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Orlandi, quante piste false per infangare la Chiesa

Il via libera a "scoperchiare" le due tombe nel cimitero teutonico, dimostra che sul caso della scomparsa di Emanuela Orlandi il Vaticano non è affatto reticente. Anzi: in oltre 40 anni la Chiesa si è sempre resa disponibile ad appoggiare qualunque indagine. Il fatto però è che si è trattato sempre di buchi nell'acqua, che hanno alimentato contro la Chiesa storie noir, leggende metropolitane e colossali menzogne propagate da mitomanie e battage mediatico: dalla pista dei Lupi Grigi alla Banda della Magliana

Il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha annunciato l'apertura di due tombe situate all'interno del Campo Santo Teutonico disposta dall’Ufficio del Promotore di Giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano in relazione all'indagine sul caso di Emanuela Orlandi e autorizzata dalla Segreteria di Stato. Il via libera agli accertamenti sui due sepolcri è l'ennesima dimostrazione di come il Vaticano non abbia alcuna volontà di ostacolare la ricerca della verità su questa triste storia.

Al contrario, il fatto che sia stato dato il disco verde ad accogliere una richiesta scaturita da una lettera anonima rende bene l'idea dello spirito collaborativo della Santa Sede. Sono passati 36 anni dal giorno in cui si persero le tracce della giovane. In questi decenni sul mistero legato alla sua sorte compaiono ciclicamente sui giornali titoloni che parlano di "colpi di scena", "rivelazioni choc" e il tutto corredato dai soliti riferimenti a "fonti autorevoli", "monsignori pentiti" e "supertestimoni".

La cittadinanza vaticana della 15enne ha dato il via a tutta una serie di piste poi rivelatesi errate ed ha favorito la fioritura nell'ambito giornalistico-saggistico di ricostruzioni fantasiose che sono poi cadute, senza che dell'infondatezza emersa venisse data notizia con la stessa enfasi. Questo meccanismo ha finito per alimentare la leggenda nera del Vaticano complice - se non colpevole - della sparizione della sua cittadina, un esempio lampante di quel "preoccupante pregiudizio negativo nei confronti della Chiesa Cattolica" di cui ha parlato la recente nota della Penitenzieria Apostolica.

Per onor di cronaca, quegli addetti ai lavori dell'informazione che torneranno ad occuparsi della vicenda per via dell'apertura delle due tombe al Campo Santo Teutonico, dovrebbero lasciare nel cassetto i soliti titoloni sensazionalistici e, invece, ricordare i tanti buchi nell'acqua che hanno contraddistinto questa storia.

In principio ci fu la pista turca, secondo cui Emanuela venne rapita per richiedere in cambio il rilascio di Alì Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo II. Tutto nacque dai comunicati e dalle incessanti telefonate dei presunti rapitori che cercarono di accreditare l'idea del ricatto politico al papa polacco. L'insistenza nelle richieste e nei contatti e la mancata fornitura di prove credibili sul fatto che Emanuela fosse viva convinsero gli inquirenti ad abbandonare questa pista. Uno sprazzo di luce sull'oscuro capitolo dello scambio con Agca sembrerebbe esser sopraggiunto nel 2008 con le confessioni di un ex colonnello della Stasi, Guenter Bohnsack che rivelò come le lettere firmate dal sedicente Fronte Liberazione del Turkesh fossero state un trucco dei servizi segreti della Ddr all'interno dell'"Operation Papst", piano per tentare di mettere in difficoltà il papa anticomunista. La pista turca, dunque, sembrerebbe essere stata soltanto una spregiudicata mossa di pressione politica da collocare nell'ambito delle logiche da Guerra Fredda, calpestando le speranze di una famiglia disperata.

Ma in questi 36 anni trascorsi dal giorno in cui Emanuela non fece ritorno a casa, non ci sono state soltanto strumentalizzazioni di tipo politico come quella sullo scambio con il terrorista dei Lupi Grigi, ma anche più banali equivoci, menzogne e mitomanie che hanno contribuito ad intorbidire le acque e che, senza aiutare in alcun modo la risoluzione del caso, lo hanno reso agli occhi del pubblico uno dei grandi misteri d'Italia. Un mistero in cui, per inciso, deve obbligatoriamente essere implicato il Vaticano.

Uno dei tanti topos duri a morire sulla vicenda è quello del presunto filo diretto che legherebbe la scomparsa della Orlandi a quella, di poco precedente, della coetanea Mirella Gregori. Quest'associazione, però, nacque in maniera forse casuale da alcuni articoli pubblicati su Il Tempo nei primi giorni del luglio 1983 e nei quali si paragonava il dolore delle due famiglie. Il 1 agosto del 1983, invece, su Panorama uscì un'inchiesta sul fenomeno della scomparsa di minorenni in Italia dal titolo "Emanuela e le altre" e in cui venne ricordata la sparizione della Gregori. Fu soltanto dopo queste pubblicazioni che il nome dell'altra ragazza finì nel groviglio di presunti intrighi e ricatti internazionali collegati al caso Orlandi: il sedicente Fronte Liberazione del Turkesh, infatti, inserì il 4 agosto 1983 un riferimento a Mirella nel comunicato inviato all'Ansa nel quale si chiedeva la liberazione di Agca. Da allora, nonostante sia emersa la non veridicità di quei comunicati, persiste - alimentata da libri e programmi tv - la convinzione che ci sia una connessione tra la sparizione delle due giovani.

Lo si è visto recentemente nella vicenda delle ossa ritrovate a Villa Giorgina. Il rinvenimento di resti umani in una città come Roma, tradizionalmente abituata a simili eventi, per il solo fatto di essere avvenuto all'interno della sede di una Nunziatura Apostolica, è bastato a riportare d'attualità l'accusa di un'implicazione diretta del Vaticano nella sparizione della Orlandi. La notizia del ritrovamento è subito circolata con annessa ipotesi che le ossa potessero appartenere ad Emanuela e Mirella. Si è scatenato un battage mediatico che ha accresciuto l'illusione di essere arrivati alla risoluzione di uno dei cold case italiani più seguiti di sempre e tutto questo nonostante non si fosse in presenza di alcun elemento provato per poter motivare una riconducibilità di quei resti umani alle due ragazze. L'esito degli esami condotti dalla Scientifica ha poi svelato l'attribuzione all'epoca romana dei due scheletri ritrovati, risalenti ad un periodo tra il 90 e il 230 dopo Cristo.

In precedenza, i test scientifici avevano contribuito a smentire anche un'altra leggenda nera nata su questa storia: quella dell'occultamento del cadavere di Emanuela Orlandi nella tomba di Enrico De Pedis. La sepoltura di "Renatino" all'interno della Basilica di Sant'Apollinare ha dato adito per anni a numerose speculazioni da romanzo noir, tutte tese a mettere nel mirino il Vaticano come responsabile e custode di chissà quale mistero. Il collegamento con il caso Orlandi nacque da una telefonata anonima alla trasmissione Chi l'ha visto fatta nel 2005 e che, in realtà, non faceva alcuna rivelazione inedita sulla presenza della tomba nella chiesa, ma si limitava a riportare i contenuti di un'inchiesta uscita nel luglio 1997 su Il Messaggero, collegando – senza fornire alcuna prova a tal riguardo - quella circostanza al mistero della cittadina vaticana scomparsa.

Anche in quel caso, la Santa Sede dimostrò la sua volontà collaborativa, giudicando "estremamente positiva" l'iniziativa della magistratura di procedere all'ispezione del sarcofago e dalla quale emerse che il corpo nella bara era effettivamente di De Pedis. Eppure, a causa della telefonata anonima arrivata al programma di Raitre, ancora oggi molti restano convinti erroneamente che la sepoltura dell'uomo nella Basilica di Sant'Apollinare sia collegata al caso Orlandi. Che non esistesse alcun patto segreto tra personalità vaticane e De Pedis legato alla sua sepoltura lo dimostra il fatto che da Oltretevere non si è esitato a far sapere, di fronte all'escalation di speculazioni sull'argomento, di vedere con favore la traslazione della salma altrove. Questa pista suggestiva ha finito per sostituire nell'immaginario collettivo quella legata ai Lupi Grigi e crollata insieme al Muro di Berlino.

La recente decisione di autorizzare l'apertura delle due tombe del Cimitero Teutonico conferma invece quanto sia ingiusto accusare la Santa Sede di essere d'ostacolo alla ricerca della verità. In una nota del 2012, padre Federico Lombardi - all'epoca direttore della Sala Stampa della Santa Sede - ricordò l'impegno delle autorità vaticane per collaborare con gli inquirenti italiani, titolari dell'indagine sulla scomparsa avvenuta a Roma e non all'interno delle Mura Leonine: dagli appelli di Giovanni Paolo II, all'accesso al centralino vaticano concesso al Sisde all'epoca delle telefonate dei presunti rapitori, fino alla consegna di tutta la documentazione al pm italiano titolare dell'inchiesta. Un modo per rispondere alle accuse infondate sostenute in  libri, articoli di giornale, programmi televisivi, confessioni di presunti 'supertestimoni' e non raramente amplificate in chiave anti-clericale.

Alla luce di questo nuovo imminente capitolo legato al caso Orlandi e che vedrà ancora i riflettori accendersi per seguire con "bramosia d'informazioni" l'apertura delle due tombe segnalate in un biglietto anonimo, vale la pena riprendere la conclusione della nota redatta da padre Lombardi sette anni fa e che rappresenta il documento più completo della Santa Sede su una storia tragicamente iniziata quasi 40 anni fa: "Questa sofferenza (della famiglia) purtroppo si ravviva al sorgere di ogni nuova pista di spiegazione, finora senza esito. (...) la vicenda di questa giovane cittadina vaticana innocente scomparsa continua a tornare sotto i riflettori. Non sia questo un motivo per scaricare sul Vaticano colpe che non ha, ma sia piuttosto occasione per rendersi conto della realtà terribile e spesso dimenticata che è costituita dalla scomparsa delle persone – in particolare di quelle più giovani - e opporsi, da parte di tutti e con tutte le forze, ad ogni attività criminosa che ne sia causa".