• IL FILM

Quei soldatini tedeschi e la pietà che rende uomini

C’è un film, firmato da Martin Pieter, regista danese, Unter sandet, che in lingua danese vuol dire “Sotto la sabbia”. Racconta una storia vera, cruda e al contempo agghiacciante: quella di migliaia di adolescenti, prigionieri tedeschi, usati per sminare le coste danesi. E di un sergente che nella pietà si riscopre uomo.

La locandina del film Unter sandet

C’è un film bellissimo e struggente che è uscito nel 2015 e ha fatto incetta di premi internazionali. É una coproduzione tedesco-danese, con attori tedeschi e danesi e regista danese, Martin Pieter Zandvliet. Il titolo originale è Unter sandet, che in lingua danese vuol dire “Sotto la sabbia”. Il titolo per il mercato internazionale (e per il festival cinematografico di Toronto, dove è stato presentato in anteprima) è in inglese, Land of mine, gioco di parole che può significare sia “terra mia” o “terra di mina”. La storia raccontata, infatti, si presta a entrambi i significati. 

Ed è una storia vera, cruda e al contempo agghiacciante. Nel 1945 la Danimarca venne liberata da cinque anni di occupazione tedesca. La Germania era ormai un cimitero di rovine e gli inglesi nel maggio di quell’anno consegnarono migliaia dei loro prigionieri di guerra ai danesi. I quali non resistettero alla tentazione di sfogare il loro astio su quei rottami umani. Infatti, dell’orgogliosa Wehrmacht quasi non erano rimasti che i ragazzini reclutati all’ultimo momento da una Germania alla disperazione. Lo stato maggiore del ricostituito esercito danese ebbe la bella pensata di usare questi “reduci” per sminare le coste, così da risparmiare soldi e vite nazionali. 

I tedeschi, infatti, non sapendo in quale punto sarebbe avvenuto il grande sbarco alleato (che poi fu, com’è noto, in Normandia), avevano provveduto a minare migliaia di chilometri di litorali nordeuropei, tra cui quelli danesi. Oltre duemila adolescenti prigionieri vennero impiegati per sminare e disinnescare. A mani nude e con una preparazione a dir poco sommaria. Dovevano strisciare bocconi sulla spiaggia, sondando la sabbia con un’asticciola. 

Ognuno di loro doveva trovare e rendere inoffensive dalle cinque alle otto mine all’ora. In cambio, la promessa del rimpatrio. Nutriti quando capitava, malamente ricoperti dei brandelli delle loro divise, insultati e sputacchiati da civili, trattati come bestie dai militari, metà di questi disgraziati saltarono in aria o rimasero orribilmente amputati. Una pagina poco onorevole della storia danese sulla quale per decenni è calato un imbarazzato silenzio, avallato anche dai sensi di colpa da parte tedesca. 

Solo uno storico danese, Helge Hagemann, ha avuto il coraggio di riesumare questo triste episodio in un libro del 1998, Sotto coercizione. E il regista Zandvliet ne ha tratto un film che val la pena di vedere. Gli attori sono strepitosi, anche se solo uno di loro è forse noto al pubblico italiano: Mikkel Boe Folsgaard, che interpretò il re pazzo Cristiano VII di Danimarca nel film A Royal Affair, il cui protagonista era Mads Mikkelsen (il vilain Lechiffre in 007 Casino Royal). 

La vicenda del film ruota attorno a un sergente-carogna alle cui odiose attenzioni è stata affidata una ventina di quegli artificieri improvvisati e coatti. Inizialmente sfoga su di loro il suo livore antitedesco vessandoli in tutti i modi. Però, man mano che li vede saltare in aria invocando la mamma, l’umanità in lui emerge e supera il nazionalismo frustrato, fino al punto di rischiare la corte marziale pur di far scappare gli ultimi quattro ragazzi ancora in vita. 

Ricordiamo, qui e a questo proposito, che la sola a occuparsi della sorte dei tedeschi sconfitti fu, tanto per cambiare, la Chiesa cattolica. Odiati da tutto il mondo, prigionieri e profughi dell’ex Reich trovarono nel premostratense Wierenfried van Straaten, olandese, praticamente l’unico che prese a cuore la loro sorte. Fu per loro che Padrelardo (così soprannominato per l’elemosina in proteine che andava chiedendo) fondò l’Aiuto alla Chiesa che Soffre.