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“Papà è un mostro”. E i figli vanno alla mamma lesbica

Il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca è intervenuto due volte in pochi giorni sullo scandalo affidi della Val d’Enza come vescovo su cui ricade il comune di Bibbiano. Camisasca ha parlato ad Avvenire e alla Gazzetta di Reggio e ha detto che «da anni la politica è salita sul carro di chi sostiene gli anti-famiglia». Una frase molto dura che mette sotto accusa l’ideologia anti-famiglia che si respira in molti partiti - uno dei quali, il Pd, che governa a Reggio da 70 anni - e chiama in causa la cultura Lgbt, in riferimento alla quale il vescovo ha definito “non vantaggioso contrabbandare per famiglia ciò che famiglia non è”. 

Il passaggio sulla “cultura Lgbt” è legato al fatto che - come è emerso dall’ordinanza del gip Luca Ramponi e dall’inchiesta Angeli e Demoni del pm Valentina Salvi - in almeno un caso i minori venivano affidati anche a una coppia di lesbiche, le quali si dimostravano però incapaci di prendersi cura di bambini con alle spalle delle problematiche. Il tutto in un contesto di forte ideologizzazione nel solco delle rivendicazioni alla “genitorialità” Lgbt.

In altri casi addirittura si sono sottratti dei minori al padre per darli sì alla madre, ma che nel frattempo aveva instaurato un relazione lesbica. Il tutto però senza che a carico del papà venissero formalizzate accuse di violenza o di abbandono, ma solo per pura ideologia anti-famigliare. 

E’ la storia drammatica di Carlo (nome di fantasia) che la Nuova BQ ha conosciuto direttamente dall’avvocato Maria Stella Mescoli che lo sta seguendo da quando i servizi sociali della Val d’Enza lo hanno costretto a incontri protetti coi figli perché considerato omofobo. 

Avvocato, ci può raccontare la storia?
Risale a due anni fa: Carlo e la moglie si separano perché lei ha una relazione con una donna, che dice di amare.

E i figli?
I due hanno tre figli: due piccoli, 7 e 9 anni oggi, e uno già grande, all’epoca dei fatti 15enne. 

Quando entrano in gioco i servizi?
E’ la madre a chiamarli quando sta terminando la sua relazione con il marito. Avviene un litigio, il padre rimprovera al figlio grande di frequentare brutte compagnie e nella foga dello sconto verbale con il padre il ragazzo si rompe una falange.

Una violenza?
Questa è l’accusa, in realtà si era trattato di un incidente dovuto alla concitazione del momento. Il padre non gli aveva mai messo le mani addosso. 

Chi lo dice? 
Il tribunale, che a fronte della denuncia della madre dà corso al non luogo a procedere. Anche perché a “scagionare” il papà c’è il figlio, il quale ha sempre detto di non essere stato aggredito e di voler rimanere con il padre. 

Quando precipita la situazione?
La denuncia della madre fa entrare in campo i servizi sociali, che iniziano a relazionare. Di punto in bianco gli viene notificato l’allontanamento dei figli. 

Improvvisamente?
Sì, senza relazioni dettagliate né motivazioni. Ma la cosa si aggrava. Dopo alcuni giorni è ancora peggio: all’uomo viene comminata la sospensione della potestà genitoriale. In pratica gli tolgono la possibilità di vedere i figli. 

Che cosa accadde?
Nonostante la sospensione della potestà, il figlio grande non vuole andare a vivere con la madre e la nuova compagna lesbica, Ma i servizi non mollano. Quando iniziamo a prendere possesso delle relazioni dei servizi della Val D’Enza trasecoliamo. 

Perché? 
Perché erano false: Carlo non si riconosceva affatto davanti a quelle relazioni, si parlava di fatti mai accaduti, di episodi falsi, si dice addirittura che avesse tentato il suicidio quando invece non è mai accaduto. 

Ma come è possibile?
Si spiega con l’odio della madre che veniva “giustificato” dai servizi: lei - ad esempio - lo accusava di essere stato un marito violento, cosa mai emersa con i figli. Le accuse si estendevano a determinati periodi, per un lasso di tempo che ci è risultato facile smontare. 

Perché?
Perché ad esempio, nel mese indicato in cui lui sarebbe stato violento la moglie era in Brasile a farsi fare un’operazione chirurgica. 

Quindi?
Quindi non poteva essere stato violento con la madre dei suoi figli dato che lei era via e soprattutto lui le aveva pagato il costoso intervento estetico. 

Perché allora è stato accusato di essere omofobo?
Non solo: è stato accusato di essere omofobo e di non voler capire le relazioni nuove che si instauravano tra le persone. 

Che cosa doveva capire?
Il suo più grande problema era che non riusciva ad accettare l’idea che la moglie fosse andata con un’altra donna. Un dolore enorme per lui, che però non è mai sfociato in violenza.

Dolore comprensibile…
Incomprensible per i servizi, però, anzi ingiustificato. Continuavano a ripetergli: «Lei deve accettare le relazioni di genere, deve farsene una ragione». 

Che idea si è fatta?
Che con quest’accusa dell’omofobia abbiano voluto togliere di mezzo un padre inventandosi violenze mai dimostrate. Carlo non voleva accettare che i figli crescessero con due donne, anche se una delle quali era la madre. Non lo accettava ed era un suo diritto non accettarlo e soffrirne. Invece loro ne hanno sempre fatto una questione ideologica.

Si è puntato l’accento sul fatto che l’ideologia anti-famiglia che animava i servizi si riversasse anche nel non tener conto delle reti parentali o dei nonni. 

Lo posso confermare: ii parenti non sono mai stati coinvolti né considerati, la nonna, che non poteva muoversi per mesi non ha visto i nipoti. 

Che cosa emerge dalla denuncia che avete presentato?
Che hanno voluto creare a tutti i costi un mostro per ragioni ideologiche, dipingendolo come uomo incapace che mortifica i figli.

Oggi com è la situazione?
Da un po’ di tempo siamo sotto il tribunale di Parma perché la madre si è trasferita là con la compagna e abbiamo scelto di andare per via ordinaria e di non rivolgerci al tribunale per i minori. A Parma abbiamo trovato l’atteggiamento dei servizi e del tribunale totalmente differente tanto che recentemente Carlo ha potuto riabbracciare i figli e ora aspettiamo per domani il pronunciamento ufficiale del giudice che metta la parola fine a questa segregazione e gli conceda incontri liberi e non più protetti. Ma soprattutto possa riappropriarsi della sua genitorialità, pesantemente umiliata dal servizi della Val D’Enza.

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