• RAPPORTO IPCC

Per salvare il pianeta adesso ci vieteranno la carne

Il nuovo rapporto dell'Ipcc, l'agenzia Onu per il clima, si dedica all'uso dei suoli ma per arrivare sempre alle solite conclusioni: i paesi ricchi sono i responsabili del cambiamento climatico, che colpisce soprattutto i paesi poveri. Da qui la necessità di cambiare stili di vita e pagare il tributo al Sud del mondo. E tra gli stili di vita, si lancia in grande stile la guerra alla carne, soprattutto quella rossa, perché richiederebbe troppi terreni coltivati per alimentare gli animali, che a loro volta sono responsabili di una grande quantità di gas serra. L'ossessione continua.
- ALLARMISMO CLIMATICO, È PIU' POLITICA CHE SCIENZA, di Riccardo Cascioli

"Meno carne = meno caldo": aperto un nuovo fronte

Si è concluso l’8 agosto a Ginevra il 50° summit dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’agenzia delle Nazioni Unite per il clima, che ha riunito scienziati e politici di tutto il mondo in vista della pubblicazione di un rapporto destinato a diventare nelle intenzioni dell’Ipcc il documento più autorevole in materia di uso dei suoli, fondamentale nei futuri negoziati sul cambiamento climatico. Il documento si intitola “Rapporto speciale su cambiamento climatico e suolo”, è stato redatto da 107 scienziati di 52 paesi. L’Ipcc tiene a precisare che il 53% degli autori provengono da paesi in via di sviluppo e che quindi quello presentato è il primo rapporto della agenzia Onu scritto da più autori di paesi in via di sviluppo che di paesi sviluppati.

L’opera, che ha richiesto due anni di lavoro, viene dopo il “Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5 gradi Celsius” pubblicato lo scorso ottobre. A settembre sarà seguita da un “Rapporto speciale sugli oceani e la criosfera in un clima che cambia”.

“Cambiamento climatico e suolo”, è l'ennesimo documento parte di una propaganda martellante che deve confermare in tutti i modi che il cambiamento climatico attualmente in corso è di origine antropica. I suoli, spiega il rapporto, possono sia aumentare che ridurre il CO2. Le terre non coltivate coperte di vegetazione ci proteggono dall’aumento delle temperature perché gli alberi assorbono il CO2, che ne è responsabile, e lo fissano nei terreni. Il problema sono le terre coltivate. Secondo gli autori, da un quarto a un terzo di tutte le emissioni di gas serra oggi derivano da un uso sbagliato dei suoli.

Ecco dunque una dura condanna dei danni inflitti dall’uomo alla superficie della Terra: questo abuso deve finire – ammoniscono – se si vuole evitare un catastrofico aumento delle temperature; per riuscirci bisogna operare delle scelte difficili e tuttavia indispensabili. Le soluzioni proposte si articolano in sei punti: proteggere tutte le foreste naturali, in particolare quelle tropicali; cambiare la dieta, mangiando meno carne rossa e più verdure; salvaguardare le torbiere e ripristinarle dove è possibile; continuare a coltivare raccolti per produrre energia, ma solo su piccola scala locale; incrementare le agro-foreste, dove raccolti alimentari sono mescolati agli alberi; aumentare la varietà dei raccolti.  

Ma sono soluzioni su cui ancora si discute. C’è chi propone di concentrare le coltivazioni intensive su porzioni di terra il più possibile piccole, per lasciare tutto lo spazio possibile alla vegetazione spontanea che assorbe il CO2. Altri suggeriscono di optare per colture meno intensive, più “climate-friendly”, ma questo comporta sacrificare estensioni maggiori di terre lasciate alla vegetazione spontanea. 

Il rapporto sottolinea che gli ostacoli da superare sono tanti. Gli autori sperano di essere stati abbastanza convincenti da motivare i politici ad adottare politiche e pratiche che contrastino e mitighino la crisi climatica, incluse delle campagne di informazione per riuscire a convincere, e in tempi brevi, centinaia di milioni di agricoltori a coltivare la terra in modo diverso.

Riproponendo un altro dei ritornelli tipici dell'ideologia cambioclimatista, il rapporto ricorda che gli agricoltori più poveri sono i più danneggiati dal riscaldamento globale – già adesso, dicono, ci sono paesi gravemente colpiti da insicurezza alimentare a causa del cambiamento climatico – e al tempo stesso sono i meno in grado di procurarsi nuove tecnologie per cambiare il loro modo di coltivare.

Questa considerazione sposta l’attenzione dal piano operativo a quello morale perché i paesi e le popolazioni più vulnerabili sono gli stessi che producono pochissimo CO2. “Lotta alla fame: indice del clima & della vulnerabilità alimentare”, il rapporto appena pubblicato da Christian Aid, l’organizzazione no profit britannica impegnata nella lotta contro la povertà, rivela che i dieci paesi più colpiti da insicurezza alimentare a causa del cambiamento climatico producono meno di mezza tonnellata di CO2, in totale appena lo 0,08% delle emissioni totali. Tutti tranne due sono paesi africani: in testa il Burundi, seguito da Repubblica democratica del Congo, Madagascar, Yemen, Sierra Leone, Ciad, Malawi, Haiti, Niger e Zambia. Gli abitanti del Burundi, ad esempio, producono 0,027 tonnellate di CO2 per persona all’anno. Per un confronto, un cittadino statunitense produce 581 tonnellate di CO2 all’anno, un russo ne produce 454. “La nostra ricerca – spiega il dottor Samuel Myers dell’università di Harvard – dimostra che le persone più esposte all’impatto del cambiamento climatico sono quelle che ne sono meno responsabili e questo dimostra chiaramente che il cambiamento climatico è anche una crisi di carattere morale”.

Va da sé che le popolazioni responsabili del global warming sono quelle dei paesi industrializzati, sviluppati, ricchi: sta a loro rimediare sia cambiando stili di vita sia accollandosi gli oneri finanziari dei danni provocati.

Tra le abitudini di cui gli Occidentali si devono pentire, ammoniscono gli autori del rapporto Ipcc, ci sono lo spreco di cibo e soprattutto l’abuso di carne rossa. La passione per la carne rossa – avvertono – sta causando uno stress gravissimo sui suoli perché richiede una enorme quantità di raccolti destinati ad alimentare gli animali i quali inoltre producono metà delle emissioni mondiali di metano, un altro gas serra. “Non stiamo dicendo alla gente di non mangiare più carne, ci sono luoghi in cui la gente non ha altra scelta – ha detto il professor Pete Smith, scienziato ambientale della Aberdeen – ma è evidente che noi occidentali mangiamo troppa carne”.

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