• IL CASO

Registro unioni civili: anche Genova ci prova

Il comune di Genova ha istituito l’ennesimo registro delle unioni civili. L’operazione ha un peso solo ideologico dato che l’istituzione di questa particolare anagrafe sulle convivenze non ha alcun valore giuridico. 

Registro unioni civili

Il comune di Genova il 28 marzo scorso ha istituito l’ennesimo registro delle unioni civili. L’operazione, che ricalca quelle analoghe di altre 88 municipalità, ha un peso solo ideologico dato che l’istituzione di questa particolare anagrafe sulle convivenze non ha alcun valore giuridico. Infatti secondo l’art. 117 della Costituzione è lo Stato ad avere in modo esclusivo competenza legislativa sulla materia “anagrafe”. E’ solo il Parlamento che potrà se lo vorrà disciplinare questa materia, la cui articolazione amministrativa, a quel punto, potrà essere delegata agli enti locali.

Inoltre questi registri tendono, seppur senza riuscirci, a legittimare giuridicamente la convivenza, quando ex art. 29 della Costituzione l’unica convivenza legittima, cioè significativa per lo Stato, è solo il matrimonio. Aggiungiamo che questa operazione dei comuni non è a costo zero: vengono investite risorse e personale che sono distratti da altre urgenze.
Viene dunque da chiedersi se, nell’elenco delle priorità di un comune, prima dei conviventi non ci siano le coppie sposate le quali, addossandosi più oneri, sono in pole position per la richiesta di interventi anche e non solo di natura economica al fine di poter almeno galleggiare in questo periodo così difficile.

Altro effetto negativo è il seguente: si crea un modello concorrenziale al matrimonio, più soft perché sgravato da qualsiasi obbligo giuridico. Perché sposarsi se convivere porta agli stessi diritti del matrimonio con lo sconto sui doveri? Infatti le coppie di fatto – come avevamo già illustrato in un precedente articolo (“Italia paradiso delle coppie di fatto”) – già godono di molti dei diritti delle coppie sposate, contraddicendo in molti casi così la Costituzione e il buon senso e andando a discriminare le coppie coniugate.
Infatti, ad esempio, la somma del reddito complessivo dei coniugi li fa arretrare rispetto ai conviventi nelle graduatorie per l’assegnazione dei posti negli asili nido, per le borse di studio, per i ticket nelle mense scolastiche etc.

Anche nell’ultimo caso ligure l’Assessore ai Diritti Elena Fiorini tiene a precisare che l’operazione non è meramente simbolica, ma produrrà effetti concreti: «Ci sarà una certificazione dell’unione i cui vantaggi saranno legati alla gamma di servizi offerti dal Comune alle coppie, dal sociale all’assegnazione delle case popolari, dai servizi scolastici a quelli cimiteriali».
L’intento è chiaro continua l’assessore: «Il registro contiene norme molto semplici per parificare le coppie di fatto a quelle sposate». Che l’istituzione di questi registri sia solo una strategia dal sapore ideologico per minare nel fondo l’istituto del matrimonio è attestato anche dal fatto che i conviventi, laddove già da tempo esiste questa particolare anagrafe, non ci pensano minimamente ad iscriversi.

A Bologna, primo tra i grandi comuni a dotarsi di questo registro nel 1999, gli iscritti ad oggi sono zero. A Pisa (1998) sono 32 le coppie iscritte, a Firenze (2003) 73 le coppie registrate, a Trento (2006) scendiamo a 23. Torino (2010) detiene il record: 120 coppie. Anche laddove si erano previsti importanti incentivi economici, come sgravi fiscali e simili, la musica non cambia. Paradigmatico in tal senso è stato il caso di Scandicci: istituisce il registro nel 1998 e prevede agevolazioni sull’ICI e sull’assegnazioni degli alloggi per chi si iscrive. Risultato: fino al 2007 le coppie iscritte erano 11. Allora in quell’anno gli amministratori comunali rilanciano e ripropongono un nuovo registro delle unioni civili, ma non c’è nulla da fare: le coppie iscritte tuttora sono solo 15.

Se poi andiamo a vedere la media rispetto a tutte le coppie conviventi scopriamo che le coppie di fatto iscritte sono solo il 2-4%. Un vero flop il quale accerta che l’istituzione di questi registri non è voluta dai conviventi e non esprime una loro esigenza. Insomma pare proprio che questi registri registrino solo un dato: il loro stesso fallimento. Qualcuno obietterà: questo accade proprio perché l’iniziativa ha carattere solo locale, è di natura puramente amministrativa, quindi in sè debole, non capace di incidere sul tessuto nazionale. Ci vorrebbe una legge del Parlamento, allora sì che le cose cambierebbero e in massa i conviventi si iscriverebbero. Falso.

Infatti se andiamo a vedere ad esempio cosa accade in Francia, che si è data una legge sui Pacs sin dal 1999, scopriamo che guarda caso la percentuale di coppie di fatto che hanno aderito a questa iniziativa legislativa – ben più vantaggiosa di quelle nostre locali – è sempre intorno al 3%. C’è poi chi ribatte che il registro delle unioni civili serve non tanto per le coppie eterosessuali, ma per quelle omosessuali, sfornite di qualsivoglia tutela giuridica. Ma anche in questo caso le coppie omosessuali non sanno cosa farsene del riconoscimento giuridico della loro convivenza.

A Firenze sono solo 7 le coppie omosessuali iscritte e in quegli stati europei dove addirittura c’è il cosiddetto “matrimonio” gay le coppie che pronunciano il loro “Sì” sono solo e sempre il 3%. Ma perché i conviventi snobbano tale riconoscimento giuridico della loro unione? La risposta è semplice: le coppie di fatto vogliono appunto rimanere “di fatto” e non vogliono essere riconosciute giuridicamente, altrimenti si sposerebbero. Vogliono una relazione libera da gabbie formali giuridiche, svincolata da timbri e bolli. E dunque si può concludere che se la materia della convivenza può essere già fin d’ora regolata con il diritto privato, se si vogliono solo i diritti dei coniugi, ma non i corrispettivi doveri, se i registri non sono voluti dai conviventi anche omosessuali, allora l’iniziativa di istituire i registri per le unioni civili è unicamente animata da un’ideologia anti-matrimonialista.

Non si fa una proposta a tutela dei conviventi, ma una proposta contro il matrimonio; un’ideologia gender: l’obiettivo è quello di creare una prassi amministrativa diffusa che legittimi un’azione di pressing sul Parlamento affinchè legiferi sulla materia, prima per introdurre i Pacs e poi – vero obiettivo finale – il “matrimonio” omosessuale; un’ideologia individualista: occorre esaltare sempre e comunque le voglie del singolo a discapito dell’altro convivente, dei figli e della società; un’ideologia relativista e nichilista: non c’è verità oggettiva sull’amore umano, sul concetto di famiglia, sull’omosessualità, ma tante proposte diverse e la verità morale diventa soluzione convenzionale tra tutte queste idee; un’ideologia anti-ecclesiale: riconoscere la convivenza è un altro modo per colpire al cuore la Chiesa la quale da sempre ama e protegge la famiglia.