• THE ECONOMY OF FRANCESCO

Quando i francescani scoprirono il capitalismo

Ad Assisi, dal 26 al 28 marzo 2020, si terrà l’evento “The Economy of Francesco”. Il titolo rinvia, prima di tutto, al Santo di Assisi. Il rischio intellettuale è che si presenti di nuovo l’economia medioevale cristiana come un modello pauperista. Mentre è nel Medio Evo cristiano che è nato il capitalismo (soprattutto grazie ai francescani)

Banca, in una miniatura medievale

Ad Assisi, dal 26 al 28 marzo 2020, si terrà l’evento “The Economy of Francesco”, un evento “di studio, di incontro, di confronto, di ricerca, tra giovani studiosi ed operatori dell’economia, convocati da papa Francesco”. Il titolo rinvia, prima di tutto al Santo di Assisi. Il rischio intellettuale di questo evento è che si presenti di nuovo l’economia medievale cristiana come un modello pauperista, da contrapporre al modello di libero mercato, visto come figlio illegittimo di una cultura protestante o materialista. La visione di un’economia cattolica pauperista è però frutto di luoghi comuni duri a morire. Proprio Murray Newton Rothbard, un esponente della Scuola Austriaca, quella che pone al centro, più di altre, i diritti di proprietà e la responsabilità individuali del libero mercato, ribaltò nei suoi studi il sentire comune degli storici dell’economia: fu il cattolicesimo e scoprire il capitalismo di libero mercato e, all’inizio, furono soprattutto i protestanti a combatterlo. Rothbard, ebreo e agnostico, pur senza battezzarsi o convertirsi arrivò al termine del suo percorso intellettuale a considerarsi “un ardente sostenitore del cristianesimo” e ad aderire ad una visione culturale latu sensu cattolica.

Nel primo volume della sua monumentale storia del pensiero economico (Economic Thought Before Adam Smith), uscita postuma nel 1995, Rothbard rivalutò il Medioevo cattolico come un periodo ricco e creativo della storia europea. La teoria e la pratica del libero mercato infatti sono germogliate, ben prima di Adam Smith, nel mondo cattolico e non in quello protestante. Lungi dall’essere dei mistici che non capivano nulla d’economia, i filosofi scolastici erano degli economisti di notevole valore, che anticiparono alcune acquisizioni teoriche fondamentali come la concezione soggettiva del valore. Alberto Magno (1193-1280) e il suo grande allievo San Tommaso d’Aquino (1225-1274), così come gli scolastici successivi, pensavano infatti che il giusto prezzo di un bene non dipendesse da qualche sua qualità intrinseca, ma fosse quello determinato dalla communis opinio o dalla commune estimatione, cioè dal mercato.

L’ammirazione di Rothbard va in particolare a due francescani: al provenzale Pietro Giovanni Olivi (1248-1298), il vero scopritore della teoria soggettiva del valore; e a San Bernardino di Siena (1380-1444), il quale, oltre a fornire una magistrale analisi delle virtù e della funzione dell’imprenditore, riportò in auge la teoria soggettiva del valore sviluppata da Olivi. Rothbard elogia poi i tardoscolastici della Scuola di Salamanca del Sedicesimo secolo per la loro brillante difesa della proprietà privata, per le acute analisi dei fenomeni di mercato e monetari, per la dura critica dell’intervento del governo nell’economia.

Purtroppo nel Sedicesimo secolo la grande tradizione scolastica era entrata in declino, a causa del contemporaneo attacco proveniente da due campi differenti ma oggettivamente alleati: i protestanti da un lato e gli apologeti dell’assolutismo dall’altro. Alla radice della religione cattolica, spiega Rothbard, vi è infatti la convinzione che Dio possa essere percepito non solo mediante la fede, ma attraverso tutte le facoltà dell’uomo, compresi i sensi e la ragione. Il protestantesimo, specialmente quello calvinista, pone invece Dio completamente fuori dalla portata delle facoltà umane. Per i protestanti l’uomo è troppo corrotto perché possa fidarsi della sua ragione o dei suoi sensi nella ricerca delle leggi naturali, e deve pertanto affidarsi alla rivelazione e all’arbitraria volontà di Dio. In questo modo, dice Rothbard, i protestanti non avevano a disposizione nessuno standard di norme etiche per valutare e criticare l’azione dei governanti, e per questo motivo fornirono poca difesa contro la marea montante dell’assolutismo statale moderno.

Se il protestantesimo aprì la strada allo Stato assoluto, i teorici secolaristi del Cinque-Seicento si impegnarono esplicitamente in sua difesa, con l’obiettivo di svincolare la vita politica da tutti quegli impacci morali che impedivano all’azione dello Stato di svolgersi liberamente. Senza più la critica giusnaturalista dello Stato, i nuovi teorici laici come Jean Bodin abbracciarono la legge positiva dello Stato come l’unico criterio politico ammissibile. Rothbard paragona quindi i protestanti antiscolastici che esaltarono la volontà arbitraria di Dio come unico fondamento dell’etica ai teorici dell’assolutismo che, allo stesso modo, elevarono l’arbitraria volontà del governante allo status di incontestabile e assoluta “sovranità”.

Rothbard ricorda che furono i gesuiti i primi a notare questo stretto collegamento tra i leader protestanti come Lutero e gli amorali teorici della politica come Machiavelli: i due veri e propri padri fondatori del moderno Stato secolarizzato. Entrambi, rifiutando per differenti ragioni la legge naturale elaborata dalla scolastica cattolica come base morale della politica, si sbarazzarono degli unici criteri sviluppati nei secoli per valutare e condannare le azioni dei governanti. Non il papato, ma lo Stato rappresentava per Lutero lo strumento di Dio, e pertanto i sudditi gli dovevano la più assoluta obbedienza. Per Machiavelli invece occorreva abbandonare ogni tentativo di giudicare la politica o il governo sul metro dell’etica cristiana, dato che quest’ultima andava subordinata all’imperativo supremo del mantenimento e dell’espansione dello Stato.

Rothbard ritiene inoltre che la famosa tesi di Max Weber, che attribuisce la nascita del capitalismo al concetto calvinista di “chiamata”, malgrado le sue fruttuose intuizioni, debba essere respinta. Il capitalismo moderno, infatti, non inizia con la rivoluzione industriale del Diciottesimo secolo, ma nel Medioevo e in particolare nei comuni cattolici dell’Italia centro-settentrionale, come dimostrato dal fatto che qui vennero inventate le nuove tecniche finanziarie e commerciali quali la banca e l’impresa, la lettera di cambio, la ragioneria, la partita doppia: novità che i teologi scolastici cercarono via via di comprendere e giustificare. Rothbard ricorda che la prima classica formula pro-capitalista, “In nome di Dio e del profitto”, si ritrova in un libro contabile fiorentino del 1253, e che ancora nel Cinquecento la cattolica città di Anversa era il maggior centro commerciale e finanziario. Inoltre il più importante banchiere e finanziere dell’epoca era Jacob Fugger, un buon cattolico della Germania del Sud; egli lavorò per tutta la vita, rifiutò di ritirarsi e annunciò che avrebbe continuato a far denaro fino a quando avesse potuto: un primo esempio, osserva Rothbard, di weberiana “etica protestante” in un solido cattolico.

Questa tesi di Rothbard sul ruolo avuto dalla scolastica medievale nella preparazione dello spirito capitalistico ha trovato conferma negli studi recenti di Michael Novak e di Rodney Stark. Ma va ricordato che anche il noto sociologo tedesco Werner Sombart era giunto alla medesima conclusione. In un suo libro del 1913, Il borghese. Lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico, sviluppò queste illuminanti considerazioni: «Qualunque sia la causa che ha condotto spontaneamente alla elaborazione di un razionalismo economico, non si potrà porre in dubbio che esso abbia trovato un potente appoggio nel dogma della Chiesa, che tendeva a realizzare nel complesso dell’esistenza umana quanto il capitalismo doveva attuare nella vita economica. San Tommaso sapeva che chi vive in castità e con moderazione soccombe più difficilmente al peccato di sperperare, e si rivela anche in altri modi migliore amministratore. Ma oltre alla prodigalità, la morale cristiana combatte anche altri nemici della concezione borghese della vita. Soprattutto l’ozio, che anche per lei è “il principio di ogni vizio”. Accanto all’industriosità e alla parsimonia gli scolastici insegnarono anche una terza virtù borghese: il decoro, l’onestà o onorabilità. Io credo che dobbiamo all’opera educativa della Chiesa una considerevole quantità di quell’elemento che, sotto la forma della solidità commerciale, è parte tanto importante dello spirito capitalistico».