• POST MODERNISMO

Quando l'immagine ci allontana dalla realtà

Le armi chimiche non c'entrano nulla con la guerra in Siria, eppure è bastata un'immagine per diffondere un'impressione errata della realtà. Ma il trionfo del dettaglio "fuorviante" è ormai caratteristico della nostra società.

Strage di Damasco

Il premio Nobel per la Pace assegnato all’Opac, Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, ha spiazzato un po’ tutti, considerando i commenti fra il perplesso, l’indignato e il divertito che prevalgono nella stampa italiana ed estera. L’Opac esiste dal 1997, ma solo quest’anno ha ottenuto una forte esposizione mediatica, a causa della guerra in Siria. È stata inserita nella rosa dei candidati solo all’ultimo minuto, cogliendo di sorpresa tutti i media, che si aspettavano un Nobel a Malala Yousafzai, la bambina-simbolo della resistenza contro i Talebani, sfuggita per miracolo alla morte dopo un loro attentato.

L’ingresso a gamba tesa dell’Opac nell’opinione pubblica e fra i membri del Comitato, è dovuto esclusivamente a una serie di video, che ritraggono civili siriani (fra cui molti bambini) morti o intossicati in un ospedale improvvisato nei sobborghi di Damasco. Il commento dei video e le interviste a medici, spesso rimasti anonimi, affermano che quelle siano le vittime di un bombardamento chimico. Sul numero delle vittime, le circostanze del bombardamento e l’autenticità di quelle immagini il dibattito è ancora aperto. E se poi si scopre che i video di Damasco sono una bufala?

Non sarebbe la prima volta che un falso determina scelte politiche e militari importanti. Nel 2011, in Libia, le foto di “fosse comuni” scavate in una spiaggia a Tripoli, furono determinanti per l’intervento militare della Nato contro il regime di Muhammar Gheddafi. C’era un “genocidio in corso”, si diceva allora, dunque lo si doveva fermare con la forza delle armi. Quelle immagini, come si scoprì poco dopo, erano false. Non erano “fosse comuni”, ma un normale cimitero, con relative tombe, in cemento, scavate in anticipo.

Nel dicembre del 1989, a infiammare i cuori e le menti degli occidentali contro il dittatore comunista della Romania, Nicolae Ceausescu (fino ad allora corteggiato e riverito nel Mondo Libero perché “meno allineato” all’Urss) fu un’altra bufala: quella di persone “torturate e uccise” dalla Securitate, il servizio segreto rumeno, a Timisoara. Si parlò, allora, di 4632 morti, di cui, nelle immagini diffuse, se ne vedevano 13. Quindici anni di brutale regime repressivo, non facevano testo. Tredici cadaveri sì. Ed erano morti di morte naturale, come si scoprì in seguito alla fucilazione del dittatore. Le ferite erano i segni dell’autopsia effettuata all’obitorio, non quelli delle torture della Securitate.

In Palestina le immagini forti sono il pane quotidiano della propaganda di Hamas e di Al Fatah, tanto che è stato coniato un neologismo, “Palliwood” (la Hollywood palestinese), per riassumere tutti gli usi e abusi delle immagini, sia vere che bufale, delle atrocità del lungo conflitto mediorientale. Un caso su tutti: il video dell’uccisione di Al Dura, bimbo palestinese di 12 anni ucciso a Gaza, nel 2000. Era un video fortissimo, diffuso da France 2. Si disse che gli israeliani ammazzavano deliberatamente i bambini palestinesi. «Uccidendo questo bimbo, gli israeliani uccidono tutti i bambini del mondo» disse Osama Bin Laden in uno dei suoi più noti discorsi incendiari. Dopo 8 anni di inchieste, emerse che Al Dura si ritrovò in mezzo a uno scontro a fuoco. E, secondo l’ultimo studio balistico, venne colpito (ma non ucciso) da un proiettile sparato dai palestinesi. Ma quanti morti e quanta violenza vendicativa ha provocato, sulla pelle dei civili israeliani, quella singola sequenza sull’uccisione di Al Dura? Il danno è tuttora incalcolabile.

«È la stampa, bellezza. La stampa! E tu non ci puoi fare niente. Niente» avrebbe detto il cinico Humphrey Bogart. E invece è legittimo attenderci che ci si possa far qualcosa. Che cosa? Che si distingua, per lo meno, la realtà dall’immagine. La foto o il video ritraggono un singolo tassello del tutto. Vedi l’ufficiale sudvietnamita che spara alla tempia del prigioniero vietcong (altra immagine che cambiò il mondo), ma non sai che cosa abbia subìto il primo a causa del secondo, né sai distinguere fra aggressore e aggredito. Un’immagine è necessariamente selettiva, anche se reale. Non può essere distinta dal punto di vista di chi la coglie e la diffonde. Come tutte le immagini, è facilmente “manipolabile”: non serve intervenire graficamente sulla foto, basta una didascalia sbagliata o volutamente falsa per vedere quel che vuole l’autore.

Ma nell’era dei media e dei social network, rischiamo che l’immagine si sostituisca alla realtà, il dettaglio alla totalità, la sensazione alla conoscenza. Purtroppo, i decisori (a partire dal presidente degli Stati Uniti) dimostrano di piegarsi a questa moda. Lanciano un attacco alla Libia e poi scoprono che la fosse comune era un cimitero. Vabbé, sarà per un’altra volta. Pazienza che la Libia sia tuttora nel caos. Ora il Nobel viene assegnato all’Opac. A un esecutore, nemmeno a un decisore. Perché l’importante è rispondere urgentemente a quelle immagini di “siriani gasati” in un ospedale di Damasco. Il responsabile della guerra non è Assad, né l’Esercito Siriano Libero, né le milizie islamiche. No. È il gas. Il Nobel si assegna a chi lo rimuove, per non vedere più quelle gran brutte immagini.