• HARVEY E IRMA

Quante sciocchezze sugli uragani

Avviso ai lettori: l’autore di questo articolo è «uno stupido, un testardo che non vede», come l’ha definito papa Francesco tornando ieri dal viaggio in Colombia, e riferendosi a chi non crede alla teoria dei cambiamenti climatici provocati dall'uomo. Quindi chi continua lo fa a proprio rischio e pericolo. Del resto, in questi giorni in cui Harvey e Irma fanno le “primedonne” sui giornali di tutto il mondo, non si contano editorialisti, intellettuali e pseudo-scienziati che danno la colpa di quel che accade a chi nega la realtà dei cambiamenti climatici, a cominciare ovviamente dal presidente americano Donald Trump, reo di non avere firmato gli accordi di Parigi. Il Papa si unisce semplicemente al coro.

Il problema è che ad essere più «testarda» ancora è la realtà che – per chiunque la vuole vedere così com’è – presenta alcuni dati non smentibili neanche da un Concilio ecumenico.

Cominciamo dunque dall’inizio. Il clima cambia? Certo che cambia, è sempre cambiato, dall’origine del mondo ad oggi, e sempre cambierà. Ma il cambiamento del clima si apprezza nell’arco di 30-40-50 anni, non è una giornata di sole o il passaggio di un uragano ad indicarlo. E in ogni caso non c’è motivo di pensare che i cambiamenti debbano per forza essere catastrofici. 

Ma è vero che c’è un riscaldamento globale senza precedenti e causato dall’uomo? È questa la vera teoria che è in discussione, quella del riscaldamento globale antropogenico. Ebbene no, nella storia ci sono state epoche anche più calde, vedi l’optimum medievale, e quanto all’uomo non c’è nulla che dimostri un suo ruolo da protagonista nei cambiamenti climatici. Certo, non si può neanche negare il contributo umano al cambiamento del clima, ma ciò può cambiare da regione a regione e in ogni caso è un ruolo marginale rispetto ai normali fattori naturali: macchie solari, vulcani, raggi cosmici, come ha ricordato in una recente intervista a Libero il professor Antonino Zichichi (come dice il Papa: «Chiedete agli scienziati», e io l’ho fatto).

Veniamo dunque agli uragani: quelli che stanno investendo l’America in queste settimane sarebbero la prova dei cambiamenti climatici, con fenomeni sempre più estremi e sempre più frequenti. Si è parlato di Irma come dell’uragano più potente della storia. Peccato la realtà ci dica ben altro. Intanto, prendendo gli ultimi 150 anni, Irma nell’impatto a terra risulta settimo per potenza, ben lontano dal Labor Day del 2 settembre 1935, ma anche da Camille (1969), Katrina (2005) e Andrew (1992). Quanto ad Harvey è addirittura 18esimo. 

Se poi guardiamo alla frequenza è vero - al contrario di quel che si dice -, che quelli attuali hanno interrotto il periodo più lungo di siccità di uragani, ben 12 anni in cui nessun uragano di forza 4 o 5 ha raggiunto il suolo americano. E non è certo stato per benevolenza delle potenze celesti nei confronti dell’amministrazione Obama. Peraltro attribuire la forza degli uragani ai cambiamenti climatici causati dall’uso dei combustibili fossili, è quantomeno ridicolo visto che di uragani devastanti c’è testimonianza da ben prima della Rivoluzione industriale. 

Peraltro non sappiamo quali scienziati interpellino in Vaticano o nelle principali redazioni dei giornali, ma nessuno ha mai osservato un cambiamento nell’andamento degli uragani dovuto al riscaldamento globale. I modelli matematici che da decenni vengono usati per simulare il clima futuro prevedevano a questo punto una tendenza all’aumento di questi fenomeni, ma nel mondo reale ciò non è accaduto. A dirlo non è il sottoscritto, ma la NOAA, massima autorità americana nello studio degli uragani: «…È prematuro concludere che le attività umane – specie le emissioni di gas serra che causano il riscaldamento globale – hanno già avuto un impatto riscontrabile nelle attività degli uragani sull’Atlantico o dei cicloni tropicali globali…». Osservazione confermata – udite, udite - anche da quell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che è la massima autorità responsabile del catastrofismo climatico. Nell’ultimo rapporto si afferma che «…gli attuali dati indicano che non è stata osservata alcuna tendenza significativa nella frequenza dei cicloni tropicali globali nell’ultimo secolo… Nessuna rilevante tendenza nel numero annuale di tempeste tropicali, uragani e uragani gravi è stata identificata negli ultimi cento anni nel bacino Nord Atlantico…».

Insomma pare di capire che sia più facile che a cambiare siano le teorie scientifiche. Infatti uno studio pubblicato nei giorni scorsi e condotto da scienziati dell’Università Nazionale di Seul (Corea del Sud) ipotizza che nei prossimi 15 anni la frequenza e l’intensità degli uragani diminuisca a causa del raffreddamento delle acque dell’Atlantico.

Peraltro tutte queste sciocchezze sul clima che cambia a causa dell’uomo fanno perdere di vista un dato evidente e molto importante che emerge da quanto sta avvenendo in queste settimane. Se pensiamo alla devastazione causata in Texas da Harvey, dovremmo essere stupefatti di un bilancio che parla di soli 60 morti in una città popolosa come Houston (quasi 2 milioni e mezzo di abitanti). E per quanto riguarda Irma in Florida va anche meglio: il bilancio per ora parla di 4 morti. Già il raffronto con le 7 vittime di Livorno dovrebbe farci fare – e soprattutto fare ai politici - qualche domanda su come in Italia viene gestito il territorio. 

Ma soprattutto nel passato i bilanci erano decisamente peggiori, anche negli Stati Uniti: in Texas, nel 1900, un uragano di forza 4 che devastò la città di Galveston provocò 10mila morti; e un altro uragano nel 1928 provocò 1800 morti intorno al Lago di Okeechobee. Andando fuori dagli Stati Uniti non possiamo non ricordare il ciclone Nargis che nel 2008 ha provocato 138mila morti nell’impoverito Myanmar. 

Cosa è cambiato negli ultimi cento anni negli Stati Uniti e cosa distingue gli Stati Uniti da altri paesi? Semplicemente lo sviluppo, e con esso i satelliti e la tecnologia per tracciare direzione e velocità degli uragani, con sistemi di allerta che oggi permettono un tempo fino a 36 ore per mettersi in salvo. Non ci fosse stata la disponibilità di questa tecnologia, oltre a case maggiormente resistenti, i morti a Houston per il passaggio di Harvey si sarebbero contati a migliaia. 

Infatti, i dati ufficiali ci dicono che negli Stati Uniti il tasso di mortalità per inondazioni, siccità e uragani è globalmente diminuito del 98% rispetto a cento anni fa. Sono aumentati invece – ed ovviamente – i danni materiali, anche per l’aumento di costruzioni in zone a rischio come può essere la Florida. Ma anche qui da decenni ormai i danni materiali, se aumentano in termini assoluti, diminuiscono però in proporzione al Prodotto Interno Lordo (Pil). Peraltro, a due settimane dal passaggio di Harvey, Houston è già tornata quasi alla normalità: riaperto l’aeroporto, ripristinata la distribuzione di acqua nelle case, tornata anche l’elettricità, tornati a casa la maggior parte degli sfollati. Anche questo è frutto dello sviluppo.

Tutto questo vuol dire che – con buona pace dei cervelloni che suggeriscono al Papa – non sono le cosiddette politiche del clima che possono aiutare i poveri, con l’illusione di poter fermare i venti e regolare la temperatura come se la Terra avesse un termostato; ma le politiche di sviluppo che permettano alle persone di essere meno vulnerabili ad eventi atmosferici estremi che ci sono sempre stati e sempre ci saranno.