• IL DRAMMA DI SHAKESPEARE

Non esistono vite "futili". Ce lo dice anche il Re Lear

Il Re Lear è una gemma attualissima, dalle mille sfaccettature. Parla di ingratitudine, tradimento e fedeltà, del dolore assurdo dell’innocente, di persecuzione e martirio, di inconsolabile disperazione. Quando tutto sembra buio, si scopre che Dio c'è e che si manifesta nella figlia buona di Lear e nel figlio buono del conte di Gloucester. A ricordarci che la vita è sempre un miracolo e sempre degna di essere vissuta.

King Lear, forse la più cupa delle tragedie shakespeariane, è una gemma dalle mille sfaccettature, un insieme organico costruito su più livelli. Parla di ingratitudine, tradimento, fedeltà; di cosa sia la “Natura” e di cosa sia l’uomo; del dolore assurdo dell’innocente; di persecuzione e martirio; di inconsolabile disperazione.

Come mosche per ragazzetti oziosi siamo noi per gli dei: ci uccidono per divertimento” (4.1, 36-37).

Sono parole dell’anziano conte di Gloucester dopo che ha perduto tutto. La sua storia ricalca da vicino quella di Lear: ingannato dal figlio malvagio, ha ingiustamente bandito il figlio buono e si è praticamente consegnato ai nemici, i quali, in diretta sul palco, lo legano a una sedia, lo torturano con lucida freddezza, gli cavano gli occhi e lo buttano fuori, nella brughiera, a morire da solo. Quale vita più inutile e tormentata della sua? Devastato dal rimorso, gli occhi ridotti a due “orbite sanguinanti”, Gloucester lamenta l’ingiustizia divina e pensa al suicidio come unico obiettivo perseguibile.

È questo il volto impietoso della “Natura”, che, nella sua tremenda selezione, non risparmia nessuno. A meno che non intervengano gli dei, dice il duca d’Albany, “l’umanità dovrà far preda di sé stessa, come mostri dell’abisso” (4.2, 46-50).

Sono battute di grande attualità: se Dio non c’è, o se è indifferente, gli uomini sono animali che si divorano a vicenda e il mondo è un luogo in cui, affinché i forti possano prosperare, i deboli vanno eliminati. Come si vede, il darwinismo ha radici molto profonde; e così, a quanto pare, anche il suicidio assistito. Non esistono motivi razionali per mantenere in vita un uomo ormai ridotto a un relitto: meglio ancora se decide, magari grazie a qualche piccolo incoraggiamento, di levarsi di mezzo di sua spontanea volontà.

Ma, nel Lear, Dio c’è. È vero che nel dramma si parla di “dei”; ma solo perché, proprio in quell’anno, il parlamento inglese ha emanato una legge che fa divieto di nominare il nome di Dio sul palcoscenico. Ecco perché Amleto (1601) è cristiano e Lear (1606) è pagano. Per questo fanno sorridere i critici che giustificano così una progressiva “diminuzione” della fede di Shakespeare: a partire dal 1606, il Dio cristiano non è più nominato in nessuna opera teatrale inglese autorizzata dal governo.

Dio c’è. E si manifesta attraverso Edgar, il figlio buono, ora travestito da mendicante matto. Incontratolo, Gloucester lo prega di accompagnarlo verso la scogliera di Dover, da cui pensa di gettarsi. Il ragazzo finge di assecondarlo e lo conduce invece in terra piana. Credendo di buttarsi nel vuoto, Gloucester cade a terra, rimanendo però illeso. Tra il serio e il faceto, Edgar gli suggerisce allora che, dato che è sopravvissuto a quel salto tremendo, la sua vita “è un miracolo” (4.6, 55). E perché mai gli “dei” avrebbero deciso di salvare un vecchio inutile come lui? Forse perché la vita è sempre un miracolo; anche quando qualcun altro non la considera degna di essere vissuta.

Da questo momento, infatti, Gloucester rinuncia al suicidio e chiede, anzi, agli “dei” di non tentarlo più a porre fine alla propria vita prima del tempo che hanno stabilito per lui (4.4, 215-216). Grazie a Edgar, che gli ha fatto da guida, ha mendicato per lui, lo ha “salvato dalla disperazione” (5.3, 190), è diventato un altro uomo: saggio, umile, paziente nella sofferenza. “Gli dei sono giusti”, dice Edgar, “e dei nostri piacevoli vizi fanno strumenti per affliggerci” (5.3, 169-170). Ma anche il peggiore dei dolori, e il peggiore dei castighi, possono portare frutti abbondanti.

A volte, chi desidera morire, e persegue la morte con tutte le energie che gli restano, ha solo bisogno di vicinanza, comprensione, affetto… riconciliazione; perdono. Il perdono dei genitori da parte dei figli è un altro dei temi forti del Lear. Tanto forte da essere ribadito chiaramente in entrambe le trame, quella secondaria e quella principale: anche la buona Cordelia, infatti, è stata ingiustamente esiliata dall’anziano Lear, suo padre; ritrovatolo solo e delirante, lo perdona di tutto cuore.

È commovente la scena dell’incontro tra i due vecchi, l’uno cieco e l’altro pazzo, emblemi dell’umanità vulnerabile, di cosa sia l’uomo quando confida solo in sé. Entrambi compiono un cammino di maturazione e redenzione; entrambi riconoscono i propri errori e, accompagnati da cure amorevoli, recuperano la speranza. Da cieco, Gloucester ci “vede” meglio; da pazzo, Lear comprende meglio il mondo intero.

Edgar difende come un leone la vita del padre: oltre che dal suicidio, lo salva dall’attacco di un sicario; dopodiché, recuperata la dignità perduta, gli si rivela per chi è veramente. A quel punto, e solo a quel punto, il vecchio Gloucester muore; ma muore di felicità.

Lear, invece, che grazie a Cordelia ha recuperato il senno, non ha ancora bevuto fino in fondo il suo calice amaro. Tutt’altro: i dolori vissuti finora non sono nulla di fronte a quello che sta per giungere. Dopo l’immensa gioia della riconciliazione con la figlia, viene di nuovo gettato nella più nera disperazione: Cordelia viene uccisa. Dolore supremo, quello di veder morire un figlio, che Shakespeare, nel suo studio completo del dolore umano, non può risparmiarci: la scena in cui Lear, simile a una Pietà michelangiolesca, rientra sul palco con Cordelia morta tra le braccia è una delle più celebri e strazianti del teatro mondiale.

Eppure, paradossalmente, nemmeno Lear muore disperato. Nel momento in cui gli pare di intravedere un alito di vita sulle labbra di lei, il cuore gli scoppia dalla gioia.