• LA CONDANNA DEL PORPORATO

"Pell innocente". Quel giudice coraggioso e inascoltato

Il coraggio del giudice Weinberg, che ha rigettato in tutti i modi le tesi inconsistenti e indimostrabili della colpevolezza di Pell. In un Paese, l'Australia, dove l'odio anti cattolico è altissimo, ma in cui il muro di omertà sta iniziando a sgretolarsi. Cominciando da alcuni giornali che hanno compreso l'inganno di questa condanna. 

Pell e nel riquadro il giudice

I dubbi sulla correttezza della sentenza che ha condannato George Pell, e sull’imparzialità della giustizia australiana, crescono nei giorni che seguono il rigetto dell’appello; e i dubbi cominciano a farsi strada anche nell’opinione pubblica di una Paese portato a un livello di quasi isteria anticattolica nei mesi scorsi dai main stream media.

La decisione di rigettare l’appello è stata presa con due voti contro uno. Ed è interessante registrare l’opinione del giudice contro, Mark Weinberg, secondo cui esiste “una possibilità significativa” che il cardinale non abbia commesso l’abuso per cui è in galera. Weimberg avrebbe liberato Pell, secondo alcuni commentatori; e ha detto di non poter escludere che alcune parti della denuncia dell’ex ragazzino del coro fossero “costruite”. Secondo Weimberg c’era tutto un corpo di evidenze che “rendevano impossibile accettare” il racconto del denunciante. “Dall’evidenza fornita dal denunciante, si può vedere che c’era ampio materiale su cui il suo racconto può legittimamente essere sottoposto a critiche. "C'erano inconsistenze, discrepanze, e un certo numero di risposte semplicemente non avevano senso”, ha scritto Mark Weinberg. E continua così: “Un elemento inusuale di questo caso era che dipendeva interamente dall’accettazione del denunciante, al di là di ogni dubbio ragionevole, come di un testimone credibile e affidabile. Tuttavia la giuria è stata invitata ad accettare la sua versione senza che ci fosse nessuna conferma indipendente per essa”.

Avete capito bene: Pell è stato condannato a sei anni di prigione in base alla testimonianza della stessa persona che ha sporto la denuncia. Questo è lontano da ogni forma di cultura giuridica. Weimberg ha detto che avrebbe rigettato le accuse contro Pell, ma era in minoranza. E Ann Ferguson, che presiedeva la giuria di appello è convinta che la presunta vittima fosse “chiaramente non un mentitore”, “non un fantasista”, ma un testimone credibile. In base a quali elementi, a parte le sensazioni personali, non è dato di sapere; e non potrebbe essere altrimenti, in mancanza di prove, testimoni accessori o altri elementi. Fra l’altro la vittima a un certo punto ha detto anche di non ricordarsi in quale anno fosse avvenuto l’abuso denunciato vent’anni più tardi.

Dicevamo dei dubbi sull’equo funzionamento di un apparato giudiziario capace di emettere una sentenza del genere. Kevin Donnelly, editorialista dell’Australian sottolinea la stranezza di una condanna emessa senza nessuna testimonianza indipendente a conferma dell’accusa, e scrive: “L’evidenza presentata, che solleva dubbi sulla ricostruzione degli eventi fatta dal denunciante include: la sacrestia era usualmente inaccessibile se non ai celebranti e al personale della chiesa; Pell, nominato di recente, alla fine della messa normalmente ringraziava i parrocchiani mentre uscivano; Pell era sempre scortato almeno da un altro funzionario della chiesa; e i suoi vestiti rendevano fisicamente impossibile per lui commettere gli atti per cui è stato condannato”.

Donnelly ricorda poi che Francis Burns, che è stato un celebrante nella cattedrale per più di 20 anni, afferma che “la possibilità che qualcuno, giovane o vecchio si trovasse a vagare nell’area della sacrestia durante una cerimonia, e vi trovasse del vino da altare, nella mia esperienza è inesistente. Così come lo è la possibilità che l’arcivescovo vada in giro non accompagnato dopo la messa”. Donnelly accenna al clima anti-cattolico e anti-clericale che ha accompagnato la vicenda, e conclude così: “Uno dei principi del nostro sistema legale e non solo che giustizia debba esser fatta; ma che si veda anche che è stata fatta. Vista la decisione di Weinberg di dissentire ci sarà sempre il sospetto che nel caso di Pell giustizia possa non essere stata fatta”.

Ancora più esplicita Julia Yost, in un articolo molto interessante e documentato sul New York Post, di cui consigliamo la lettura (è piuttosto lungo ma ne vale la pena) per capire soprattutto il clima da quasi-linciaggio che ha marcato tutti i tempi della vicenda Pell. Il titolo è eloquente: “I Catholic-haters hanno condannato un cardinale innocente”, e il testo lo è ancora di più. Julia Yost ricorda che delle due presunte vittime una, morta per overdose, ha dichiarato “di non essere mai stato infastidito o toccato da nessuno” in vita sua. Ma oltre alle evidenze incongruenze e assurdità del processo Julia Yost dà elementi preziosi per comprendere. “Le elites liberali in Australia sono ansiose di correggere la cultura politica della nazione. E sono acutamente imbarazzate da tutto ciò che considerano retrogrado – il cattolicesimo, per esempio”. E Pell, conservatore nella Chiesa e fuori, che non voleva gruppi LGBT in chiesa, contrario al matrimonio omosessuale e dubbioso sul Climate Change, era il bersaglio principe. E l’hanno avuto, sia pure a spese della giustizia più elementare.