• IL CASO "AVVENIRE"

Polonia e ius soli, c'è digiuno e digiuno

Avvenire

E’ impressionante la velocità con cui si tenta di secolarizzare la vita cattolica. C’è una esasperata tendenza a rendere tutto “umano”, ma così facendo inevitabilmente lo si rende “troppo umano”. La “svolta antropologica” sta dando tutti i suoi pessimi frutti. Pensare che i giochi veri si facciano in Cielo più che in terra è ormai considerata blasfemia. I pranzi in chiesa e i catechisti presi dal mondo, come Staino e Vasco Rossi, ci fanno prevedere qualche nuova edizione dei Vangeli firmata da Erode e Ponzio Pilato.

Nei giorni scorsi, Avvenire ha presentato con convizione lo sciopero della fame (meglio, il “digiuno a staffetta” come l’ha chiamato Luigi Manconi) per l’approvazione della legge sullo ius soli da parte di Del Rio, Enzo Bianchi ed altri della Comunità di Bose, Chiamparino, Cecile Kyenge, Curzio Maltese, Bindi e don Ciotti e così via. “Superata quota 400” titolava il quotidiano dei vescovi. Sembrava si trattasse di un “digiuno” cristiano, sul tipo di quello che si fa in Quaresima o che la Madonna ha raccomandato in varie apparizioni.

Sempre Avvenire nel numero di ieri si è velatamente dissociato dalla grande preghiera del Rosario lungo i confini della Polonia di sabato 7 ottobre scorso, rimarcando – a suo dire - il pericolo corso dai polacchi di favorire, col loro gesto, possibili ricadute umane e politiche negative: esso avrebbe potuto malauguratamente esprimere una “prova di forza”, un “orgoglio cattolico”, “un invito a sbarrare le porte a chi professa un credo diverso”, a “fermare l’Islam”, animando una identità chiusa o, per scendere ancora di più nel banale, a costruire muri anziché ponti.

Da un lato c’è il profano elevato a sacro e dall’altro il sacro che deve tenere conto del profano. Si tratta di due modi per annullare la differenza tra sacro e profano che Karl Rahner invocava già molti anni fa, ossia la “tendenza a parlare non di Dio, bensì del prossimo, a non dire Dio, bensì mondo e responsabilità verso il mondo”.

Pregare perché il Cielo ci dia la forza per proteggere la nazione e la sua identità diventa un atto politicamente negativo. Chiedere a Maria l’intercessione per la difesa contro le invasioni significa fare una politica contraria al dialogo. Chiedere al Signore il dono della pace non secondo il concetto che ne hanno le élites politiche europee è visto come un atto di guerra. I fedeli polacchi si sono mossi lungo una visione teologica della storia, vista nel mistero della caduta e della redenzione, della colpa e dell’espiazione, dell’apostasia e della misericordia, secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, mentre i loro critici hanno riportato le cose a livello umano, “troppo umano”. Hanno voluto fare i conti alle Grazie che sarebbero scese dal cielo dopo il Grande Rosario Polacco, per “disciplinarle” e non renderle troppo dirompenti rispetto ai programmi dell’Unione Europea o del governo italiano.

Tra uno sciopero della fame per motivi politici (come quelli storici di Pannella) e il digiuno penitenziale del fedele cattolico (per esempio nel senso altissimo praticato da San Francesco d’Assisi) c’è un abisso di differenza. Nel primo caso si testimonia se stessi, nel secondo si testimonia il Signore. Nel primo caso si va sui giornali, nel secondo caso si bada bene di non essere visti. Nel primo caso ci si vuole guadagnare, nel secondo caso ci si vuole perdere (per poi autenticamente ritrovarsi) in qualcosa di più Grande di noi. Nel primo caso si combatte contro una legge dello Stato, nel secondo si combatte contro le forze demoniache. Nel primo caso si rimane nella dimensione terrena delle cose perché lo sciopero della fame è una azione umana di lotta e di dissenso, nel secondo si trascende la dimensione umana, non per negarla ma per recuperarla purificata. La prima è indirizzata a negare, la seconda è indirizzata ad elevare.

I fedeli polacchi che hanno pregato ai confini non lo hanno fatto contro forze umane ma contro le potenze delle tenebre, che si impossessano anche delle forze umane talvolta e, a quanto sembra, in particolare oggi. Ogni preghiera è anche contro e non solo a favore: contro il male per il bene, contro Satana e per Dio. Una preghiera asettica, sdolcinatamente confortevole e politicamente corretta, non è una preghiera. Quando si chiede a Dio qualcosa gli si chiede anche di impedire il contrario, se è nella Sua volontà. Se gli si chiede di darci la forza per il bene, gli si chiede anche di darci la forza contro il male. La preghiera è anche cosa dolorosa perché è un combattimento. Chi prega sa che con la preghiera è possibile salvare delle anime dalla perdizione. Chi prega sa che i sui effetti nel Corpo Mistico della Chiesa sono noti solo a Dio e sovrastano ampiamente i bilanci di Avvenire.

Pensare che una preghiera di popolo credente possa contraddire qualche interesse terreno vuol dire farne cosa politica e non spirituale, proprio come accostare tra loro sciopero della fame e digiuno cristiano.

 

 

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