• INTERVISTA

Regoli: «Il Papa emerito? Un ruolo che va chiarito»

A distanza di sei anni fa ancora discutere la modalità con cui Benedetto XVI ha rinunciato all'esercizio del pontificato istituendo la figura del Papa emerito, ruolo che non è mai stato definito: «Sia Benedetto XVI prima della rinuncia, sia Francesco dopo, non hanno regolamentato questo atto. È una lacuna di non poco conto», dice in questa intervista a La Nuova BQ don Roberto Regoli, storico e autore di uno studio sul pontificato ratzingeriano. «Attualmente Benedetto XVI e Francesco hanno sempre inviato segnali di reciproca cordialità», ma in futuro, con altri protagonisti potrebbero verificarsi «problemi di eventuali contrapposizioni di vertice o addirittura di scismi».
- I MISTERI DEL PAPA EMERITO, di Riccardo Cascioli

Papa Francesco e Benedetto XVI

Sono trascorsi più di sei anni dall'annuncio che ha cambiato la storia della Chiesa. La rinuncia di Benedetto XVI continuerà ad essere ancora a lungo materia di discussione per storici, canonisti e teologi. A questo si aggiunge, poi, che la renuntiatio benedettina è andata di pari passo con un altro evento di portata epocale: l'istituzione del Papa emerito, una figura inedita e destinata a pesare notevolmente nella storia futura della Chiesa. Questi avvenimenti sono ancora troppo vicini a noi contemporanei per poter fornire un giudizio storico sereno e consolidato.

Uno dei primi esperti a occuparsi del tema della “Tiara deposta" – tanto per citare il titolo di un incontro che ha avuto luogo pochi giorni fa a Roma nella Sala San Filippo Neri della Chiesa Nuova – è don Roberto Regoli, autore di un poderoso e approfondito volume (“Oltre la crisi della Chiesa”) divenuto un testo di riferimento per gli studiosi del pontificato di Benedetto XVI. In questa intervista rilasciata a La Nuova BQ il sacerdote, professore dell’Università Gregoriana e direttore del Dipartimento di Storia della Chiesa e di Archivum Historiae Pontificiae, prova a fornire alcune indicazioni per la comprensione della delicata questione relativa all’atto della rinuncia e all’istituzione del Papa emerito.

Professore, quali sono gli elementi che rendono la rinuncia di Benedetto XVI una novità assoluta rispetto ai precedenti esistenti nella storia della Chiesa?
La rinuncia di Benedetto XVI non è una novità rispetto alle intenzioni di alcuni suoi predecessori recenti, né rispetto alle scelte compiute lungo due millenni. È invece indubbiamente originale rispetto ad alcuni termini impiegati nel testo della dichiarazione, alle circostanze temporali e alle modalità. Soprattutto è una novità assoluta rispetto al tempo successivo alla rinuncia. Se tutti i rinunciatari del passato sono rimasti solo vescovi o tornati (nuovamente rinominati) cardinali, non così per Benedetto XVI. Lui rinuncia, infatti, nelle sue parole al cosiddetto «esercizio attivo del ministero», divenendo Papa emerito, legittimato a essere chiamato “Sua Santità” e a firmarsi con il nome di “Benedetto” e non di “Joseph”. Questa è l’assoluta novità e unicità nella storia. È un atto originale, cioè anche capace di originare un nuovo esercizio del Papato. Di più. Un atto di rinnovamento che tocca la testa del cattolicesimo.

In un articolo sull'argomento, il cardinale Walter Brandmüller ha menzionato "la questione di un coinvolgimento del collegio cardinalizio nella rinuncia papale", citando il precedente di Celestino V. In che modalità si svolse l'atto di rinuncia in quel caso?
Si trattò di tutt’altro tipo di rinuncia. L’elezione di Celestino V fu occasionata da tanti fattori contingenti che portarono un buon uomo sul trono di Pietro, ma poco avvezzo al governo della Chiesa. Insomma, un uomo capace, pure santo, ma inadeguato al governo, anche per l’eccessiva dipendenza dal re di Napoli. Stando alle teorie canonistiche dell’epoca, si avevano due fronti sulle modalità della rinuncia papale. Da una parte c’era chi desiderava un coinvolgimento dei cardinali o di un Concilio, dall’altra chi considerava che l’unico referente fosse Dio, cioè negavano ogni coinvolgimento di altra autorità umana. In ogni caso, nel dicembre del 1294, il Papa condivise la sua intenzione di rinunciare con i cardinali in concistoro, che però lo sconsigliarono. Poco dopo, allora, mise per iscritto le ragioni della sua rinuncia. Successivamente fece redigere una costituzione per normare la rinuncia papale e il 13 dicembre di fronte ai cardinali riuniti lesse effettivamente la sua dichiarazione di rinuncia. I cardinali dettero allora il consenso, perché canonisticamente parlando non c’era niente da eccepire. Nonostante la richiesta, fu proibito al Papa di usare le insegne pontificie dopo la rinuncia durante la celebrazione della messa (a causa dell’opposizione di un cardinale). Celestino V (Papa per 5 mesi e 9 giorni) ridiventò Pietro del Morrone. In questa storia medievale i cardinali furono coinvolti in più fasi, più per inadeguatezza e insicurezza giuridica del Papa, che per stringenti necessità procedurali.

La rinuncia di Benedetto XVI è stata il frutto di una decisione lungamente ponderata e presa molti mesi prima dell'annuncio dell'11 febbraio 2013. Perché, secondo lei, non è stata prevista una normativa canonica specifica in grado di regolamentare l'istituzione del Papa emerito?
La domanda tocca ancora oggi un nervo scoperto. Sia Benedetto XVI prima della rinuncia, sia Francesco dopo, non hanno regolamentato questo atto. È una lacuna di non poco conto, soprattutto quando dalla teoria della dottrina canonistica si è passati a un caso concreto. Non riesco a trovare ragioni per una tale omissione, che sarebbe da colmare.

Quando Ratzinger, nella sua ultima udienza generale, disse che sarebbe rimasto "nel recinto di San Pietro", si stava riferendo semplicemente al suo domicilio in Vaticano o con quell'espressione intendeva - come ad esempio sostenuto da Messori - un "luogo teologico"?
La rinuncia benedettina, così come è stata posta e recepita, pone molte domande teologiche, prima che giuridiche, perché è frutto di un rinnovamento teologico della Chiesa (radicato nei Concili Vaticano I e Vaticano II), che tocca la dimensione sacramentale e, in ultimo, pure la corrispettiva strutturazione giuridica. Credo che un atto del genere, così come è stato posto nelle intenzioni pubbliche di Benedetto XVI, richiederà ancora molto tempo per essere ben sistematizzato teologicamente e giuridicamente. Bisogna studiare. Con libertà da schemi preconcetti, cioè da un tradizionalismo di destra e sinistra (mi si permetta questo linguaggio).

L'ipotesi di un ritorno al cardinalato venne paventata da Pio XII nel caso di arresto per mano dei nazisti, mentre Benedetto XVI la escluse per evitare un'eccessiva esposizione al pubblico. Sarebbe stata una via ammissibile oppure priva delle basi storico-canoniche-dottrinali necessarie?
Nella precedente e ultima rinuncia prima di Benedetto XVI, l’allora papa Gregorio XII si dimise (1415), rimanendo solo vescovo, per poi essere nuovamente nominato cardinale dal suo successore. Non poteva essere altrimenti, perché in quel momento si trovavano a coesistere 3 papi (tutti apparentemente legittimi o almeno senza motivazioni sostanziose per scalfirne la legittimità) e l’esigenza di unità della Chiesa non poteva resistere ad altre forme creative. Pio XII pensò in qualche modo a una rinuncia che lo lasciasse all’interno del Sacro Collegio e non solo nel collegio episcopale. Benedetto XVI intraprese una terza strada. Come vediamo siamo in una evoluzione storica, sottoposta alle contingenze, come anche all’evoluzione dell’ecclesiologia.

Proprio nella presentazione del suo libro "Oltre la crisi della Chiesa", monsignor Georg Gänswein pronunciò il famoso discorso in cui, precisando che "non vi sono dunque due papi", evocava l'immagine di "un ministero allargato" con "un membro attivo e un membro contemplativo". Qual è la corretta interpretazione dell'analisi fatta dal prefetto della Casa Pontificia?
L’arcivescovo Gänswein, nel ribadire l’unicità del governo papale, tentò di avviare una riflessione teologica sulla rinuncia. Alcuni commentatori di allora, però, stravolsero il senso di quelle parole, non considerando il passaggio da lei citato (“non ci sono due papi”), come un altro del tutto omesso, a eccezione della Fondazione Ratzinger-Benedetto XVI, nel quale emergeva il senso analogico del linguaggio sul “ministero petrino allargato”, all’interno del quale rientravano – a detta di mons. Gänswein – Peter Seewald, l’autore del libro in questione [Roberto Regoli] e altri ancora. Non tutti prestarono attenzione all’integrità del discorso. Ci vuole pazienza con i distratti.

L'ingresso della figura dell'emeritato anche nel Papato - e la prospettiva addirittura di una sua pluralità, paventata dallo stesso Francesco - può comportare dei rischi per l'unità della Chiesa?
Tutto dipende dall’intelligenza e dalle virtù dei protagonisti, almeno fintanto che non ci sarà una chiara legge in materia. I primi casi fanno scuola, diventano dei precedenti di confronto e nel migliore dei casi dei precedenti cui ispirarsi. Benedetto XVI e Francesco durante questi anni hanno inviato segnali di reciproca cordialità. I timori dei commentatori riguardano il ruolo che potrebbe assumere un Papa emerito. Benedetto XVI, mite e obbediente, non crea problemi di eventuali contrapposizioni di vertice o addirittura di scismi. Per non incorrere nel rischio di averne in futuro (pura speculazione di scuola), sia la canonistica, sia la teologia dovranno fornire – ripeto – categorie e concetti per strutturare, definire, contenere e indirizzare il Papato emerito, nuova realtà del XXI secolo.