• LA CERIMONIA PER IL DJ

Preghiera per Fabo, pietà cristiana strumentalizzata

La curia consente una preghiera pubblica in chiesa per dj Fabo. Radicali e Repubblica esultano strumentalizzando un normale gesto di pietà: “Finalmente la Chiesa si apre, come non aveva fatto con Welby". Al di là delle intenzioni è però una soluzione di compromesso che accontenta tutti. Ma rifiutando la messa di suffragio come si può pregare sapendo di aver offeso Dio?

La notizia della preghiera pubblica per Fabiano Antoniani nella chiesa di Sant’Ildefonso non poteva non essere strumentalizzata dalla compagnia di giro radicale. E’ puntualmente accaduto quando Marco Cappato ha commentato l’annuncio fatto dalla fidanzata della cerimonia prevista per venerdì. Nell’ormai nutrito carnet della causa eutanasica mancava giusto giusto la Chiesa da arruolare nella battaglia. 

“Dieci anni fa la Chiesa chiuse le porte in faccia a Welby, oggi non è così”. A Cappato ha fatto eco Mina, la vedova di Piergiorgio Welby secondo la quale la preghiera per Fabo è segno di un cambiamento della Chiesa di fronte all’eutanasia merito di Papa Francesco.

Le cose in realtà stanno diversamente e a guardarci dentro sono esattamente come erano dieci anni fa. Ma l’ingordigia dei Radicali, dopo aver arruolato media, politici e personaggi pubblici, doveva trovare uno sbocco per affermare l’idea che anche la Chiesa ormai ha cambiato idea. Su tutti i commenti svetta quello saccente e impresentabile per assenza di profondità del vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini. Salito sul pulpito e vestiti gli abiti sacerdotali di chi pensa di poter insegnare ciò che non sa, ringrazia Papa Francesco per aver finalmente sdoganato una Chiesa che era chiusa, retrograda, nemica dell'uomo. S'impanca a dottore teologo nel classificare come «un gesto di straordinaria misericordia» quello che in realtà è quanto, ordinariamente, la Chiesa ha sempre fatto: cioè pregare per le anime. Tutte. Ma non si può pretendere che Giannini conosca la storia della Chiesa. Però se la Chiesa viene così strumentlizzata sarà bene che qualcuno tra le gerarchie si ponga delle domande. 

E’ bene chiarire che anche nel caso di Fabo non si tratta di una messa funebre perché questa è stata non solo rifiutata dal povero 39enne suicida in Svizzera, ma non sarebbe mai stata permessa come appunto accadde a Welby dato che entrambi hanno deliberatamente e coscientemente posto fine alla loro vita, contraddicendo così il progetto creatore di Dio. In realtà quella di venerdì non è nient’altro che una preghiera, un modo per rivolgersi a Dio e, utilizzando le parole del portavoce della curia ambrosiana don Davide Milani “per partecipare al momento di prova di questa famiglia, come spesso succede per i nostri fedeli”. Cioè quello che la Chiesa fa da millenni: stare vicino con la pietà e la preghiera a chi soffre e non c’è dubbio che la famiglia di Fabo rientri tra questi. Solo Giannini non lo sa. 

Dov’è dunque la novità? Non c’è, così come non ci sarebbe se un fedele volesse chiedere una preghiera per il tiranno più feroce della storia. Su questo la Chiesa è da sempre chiara: non si negano le preghiere a nessuno se a chiederle sono i famigliari o gli amici affranti dal dolore. 

E’ scorretto dunque, oltre che falso, ma rientra nella consueta tecnica Radicale, presentare una preghiera come un’accettazione dell’eutanasia da parte delle gerarchie ecclesiastiche; così come è scorretto e falso accomunare il mancato funerale a Welby con “il saluto” a Fabo mascherato da messa funebre. Si tratta di due cose diverse. In questo caso si ha solo una preghiera, un atto di devozione. Ciò che Welby non chiese mai e che probabilmente non gli sarebbe mai stato negato. 

Ma è chiaro che il tentativo Radicale rientra appieno nella strategia del film diretto da Cappato & co. Per arrivare ad una legge sull’eutanasia serve il consenso, tacito almeno, delle gerarchie ecclesiastiche. Ecco che si utilizzano così tutte le armi per provocarlo o quanto meno per suscitare un atteggiamento che possa essere strumentalizzato a tal punto da sembrare un via libera. E’ questo che i Radicali adesso vogliono e la preghiera di venerdì, ampiamente pubblicizzata su Facebook con tanto di locandina, rientra nel piano.

Al di là delle intenzioni della madre di Fabo e dei famigliari stretti o di chi lo ha conosciuto bene, per i quali la preghiera rappresenta un sincero e sofferto atto di devozione, in quanti invece parteciperanno all’evento di venerdì in chiave prettamente politica, per segnare il territorio sacro nella speranza di aver messo una bandierina anche lì? In molti e tra questi ci sono sicuramente i Radicali, che facendo sfoggio del loro ottuso anticlericalismo, non saranno certo in Sant’Ildefonso per chiedere a Dio di accogliere l’anima del poveretto tra le sue braccia.

La curia di Milano avrà sicuramente ponderato le ricadute politiche di quell'evento e avrà le sue ragioni. Ma che ci sia una strumentalizzazione di ciò che dovrebbe restare nel recinto del sacro è indubbio ed è bene che qualcuno si interroghi sulla facilità con la quale si lasciano aperti degli spiragli che possono portare poi a interpretazioni diametralmente opposte alle intenzioni iniziali. 

Questo però impone una ulteriore riflessione: nelle sue disposizioni Fabo aveva rifiutato il funerale religioso, ma non aveva rifiutato che una volta morto si sarebbe potuto pregare per lui. E’ questo quanto ha detto anche padre Vincent Nagle, l’unico sacerdote ad aver avuto contatti con il dj prima della morte. 

Lo stesso don Vincent non si era detto contrario ad una messa di suffragio per lui. Ma ciò che poteva diventare sensato e giusto, soprattutto per il bene della sua anima, è stato a sua volta rifiutato dai famigliari con la motivazione che Fabo avrebbe preferito così. Non ci sono soluzioni à la carte: pregare per l’anima di un defunto, la Chiesa lo traduce da sempre con una messa di suffragio affinché Dio onnipotente accolga quell'anima tra le sue braccia e la perdoni dei suoi peccati. Rifiutato questo, si è imposta così un’autodeterminazione anche nella disciplina del suffragio, ridotto così a semplice ricordo. 

Questa distinzione tra la preghiera e la messa di suffragio a molti, sicuramente a "don" Massimo Giannini, potrà sembrare una questione di lana caprina, in realtà rappresenta un punto determinante. Perché la preghiera è pur sempre un atto soggettivo, mentre la messa è un’azione oggettiva, sacramentale. E’ lo strumento messo a disposizione da Cristo stesso per offrire a Dio le nostre pene e ottenere da lui le grazie.

Acconsentire ad una mera cerimonia di preghiera di ricordo e rifiutare a Fabo una messa di suffragio, i cui benefici sono inestimabili per la salvezza eterna delle anime, risulta così il solito pasticcio all'italiana. Una soluzione di compromesso che tende ad accontentare tutti: la curia che preserva così il diritto canonico, ma non si fa impallinare da Repubblica, i pasdaran dell’eutanasia e la famiglia che pensa così di aver rispettato le volontà del defunto. Ma non fa il bene precipuo dell’anima per la quale si dovrebbe fare tutto questo e che di quel sacrificio invece avrebbe bisogno, come tutti noi, del resto. E’ una verità che la Chiesa insegna. O almeno insegnava.

Ma è bene riflettere sul fatto che il rifiuto della messa è già di per se stesso un atto di ostilità a Dio, una grave offesa alla sua signoria. Pertanto risulta contraddittorio e per certi versi incomprensibile, il limitarsi ad una semplice preghiera, per accontentare tutti, dopo che si è convintamente rifiutato l’aiuto del Cielo.

Come si può pregare dopo che si è rifiutato tutto questo?