• ISLAM

Pakistan, elezioni storiche segnate da brogli e attentati

E’ solo la seconda volta, in 71 anni di storia del Pakistan, che nel paese si è votato per sostituire democraticamente un governo civile con un altro dopo la fine di una legislatura. Ma un attentato ha fatto 31 morti. E l'ex premier Sharif denuncia il favorito Imran Khan, avanti nelle proiezioni, di brogli e di essere appoggiato dall'esercito.

Pakistan, spoglio dei voti a Quetta

In Pakistan, ieri, era una giornata storica. E’ solo la seconda volta, nei suoi 71 anni di storia, che si è votato per sostituire democraticamente un governo. L’ultima elezione per sostituire l’esecutivo civile con un altro governo, dopo la conclusione della legislatura, era stata quella del 2013. Tutte le altre volte, i governi democratici sono stati sempre rovesciati da golpe militari, oppure i militari hanno dovuto cedere il potere a governi civili, oppure i governi civili sono caduti, per crisi interna, prima della conclusione della legislatura. Un segno di stabilità, in mezzo al caos: queste elezioni sono state caratterizzate, infatti, da accuse di brogli elettorali e di golpe strisciante dell’esercito a favore di Imran Khan, il campione di cricket e candidato super-favorito nei sondaggi e nelle proiezioni. E non è mancata la violenza, con un attentato a Quetta firmato dallo Stato Islamico.

I primi risultati, con le proiezioni, danno Imran Khan decisamente in testa: 109 seggi dell’Assemblea Nazionale, andrebbero al partito dell’ex campione di cricket, il Pti. Altri 67 seggi, invece, sarebbero stati aggiudicati dalla Lega Musulmana (Pml-N) di Nawaz Sharif, l’ex primo ministro, dimissionario dal 2017 per accuse di corruzione. Tuttavia è ancora presto per stabilire chi ha vinto e chi ha perso, definitivamente, perché il conteggio, mentre questo pezzo va online, è ancora fermo al 34% dei seggi scrutinati. Quanto all’affluenza, i dati sono abbastanza bassi: fra il 50% e il 55% degli aventi diritto al voto si sono recati alle urne. Nawaz Sharif, il candidato della Pml-N, contesta i risultati favorevoli al Pti e denuncia numerosi brogli elettorali.

Chi sono i candidati e che cosa vogliono dal Pakistan? Di Imran Khan e della sua ambigua politica nei confronti dell’islam radicale si è già detto su queste colonne. Il candidato più sfavorito è Bilawal Bhutto Zardari. E’ il figlio di Benazir Bhutto, la celeberrima premier pakistana, scacciata dai militari, a lungo esule e poi tornata in Pakistan solo per essere assassinata in un attentato nel 2008. Suo padre Asif Alì Zardari è stato però un premier molto discusso che ha governato dal 2008 al 2013, per poi crollare nei consensi e perdere le elezioni nel 2013. Durante il suo mandato, gli americani hanno ucciso Osama bin Laden ad Abbotabad. Il suo ruolo nell’operazione è ancora oscuro: ufficialmente ha sempre protestato contro questa operazione segreta mai autorizzata. Il figlio di Zardari e della Bhutto, entrato in politica a 19 anni, al momento dell’assassinio della madre, dichiara di aspirare a un Pakistan “pacifico, progressista, prospero e democratico”. E’ sicuramente il più laico dei candidati, ha vissuto tutta la sua infanzia e adolescenza all’estero, fra il Regno Unito e Dubai, al seguito della madre esule. Contro l’omicidio del governatore Salman Taseer e la progressiva islamizzazione del Pakistan è intervenuto bollando come “veri blasfemi” quanti celebrano l’assassinio del governatore del Punjab. Condanna le violenze in nome dell'islam e invita a difendere le minoranze del Paese. Ma evita di rispondere alle domande, quando si tratta di assumere una posizione netta contro la legge sulla blasfemia.

Il principale rivale di Imran Khan è invece l’ex premier Nawaz Sharif. Tre volte premier, a dire il vero. La prima volta, il suo governo è durato tre anni, dal 1990 al 1993, quando è caduto a causa di una violenta crisi di governo, che lo ha visto prima licenziato dall’allora presidente Khan, poi rimesso al suo posto da una sentenza favorevole della Corte Suprema e infine dimissionario (assieme al presidente) dopo trattative con l’esercito. La seconda volta, ha formato il governo nel 1997, ma il suo esecutivo è stato rovesciato dal generale Pervez Musharraf nel golpe del 1999. La terza volta è stato eletto con ampia maggioranza nel 2013, ma nel 2017 è rimasto coinvolto nello scandalo dei Panama Papers e costretto alle dimissioni da una sentenza dalla Corte Suprema. Il 6 luglio scorso, la magistratura lo ha condannato in primo appello a 10 anni di carcere per corruzione. Sharif ha fatto ricorso, ma il processo di appello si terrà solo dopo il voto. In ogni caso, è un candidato che parte azzoppato. La sua linea politica nei confronti dell’islam radicale è sempre stata molto ambigua. Alcuni miglioramenti sul trattamento delle minoranze, fra cui anche quella cristiana, sono stati notati negli anni del suo ultimo governo. Certo è che il suo partito è islamista e mira all’introduzione della sharia quale legge suprema. Nei suoi tre governi ha sempre mantenuto buoni rapporti con l’Arabia Saudita, da cui ha ricevuto ampi finanziamenti, investiti nella costruzione di moschee e scuole coraniche. Sebbene non possa definirsi un radicale islamico, è comunque uno dei maggiori responsabili della radicalizzazione del paese. I generali non lo vedono di buon occhio, ma non per il suo rapporto con l’islam radicale, ma per la sua attitudine considerata troppo amichevole nei confronti dell’India.

Anche in queste elezioni, che appunto segnano una transizione da un governo civile a un altro, Sharif denuncia lo zampino dell’esercito dietro alla candidatura di Imran Khan. Domenica scorsa, un giudice dell’Alta Corte di Islamabad pare aver confermato le sue accuse, affermando che il potente servizio segreto militare (Isi) stia interferendo nell’opera della magistratura. “Quando un primo ministro rifiuta di chinare il capo ai loro ordini – dichiarava ieri la figlia Maryan Nawaz (anche lei arrestata nell’ambito della stessa inchiesta) – lo buttano giù con quattro metodi alternativi: una fatwa religiosa contro di lui, un’accusa di tradimento, l’accusa di essere amico dell’India, o un accusa di corruzione. Usano questi metodi contro ogni premier eletto”.

Vi sono anche gravi sospetti di brogli elettorali. Prima di tutto testimonianze di presidenti di seggio allontanati con la forza dal loro posto. E poi, anche ritardi sospetti nell’annuncio dei risultati in decine di collegi, soprattutto nel Punjab, roccaforte tradizionale di Sharif. E poi c’è lo Stato Islamico, il non-candidato che non fa politica, ma mira a terrorizzare tutti i partiti. Nell’attentato a Quetta, un terrorista suicida si è fatto esplodere in un seggio. Il bilancio ancora provvisorio è di 31 morti.