• INVERTIRE LA ROTTA

Polonia e Ohio vogliono vietare l'aborto dei disabili

Manifestazione pro Life in Polonia
Nell’Occidente secolarizzato dove l’eugenetica si sta radicando nella mentalità comune tanto da non fare più orrore a molti, la Polonia cerca nuovamente di invertire la rotta con una proposta che limiterebbe l’aborto delle vite più fragili. Il gruppo Life and Family Foundation ha infatti chiesto alla Camera bassa di registrare un’iniziativa legislativa, che ha come primo obiettivo una raccolta firme a sostegno della proposta che mira a rendere illegali gli aborti praticati per difetti fetali. Per le norme vigenti in Polonia, l’aborto è legale in caso di stupro, incesto, pericolo per la salute della madre e appunto malformazioni fetali. Le classiche ragioni, insomma, che vengono addotte per legalizzare la soppressione dei bambini prima della nascita e peraltro incapaci di evitare ulteriori abusi, visto che anche in Polonia l’applicazione concreta della legge è più larga di quanto dovrebbe essere sulla carta e porta ad abortire nascituri senza alcuna motivazione medica, per il solo fatto cioè di avere un handicap o la sindrome di Down.
 
L’iter è appena all’inizio, ma se la proposta dovesse un giorno essere approvata sarebbe un primo passo nella direzione giusta. “Un tale cambiamento nella legge, sebbene piccolo, salverebbe molte vite”, ha detto la giovane Kaja Godek, una leader del movimento pro-life polacco, in cui militano diverse donne a dispetto della narrazione fatta dal sistema mediatico dominante. Secondo la Godek, circa mille dei 1044 aborti ufficiali eseguiti in Polonia nel 2015 hanno alla base motivi legati a malformazioni ed anomalie genetiche. Ecco perché escludere questa fattispecie aumenterebbe la protezione dei bambini in grembo e aiuterebbe a diffondere una cultura sana, che considera ogni vita umana un bene prezioso da custodire.
Dopo il tentativo dell’anno scorso, quando i pro-life polacchi avevano cercato di modificare la legge del 1993 per inserire il principio che l’aborto volontario è un reato senza eccezioni, si sta facendo quindi un altro tentativo, più graduale, ma senza perdere di vista l’obiettivo di arrivare ad una piena protezione legale del diritto alla vita del nascituro, fondamento di ogni altro diritto e quindi della stessa convivenza umana.
 
La proposta del 2016 - nata dal basso, firmata da 450 mila cittadini e che aveva ottenuto un primo convinto “sì” dal parlamento - era naufragata in seguito alle pressioni internazionali e alla marcia di protesta delle donne pro-aborto, che si erano vestite di nero per inscenare la morte dei loro “diritti”. Ma pochi giorni dopo la retromarcia del suo partito Diritto e Giustizia, il presidente polacco Andrzej Duda aveva manifestato il suo appoggio ad un’eventuale modifica volta a restringere le maglie dell’aborto. A distanza di alcuni mesi, è stata lanciata dai cittadini quest’altra iniziativa e l’auspicio è che stavolta ottenga il fine sperato.
 
La confortante notizia dalla Polonia arriva negli stessi giorni in cui il Tribunale Costituzionale del Cile ha dato il via libera alla legge che introduce l’aborto legale e dopo il servizio dell’emittente statunitense Cbs, che ha fatto il punto sulla situazione dell’Islanda, dove negli ultimi anni la percentuale di aborti di bambini con sindrome di Down è vicina al 100%. Secondo l’inchiesta della Cbs, nell’isola dell’Europa settentrionale nascono in media uno-due bambini all’anno con la trisomia 21, mentre diversi altri bambini non vengono alla luce dopo l’esito dei test prenatali che individuano la sindrome con un’accuratezza dell’85%. Quei test sono facoltativi, ma per il governo tutte le mamme in gravidanza devono essere informate sulla loro disponibilità e il risultato è che tra l’80 e l’85% delle donne si sottopongono allo screening prenatale e – se emerge l’esistenza della sindrome – nella gran parte dei casi si prende la decisione di abortire.
 
“In Islanda ancora nascono bambini con la sindrome di Down”, ha spiegato Hulda Hjartardottir, direttrice dell’unità di diagnosi prenatale del Landspitali, un importante ospedale di Reykjavik. “Alcuni di loro nei nostri test di screening risultavano a basso rischio [di avere la sindrome], e così non li abbiamo individuati”. Grazie al cielo, viene da dire, visto quale sarebbe potuto essere l’esito della scoperta. In Islanda c’è anche chi, come Thordis Ingadottir - madre di Agusta, una bambina di sette anni con la sindrome di Down -, si batte per i diritti di queste persone, ma è una delle rare eccezioni che si sforza di cambiare una cultura eugenetica fin troppo diffusa.
 
Di fronte a questa cultura mortifera, la risposta più efficace l’ha data l’attrice americana Patricia Heaton con un semplice tweet: “In realtà l’Islanda non sta eliminando la sindrome di Down. Stanno solo uccidendo chiunque ce l’abbia. C’è una grande differenza”. Un giudizio cristallino rispetto ad un male inaccettabile, che lungi dall’eliminare l’anomalia cromosomica elimina la persona e con essa una sorgente d’amore capace di illuminare la nostra vita. Un giudizio molto lontano dal modo in cui alcuni quotidiani influenti di casa nostra, su tutti La Repubblica, hanno trattato la notizia, presentandola quasi con uno stile d’agenzia ed evidenziando nel titolo il concetto di “scelta” dei genitori, rafforzando di fatto quella drammatica confusione tra bene e male che caratterizza le nostre società di oggi, come se la scelta tra un’opzione e l’altra fosse equivalente. Del resto, non sorprende: la logica di chi sostiene l’aborto è proprio quella che sia legittimo “scegliere” di terminare la vita del bambino custodito nel grembo materno. Dalla scelta individuale reclamata come diritto ad una serie di scelte individuali (condizionate dalla cultura in cui siamo immersi) che portano all’eliminazione sistematica di bambini con un’anomalia cromosomica, il passo è breve.È la tara culturale frutto delle leggi contro la vita introdotte negli ultimi decenni in tutto l’Occidente.
 
Ma in questo mese d’agosto la reazione rispetto a tale deriva non arriva dalla sola Polonia. In Ohio, infatti, il Senato sta considerando una proposta di legge che renderebbe illegale abortire un bambino perché affetto dalla sindrome di Down: la ratio della norma è la non discriminazione. Un concetto di cui in questi anni chi detiene il potere sta abusando per inventare diritti contrari al bene comune e che adesso, per una volta, potrebbe essere applicato nel verso giusto, per ricordare che ogni vita è un dono.