• DOPO LE PAROLE DEL PAPA

Psicologia e cattolicesimo: la soluzione è antropologica

Quando ho letto lo slogan rimbalzare da una testata all'altra mi è venuto da ridere.

«Il papa sdogana la psicoanalisi» (in tempi cristiani si sarebbe scritto «battezza», o «benedice»).

Ovviamente Francesco non ha fatto nulla di simile. Ha semplicemente dichiarato: «Per sei mesi sono andato a casa sua [di una psicoanalista ebrea] una volta alla settimana per chiarire alcune cose». Tutto qui. Una breve consultazione, non sappiamo né il perché né con quale esito.

Tanto per dire: papa Benedetto suonava il pianofortestrumento bandito dalle chiese; eppure nessuno si è mai sognato di scrivere «Il papa sdogana il pianoforte». Sarebbe stata una solenne sciocchezza.

Invece accade anche questo, durante questo pontificato. I commenti, poi non sono da meno: la Chiesa avrebbe «sempre osteggiato con tutti i mezzi, anche “illegali”, la psicoanalisi, avvertita come pericolosa concorrente, come “colpevole” di aver infranto il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime».

Finalmente «Francesco non soltanto ha “sdoganato” la psicoanalisi ma l’ha elevata a “compagna” dell’anima umana». Niente di meno.

Ma vediamolo, l'atteggiamento della Chiesa nei confronti della psicoanalisi. Cosa hanno detto i predecessori di Francesco a proposito  della psicoanalisi?

Parlando il 14 settembre 1952 ai partecipanti al Primo Congresso Internazionale di Istopatologia del Sistema Nervoso, Pio XII aveva affermato:

«Per liberarsi da pulsioni, inibizioni, e complessi psichici, l'uomo non è libero di eccitare in se stesso, per scopi terapeutici, tutti e singoli quegli appetiti della sfera sessuale che s'agitano o si son agitati nel suo essere, e sommuovono i loro impuri flutti nel suo inconscio o nel suo subconscio. Non può farne l'oggetto delle sue rappresentazioni o dei suoi desideri pienamente consci, con tutte le scosse e le ripercussioni che sono conseguenza di un tale modo di procedere. Per l'uomo e per il cristiano esiste una legge d'integrità e di purità, di stima personale, la quale proibisce d'immergersi così completamente nel mondo delle rappresentazioni e delle tendenze sessuali. L'interesse medico e psicoterapeutico del paziente trova qui un limite morale. Non è provato, anzi è inesatto, che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte integrante indispensabile di ogni psicoterapia seria e degna di tal nome; che l'aver trascurato nei tempi passati questo metodo abbia causato gravi danni psichici, errori nella dottrina e nella pratica dell'educazione, nella psicoterapia e anche e non meno nella pastorale; che sia urgente riempire questa lacuna e iniziare tutti coloro che si occupano di questioni psichiche alle idee direttrici e perfino, se occorre, all'applicazione pratica di questa tecnica della sessualità».

Nell’aprile dello stesso anno sul Bollettino del Clero romano fu pubblicata una dichiarazione che qualificava come «peccato mortale » ogni pratica della psicoanalisi.

In occasione del Sinodo Romano del 1960, Giovanni XXIII fece inserire un articolo (n. 239) che metteva in guardia nei confronti di un abbandono incondizionato del paziente nelle mani dello psicoanalista; e nel 1961 volle che il Sant’Uffizio emettesse un Monitum per condannare l’opinione secondo la quale la psicoanalisi sarebbe necessaria per ricevere gli ordini sacri, o per lo meno come esame attitudinale per i candidati al sacerdozio; questo documento, inoltre, esprimeva il divieto a chierici e religiosi di praticare la psicoanalisi, e ai seminaristi di ricorrervi (se non con il permesso dell’Ordinario e per gravi motivi).

Anche Paolo VI criticò la psicoanalisi diverse volte; in particolare rimproverava a questa dottrina di essere una «psicologia dal basso». Questo pontefice ha indicato più volte le sublimi vette che l’animo umano può raggiungere mediante l’ascesi, contrapponendole al «torbido fondo» che, secondo la psicoanalisi, costituirebbe la vera natura umana, da assecondare e liberare.

Giovanni Paolo II ha toccato in più occasioni il tema dell’incompatibilità tra antropologia cattolica e psicoanalisi. In particolare, nell’udienza generale del 29 ottobre 1980, il Santo Padre si riferisce a Freud come ad un «maestro del sospetto», che accusa implacabilmente il cuore dell’uomo di «concupiscenza della carne».

Questa chiarissima posizione può essere dettata solo dal desiderio di conservare «il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime»? O c'è un motivo più profondo e serio?

Rudolf Allers, l'unico cattolico ammesso alla presenza di Freud, l'ha scritto con chiarezza: ciò che differenza una psicologia dall'altra è l'antropologia sulla quale essa di fonda.

L'antropologia cattolica è nota: è quella aristotelico-tomista.

L'uomo è un essere razionale, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. La sua facoltà più elevata, quella che lo rende simile al Creatore, è la ragione. Essa ha il compito di discernere il bene e il male. Le passioni sono al servizio della ragione, come nel mito platonico della biga alata: hanno il compito di condurre l'uomo verso il bene e lontano dal male.

E la psicoanalisi?

Per questa disciplina il nucleo fondante l'uomo non è la ragione, bensì l'inconscio, ossia le passioni (che Freud chiama «pulsioni» perché convinto che il loro fondamento sia biologico).

L'istanza morale (cioè la ragione) nella psicoanalisi è il Super-io: «il veicolo della tradizione, di tutti i giudizi di valore imperituri che per questa via si sono trasmessi di generazione in generazione» (Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere vol XI, Boringhieri, Torino 1979, pag. 179). Bene. Anzi no, perché il Super-io è considerato da Freud un «tiranno» «crudele».

Abbiamo quindi, nella psicoanalisi, un perfetto rovesciamento dell'antropologia cattolica.

Non solo. Quali sono le passioni originarie che costituiscono il fondamento antropologico freudiano? Le pulsioni sessuali (eros) e omicide (thanatos). Le stesse passioni originarie che, secondo Nietzsche, potremmo liberare se eliminassimo la metafisica (cioè la ragione di Tommaso, il Super-io di Freud): stupro e omicidio.

Dunque la diffidenza della Chiesa nei confronti della psicoanalisi qualche fondato motivo (a parte la conservazione di immaginari monopoli) ce l'ha. E pure con ragione, se consideriamo cosa accadde quando i chierici avvicinarono la psicoanalisi (mi riferisco all'abate Lamercier e a don Eugen Drewermann, dei quali non possiamo occuparci per ragioni di spazio).

Certo, non è mancato chi abbia tentato di «sdoganare» davvero la psicoanalisi cercando «ciò che unisce e non ciò che divide».

Penso a Leonardo Ancona; penso a chi ha tentato di «battezzare» Jung perché «rispetto a Freud è aperto alla spiritualità» (peccato che sia una spiritualità gnostica e demoniaca); penso a chi va a recuperare pseudo-sconosciuti psicoanalisti «ostili alle religioni organizzate ma non alla fede».

Siamo ben lungi da una sintonia tra cattolicesimo e psicoanalisi, nonostante tutti gli sforzi.

Non mancano nemmeno i cattolici psicoanalisti; ne conosco e stimo diversi. Ottimi professionisti, ma costretti a scindersi tra le due appartenenze.

La soluzione è quella di costruire una psicologia partendo dal fondamento antropologico artistotelico-tomista. Gli esempi – autorevoli, anche se sconosciuti ai più – non mancano: Rudolf Allers sopra a tutti; e poi Terruwe e Baars, Magda Arnold... Autori ai quali, coraggiosamente quanto meritoriamente, l'editore D'Ettoris sta cercando di dare una voce con una apposita collana.

Niente sdoganamenti, dunque, niente scorciatoie; studio e duro lavoro. Solo in questo modo si avrà una piena e fruttuosa collaborazione tra psicologia e cattolicesimo.