• EUGENETICA

Onu, l'aborto spacciato per "diritto alla vita"

ONU

Inutile stracciarsi le vesti solo quando si parla dell’eugenetica applicata dal nazismo se non si comprendono le origini di quella mentalità e si resta impassibili di fronte a certe politiche promosse oggi in sede Onu, dove si dice senza troppi giri di parole che i bambini disabili non debbano nascere. L’1 e il 2 novembre, proseguendo una discussione che va avanti da mesi e che continuerà nelle prossime settimane, il Comitato per i diritti umani ha fatto un altro passo verso l’affermazione di un diritto globale all’aborto ricavato contro ogni logica dalla protezione del diritto alla vita, spingendo verso una nuova interpretazione dell’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici (adottato nel 1966 e in vigore dal 1976), che al primo comma afferma: “Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve essere protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”.

Secondo la bozza predisposta dal Comitato, che è composto da 18 membri e ha il fine di monitorare il rispetto di quel patto da parte degli Stati firmatari, l’articolo 6 andrebbe reinterpretato nel senso di consentire la legalizzazione dell’aborto: “Gli Stati devono garantire un accesso sicuro all’aborto per proteggere la vita e la salute delle donne in gravidanza, e in situazioni nelle quali proseguire una gravidanza causerebbe alla donna sostanziale dolore o sofferenza, specialmente quando la gravidanza è risultato di stupro o incesto, o quando il feto soffre di invalidità fatale”. Sono i soliti tre pretesti che si chiamano in causa per legalizzare la soppressione dell’innocente e in più c’è il paradosso che si cerca di affermarli a commento di un articolo sul diritto universale alla vita, assecondando un’interpretazione diametralmente opposta al testo originario e alle intenzioni di chi lo ha scritto e firmato.

Quanto si stia spingendo avanti l’Onu nel solco eugenetico lo confermano le parole sconcertanti del tunisino Ben Achour, che alla riunione di Ginevra ha affermato che le persone disabili vanno aiutate “una volta che sono nate” (e prima?), aggiungendo che non si dovrebbe accettare che viva un feto sofferente per una malformazione e che “dobbiamo fare tutto il possibile per evitare le disabilità”. Il francese Olivier de Frouville è arrivato a dire che la depenalizzazione dell’aborto “è al cuore della questione del diritto alla vita” (sic!), mentre solo la tedesca Anja Seibert-Fohr ha cercato, invano, di far mettere nero su bianco il riconoscimento del “legittimo interesse degli Stati firmatari di proteggere la vita del feto”, avvertendo inoltre che l’interpretazione abusiva del Comitato indebolisce “l’universalità dei diritti umani”.

Ancora una volta si è assistito a un uso diabolico del linguaggio. I membri del Comitato hanno evitato accuratamente di usare il termine “bambino” o “figlio” e hanno anche proposto di sostituire i passaggi dove si parla del “feto” con la parola “gravidanza”: non ci vuole molto a capire che il fine è edulcorare il più possibile, far dimenticare che l’aborto comporta la soppressione di un essere umano, reale e unico. Il Comitato ha seguito alla lettera le indicazioni linguistiche delle multinazionali che lucrano sull’aborto, come la Planned Parenthood, specificando che deve essere “conveniente” ed “efficace”, mentre in nessun momento del dibattito si è ricordata l’immoralità dell’aborto procurato né si è detto che i bambini in grembo hanno il diritto di nascere.

Un altro organo dell’Onu, vale a dire il Comitato per i diritti delle persone con disabilità, ha protestato solo parzialmente contro la deriva del Comitato per i diritti umani, sottolineando che “le leggi che permettono esplicitamente l’aborto sulla base della disabilità violano la Convenzione sui diritti delle persone disabili” perché perpetuano “nozioni stereotipate della disabilità come incompatibile con una buona vita”. Ha perciò chiesto di eliminare le parole che giustificherebbero l’aborto sulla sola base della disabilità, ma senza contestare la sua legalizzazione in via generale: una posizione debolissima e sostanzialmente ipocrita (è come dire che non fa problema abortire un bambino disabile purché non si dica che il motivo sia quello), che si è già rivelata fallimentare in passato, non protegge né i bambini non disabili né quelli disabili, come se non si conoscessero i tantissimi casi di aborti eugenetici spacciati per “terapeutici” o adducendo motivazioni psicologiche o di altra natura.

Gli Stati Uniti, la Russia, la Polonia, 51 membri del Congresso americano e un altro centinaio tra governi e organizzazioni pro-life hanno reagito alla bozza del Comitato per i diritti umani, ricordando che non esiste alcuna base giuridica e storica per rintracciare un diritto all’aborto nell’articolo 6 del Patto sui diritti civili e politici. Quel patto fu scritto in conformità alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), in cui l’universalità del diritto alla vita fu riaffermata proprio con il fine principale di evitare le mostruosità eugenetiche emerse durante e prima della guerra, sia a livello di delitti concreti che di pensiero diffuso specialmente nel mondo anglosassone.

Sebbene l’interpretazione senza fondamento del Comitato non vincoli i firmatari, rimane il problema dell’indebita pressione esercitata sugli Stati nazionali con leggi diverse da quelle che i burocrati dell’Onu vogliono imporre globalmente, costringendo gli stessi Stati a giustificare di volta in volta la ratio dei loro ordinamenti, fino a quando non cederanno ai compromessi e apriranno le porte alle logiche antiumane del potere che si presenta come paladino dei “diritti umani”. Le prossime sessioni saranno dedicate al suicidio assistito e all’eutanasia che i portatori di questa ideologia mortifera tratteranno ancora come parte del diritto alla vita: l’omicidio e il suicidio spacciati per vita, la menzogna per verità. Ma la verità rimane che ogni vita umana è un dono inestimabile da custodire.