecutivo Pd-Forza Italia-Liberi e Uguali-Centristi di destra e di sinistra-cespugli vari. In questo disegno potrebbero rientrare anche leghisti o ex leghisti dialoganti, come Roberto Maroni o Flavio Tosi, mentre non ci sarebbe spazio per Matteo Salvini o Giorgia Meloni.

Di qui la guerra nel centrodestra sulla spartizione dei collegi sicuri, nella previsione di una separazione più o meno consensuale dopo il voto. Sarà fondamentale il numero dei seggi azzurri almeno quanto quello dei seggi leghisti. Per questo Berlusconi ha venduto cara la pelle sulle regionali, facendo sudare al Carroccio la candidatura di Attilio Fontana in Lombardia per poi strappare qualche collegio sicuro in più nella partita per il Parlamento.

E chi potrebbe guidare questo esecutivo bipartisan qualora neppure i Cinque Stelle riuscissero ad ottenere la maggioranza o a formare un governo? Il nome più gettonato nelle ultime ore appare quello di Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia, che proprio qualche giorno fa in un’intervista al Corriere della Sera ha annunciato di volersi candidare nel Pd e ha aperto a molti punti del programma di centrodestra, tra cui la flat tax. A molti quelle parole sono sembrate più di una strizzatina d’occhio. Sembra quasi che sia già tutto scritto. Con la complicità di gran parte dei media, pronti a benedire l’ennesimo governo ibrido e “di salvezza nazionale”, in barba alla volontà popolare e, soprattutto, al desiderio delle nuove generazioni di poter vivere in un Paese finalmente normale.