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Pakistan, terrore alle elezioni e ascesa di Imran Khan

In vista delle elezioni generali in Pakistan, la campagna diventa sempre più violenta, con attentati contro le minoranze e violenze contro i cristiani. Il vincitore, secondo tutti i sondaggi, sarà Imran Khan. Campione di cricket, educato all'inglese, è però ambiguo sui Talebani ed è appoggiato dall'esercito

Imran Khan

A Faisalabad è stata attaccata una chiesa cattolica, lo scorso 13 luglio, da parte di quattro aggressori. I cristiani presenti in chiesa sono stati picchiati, gli oggetti sacri profanati. I quattro assalitori hanno anche cercato di dar fuoco all’edificio religioso, ma sono stati fermati dalla polizia. L’episodio, la cui matrice è ancora ignota (non è detto che si tratti di un atto di terrorismo religioso, è probabile che sia un regolamento di conti) getta una luce oscura su un periodo già teso. Perché le elezioni sono in vista, si terranno il prossimo 25 luglio. E i cristiani, così come le altre minoranze non musulmane, si sentono esposti e sprotetti. Se dovesse vincere Imran Khan, come tutti i sondaggi prevedono, è quasi certo che le cose peggiorino.

Benish Patrass, coordinatore della Commissione nazionale Giustizia e Pace, dopo l’attacco alla chiesa di Faisalabad ha dichiarato all’agenzia missionaria Asia News: “L’incidente deve essere condannato con forza. Siamo in un momento cruciale per le minoranze del Pakistan, perché si avvicinano le elezioni generali e i non musulmani sono sempre i meno protetti. Invito con forza le autorità a prendere le misure necessarie per salvaguardare le minoranze: ai privati cittadini non deve essere permesso di farsi giustizia da soli”. Uno dei personaggi più discussi, Hafiz Mohammed Saeed, sospetto di essere la mente dell’attentato di Mumbai del 2008, su cui pende una taglia da 10 milioni di dollari negli Usa, sta apertamente facendo campagna elettorale per il partito Milli Muslim League. Una formazione politica che è considerata dal Dipartimento di Stato Usa come l’interfaccia politica dei Talebani del Pakistan. Suo figlio Talha Saeed è candidato. La propaganda di Saeed è esplicita: “La nostra guerra contro crociati, ebrei e indù continuerà, sono tutti infedeli!”. Dopo il sanguinoso attacco a Quetta contro i cristiani, il 15 aprile scorso, rivendicato dallo Stato Islamico, è continuata la violenza terroristica contro tutte le minoranze, non solo cristiane. Come l’attentato a Mastung, nel Balochistan, dove un attentatore suicida, lo scorso 15 luglio, ha ucciso 131 persone. Il 10 luglio era stato colpito un comizio a Peshawar del Partito Awami, laico e di sinistra, attento ai diritti delle minoranze: un attentatore suicida aveva provocato 23 morti.

In mezzo a tutta questa tensione, emerge un solo nome come possibile vincitore delle prossime elezioni: Imran Khan. Leggendario capitano della squadra pakistana di cricket, vincitore del Mondiale del 1992, fondatore del primo ospedale del paese specializzato nella cura del cancro e di un’università dedicata ai giovani meno abbienti, la fama di Khan è quella del leader incorruttibile. Ha fondato la sua campagna elettorale sul giustizialismo, contro la “casta”, come si direbbe da noi. In particolar modo contro l’ormai ex premier Nawaz Sharif. E ha buon gioco: Sharif, assieme a sua figlia, è stato arrestato al suo ritorno in patria lo scorso 12 luglio. L’anno scorso era stato estromesso dalla carica di primo ministro per il suo presunto coinvolgimento nello scandalo dei Panama Papers. Imran Khan promette di far pulizia della vecchia classe dirigente. Ma per i cristiani, per le minoranze in generale, sarà una buona o una cattiva notizia?

Secondo molti opinionisti pakistani, dietro la campagna di Khan vi sarebbe lo zampino anche abbastanza pesante dell’esercito. Non solo vi sono pressioni sui media, come denuncia anche Hamed Haroon, Ceo del prestigioso network Dawn, uno dei più letti all’estero, ma anche sulla magistratura. Le accuse a Sharif, quelle che hanno portato al suo arresto, sono quantomeno fragili. Non ci sono prove di corruzione a suo carico, infatti. L’era del comando militare potrebbe tornare col volto di un premier civile, con un passato di campione e uomo integerrimo. Ma potrebbe trattarsi di una riedizione del regime autoritario di Pervez Musharraf, finito nel 2008, con tutti i suoi ambigui rapporti con i Talebani e la sua intolleranza nei confronti delle minoranze.

A questo timore si aggiunge, appunto, la possibilità del ritorno sulla scena dei Talebani. Lo stesso Imran Khan dai suoi oppositori e critici è ribattezzato Taliban Khan. Perché non perde occasione di giustificare l’azione dei jihadisti, additando sempre nemici “peggiori”, sempre occidentali. Anche in tempi recenti, quando ha dichiarato che i Talebani dovrebbero poter aprire i loro uffici nelle città pakistane. O l’anno scorso, quando perorava pubblicamente la causa di una trattativa fra Usa e Talebani. Nel 2012 dichiarava che la “guerra santa” dei Talebani in Afghanistan era giustificata dalla legge coranica. Quando Osama Bin Laden venne ucciso dalle forze speciali americane ad Abbottabad, Imran Khan espresse parole di fuoco contro gli Usa, rei di avere “umiliato” il Pakistan con la loro operazione militare segreta. Ma disse ben poco contro il leader di Al Qaeda, al massimo sostenne, in un’altra occasione, che avrebbe dovuto essere processato.

Insomma, la possibile e probabile vittoria elettorale di un uomo educato all’inglese e apparentemente molto tollerante e caritatevole potrebbe non essere una buona notizia per i cristiani in Pakistan.