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Obama pro-islam "Ma ci è o ci fa?"

In ogni occasione possibile, in Libia, Egitto e Siria, Obama finisce sempre per stare dalla parte degli islamisti, contro i laici locali. Ma lo fa apposta? A quanto pare sì: la sua amministrazione si avvale di un giro di consulenti legati ai Fratelli Musulmani. 

Obama in costume

“Ma Obama ci è, o ci fa?” La domanda sorge spontanea, quando cerchiamo di capire le più incomprensibili scelte di politica estera del presidente degli Stati Uniti. Gli islamici prendono il sopravvento all’interno dell’insurrezione siriana? Lui vuole intervenire militarmente al loro fianco. In Egitto cacciano dal potere i Fratelli Musulmani? Lui taglia gli aiuti militari al Cairo. In Libia c’era una dittatura che, almeno, combatteva gli jihadisti? Lui ne ha favorito la caduta. E, dopo la rivoluzione, si fida a tal punto delle milizie islamiche locali da farsi ammazzare l’ambasciatore Stevens, senza reagire.

È innegabile che Obama combatta il terrorismo di Al Qaeda. Oltre a Bin Laden, ucciso su suo ordine, è lunga la lista dei leader qaedisti arrestati o uccisi. Ma ovunque vi sia una lotta politica o insurrezionale fra laici e islamici, Obama opta sempre per gli islamici, in Libia, Egitto e Siria, con una costanza ormai degna di nota. Ci è o ci fa? I sostenitori del “ci fa” ritengono che la sua sia una cinica politica volta a creare caos nel Mediterraneo, per mettere nelle peste i rivali economici europei e/o per garantirsi un accesso più facile alle risorse mediorientali. Un modo molto machiavellico di ragionare, però, che è più tipico dei governi italiani (o arabi) che non di un presidente americano. Ci sono molti più argomenti a favore di chi sostiene che Obama “ci è”: è un coerente sostenitore dei Fratelli Musulmani.

In parte, questo sostegno deriva dalla sottovalutazione politica della minaccia islamista. Nel febbraio 2011, all’inizio delle Primavere Arabe, James Clapper, direttore della National Intelligence, definiva i Fratelli Musulmani come un “gruppo eterogeneo”, ormai “ampiamente secolarizzato”. Questa analisi fa a pugni con la realtà di un partito compatto e gerarchicamente organizzato, che mira esplicitamente all’instaurazione di uno Stato islamico (tutt’altro che secolare, tantomeno democratico) e che, una volta alla prova del governo in Egitto, ha mantenuto le promesse, scrivendo una costituzione fondata sulla sharia.

Oltre alla sottovalutazione, assistiamo anche a una vera penetrazione dei Fratelli Musulmani nelle istituzioni americane. A settembre è stato riconfermato e promosso al dipartimento della Homeland Security (sicurezza interna) un convinto sostenitore della Fratellanza, Mohamed Elibiary. I suoi numerosi tweet contengono continue apologie della Fratellanza, continue accuse ai cristiani copti (i perseguitati), ai media egiziani, all’amministrazione Bush, a Israele. Mentre le chiese cristiane bruciavano tutti i giorni, in Egitto, lui dall’America scriveva: «Per decenni, sin dall’11 settembre, attivisti estremisti copti americani hanno nutrito sentimenti anti-musulmani». In occasione di manifestazioni di protesta dei copti americani, in difesa dei loro fratelli egiziani, lui lanciava l’allarme “islamofobia” sulla sua pagina Twitter. Ebbene, dalla sua posizione nell’amministrazione, Eilbiary ha accesso ai database più sensibili della lotta al terrorismo in America. Come li usa? Secondo Pajamas Media, avrebbe approfittato delle informazioni riservate che ha a disposizione per accusare di “islamofobia” il governo (repubblicano) del Texas. Da questo mese, Eilbiary è promosso a “senior fellow”, per volontà dell’amministrazione Obama.

Dalia Mogahed, consigliera dell’amministrazione, co-autrice del famoso discorso di Obama al Cairo, si è anche lei distinta per i suoi commenti sulla rivolta dei Fratelli Musulmani e sulle loro violenze contro i cristiani locali. Tutto un complotto dei media egiziani, a suo dire: «I media egiziani hanno approfittato dei copti per ottenere molti vantaggi politici e personali». La Mogahed, nel 2009, era diventata famosa per aver partecipato, in Inghilterra, a una trasmissione televisiva, assieme a estremisti musulmani, sul tema “La libertà della donna sotto la sharia”. Lei appariva perfettamente a suo agio in mezzo a personaggi che chiedevano l’imposizione della sharia e si opponevano a l’emancipazione della donna. Lei, a sua, volta, nella stessa trasmissione ammetteva che la “promiscuità” fosse uno degli aspetti dell’Occidente meno apprezzati nel mondo musulmano. E che la legge coranica fosse “incompresa” nelle nostre democrazie. La cosa aveva fatto scandalo per qualche settimana, poi non se ne era parlato più. La Mogahed è tuttora una figura di rilievo, in America.

Gli egiziani, che ormai hanno il dente avvelenatissimo contro Obama, ritengono che la sua amministrazione sia profondamente penetrata da elementi dei Fratelli Musulmani, molto più di quanto non si creda. La rivista Rose el Youssef pubblica nomi e cognomi di sei personaggi di rilievo direttamente collegati alla Fratellanza. I personaggi in questione, oltre al già citato Mohamed Elibiary, sarebbero Arif Alikhan (Sicurezza Interna), Rashad Hussain (inviato Usa all’Organizzazione per la Conferenza Islamica), Salam al Marayati (Muslim Public Affairs Council), Mohamed Magid (Islamic Society of North America), Eboo Patel (Advisory Council on Faith-Based Neighborhood Partnerships). Queste posizioni fanno sì che, ogni qualvolta il presidente debba sentire un “parere dei musulmani” o “sui musulmani”, automaticamente ascolta solo la voce dei Fratelli Musulmani. Magari sono solo gli egiziani ad avere il dente avvelenato contro Obama. Ma a giudicare dalle sue politiche mediorientali, dalle Primavere Arabe in poi…