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Quando le intercettazioni "piacevano" a Palamara

Palamara cade vittima delle intercettazioni, ma nel 2011 si dichiarava a favore della divulgazione di qualsiasi intercettazione, anche se non rilevante ai fini di giustizia e le definì uno strumento investigativo indispensabile per scoprire chi commette reati. Per questo attaccò l’allora Ministro della Giustizia Alfano che voleva riformarle e regolamentarle. 

Il tormentone delle intercettazioni continua a scuotere i palazzi del potere e a riproporre con ciclica regolarità l’interrogativo circa la liceità e l’opportunità di lanciare in pasto all’opinione pubblica registrazioni di telefonate o conversazioni riguardanti personaggi pubblici.

Il Russiagate si basa, ad esempio, su intercettazioni illegali fatte da chissà chi, probabilmente da agenti di servizi segreti internazionali, che senza alcuna autorizzazione hanno captato conversazioni in un hotel di Mosca, il Metropol, durante le quali sarebbero emersi accordi su finanziamenti russi alla Lega.

Non ci sono prove documentali, non ci sono bonifici o somme di denaro versate, tutto è misteriosamente volatile, ma ciò basta per destabilizzare il quadro politico di uno Stato sovrano e per minare la credibilità e la fiducia dell’elettorato nei confronti di una classe politica o anche solo di una forza politica.

Se si ripercorre la storia degli ultimi governi eletti democraticamente nel nostro Paese, lo strumento delle intercettazioni, legali o illegali, è quasi sempre risultato decisivo per provocare la caduta di premier, ministri, sottosegretari, altri vertici istituzionali. Sembra davvero che lo strumento venga utilizzato per quelle finalità. Di fronte al carattere sensazionale di alcune notizie, come quelle degli ultimi giorni su Gianluca Savoini, passano in secondo piano le regole democratiche, l’esigenza di tutelare la privacy di persone che probabilmente non stanno commettendo reati ma solo leggerezze o che si stanno scambiando confidenze, intenzioni, illazioni, presunzioni.

I media diventano quindi cassa di risonanza di abusi che alcuni centri di potere occulto commettono con una regia ben precisa per determinare cambiamenti politici e per sovvertire la volontà popolare.

In passato anche Silvio Berlusconi è stato vittima di questi meccanismi perversi, ma aveva dalla sua un impero mediatico e una struttura di potere che si sono rivelati tetragoni a quegli attacchi. Chissà se la Lega e Matteo Salvini, che pure hanno una classe dirigente formatasi negli anni e radicata nel territorio, sapranno resistere alla bufera che certamente andrà avanti ancora per un po’ a proposito di queste registrazioni di Savoini con personaggi dell’entourage di Vladimir Putin.

Il discorso principale, però, rimane quello dei rischi e delle falle del sistema delle intercettazioni che, anche quando disposte dall’autorità giudiziaria, vengono raccolte e gestite, per conto delle procure, anche da piccole ditte private a conduzione familiare, spesso collegate a poliziotti. Lo hanno peraltro scritto proprio ieri sul Corriere della Sera Milena Gabanelli e Mario Gerevini: «Il costo delle intercettazioni è la voce più rilevante delle spese che gli Uffici giudiziari mettono in conto allo Stato: 169 milioni su 193 nel 2017».

Nella Babele delle intercettazioni legali a uscire con le ossa rotte sono sempre i cittadini, che non hanno certezze e che non possono considerarsi al riparo da abusi.  Se n’è accorto anche Luca Palamara, il pm accusato di aver pilotato nomine per condizionare i vertici delle Procure di Roma e Perugia.

Sembra passato un secolo, eppure eravamo nel 2011, in pieno governo Berlusconi, eravamo nel pieno dello scandalo delle “cene eleganti” di Arcore, che finirono per minare la fiducia degli italiani nel governo Berlusconi. L’allora Guardasigilli Angelino Alfano, anche per porre fine alla propalazione attraverso i media di particolari riguardanti la vita privata del premier e privi di rilevanza penale, ripropose il progetto di una legge contro la pubblicazione di atti giudiziari prima dello svolgimento di un eventuale processo. Ciò a tutela di eventuali indagati e persone coinvolte.

La categoria dei giornalisti insorse, alcuni quotidiani fecero vere e proprie campagne contro quella che definirono “legge bavaglio” e tra i più fieri oppositori del disegno di legge Alfano ci fu anche Luca Palamara, che stava scalando i vertici delle toghe e che da Presidente dell’Associazione nazionale magistrati si dichiarò a favore della divulgazione di qualsiasi intercettazione, anche se non rilevante ai fini di giustizia. Palamara definì le intercettazioni uno strumento investigativo indispensabile per scoprire chi commette reati e per evitare situazioni di impunità e attaccò l’allora Ministro della Giustizia: «La riforma Alfano limita drasticamente la possibilità per le forze dell’ordine e per la magistratura di individuare gli autori di reati di particolare allarme sociale e pregiudica in modo inaccettabile il diritto dei cittadini di essere informati su fatti di interesse pubblico».

Alla fine la riforma Alfano fu bloccata dallo schieramento trasversale di sinistra politica, giornalisti e pubblici ministeri, ma siamo certi che Palamara negli ultimi mesi ha ripensato molto a quei giorni. Lui che è stato uno dei più convinti assertori dell’anarchia intercettatoria ora si trova, anche grazie all’uso di microspie e altri sistemi di captazione (trojan) introdotti dalle recenti normative, pienamente impelagato in una vicenda giudiziaria dai contorni ancora poco chiari, ma che gli sta costando la carriera e gli ha già rovinato l’immagine. La legge del contrappasso evidentemente funziona anche nel caso delle intercettazioni. Ma siamo proprio sicuri che Palamara avrebbe disposto l’ascolto di quelle sue chiacchierate notturne nelle quali si discuteva delle carriere delle toghe e dell’esito di alcuni processi e dalle quali emergono particolari disdicevoli ma probabilmente non elementi di reato?