• LA SPARATORIA DI NAPOLI

Noemi, Gomorra e il male: la consapevolezza che manca

Lotta tra la vita e la morte la piccola Noemi, ferita per errore nel corso di una sparatoria. Si può dire che ci sarà una vera presa di coscienza dei napoletani solo quando gli autori di crimini del genere verranno chiamati come meritano: assassini. A ciò si aggiunge un problema culturale più ampio, evidente in serie tv come Gomorra, dove il male prevale e si creano falsi miti.

Caro direttore,

mentre scrivo, ancora non si sa quale sarà la sorte della povera bimba accidentalmente ferita nel corso di una delle tante sparatorie che funestano il rinascimento - parola impudica del signor sindaco della città, campione del mondo di faccia tosta - napoletano. Qualche settimana prima, un altro bimbo ha concretamente rischiato d’essere colpito, in un diverso e periferico quartiere della città, in occasione d’un’altra sparatoria. E sarebbe interessante sentire l’opinione del parroco della chiesa, nei cui pressi si è per l’ennesima volta sparato, sullo stato di abbandono istituzionale, supplito solo dalla comunità ecclesiale, in cui versa quel pezzo della città. Nel corso degli ultimi anni, i bambini vittime innocenti di questo clima bellico che imperversa nella mia città sono venticinque. Trentasei se si contano anche gli adolescenti tra i dodici e i diciotto anni.

Per la piccolissima Noemi sembra essere in atto una mobilitazione delle coscienze, tra cortei e striscioni al San Paolo. Epperò mi concedo qualche motivo di perplessità. Anni fa, un ragazzo fu ucciso da un colpo di pistola esploso da un esponente delle forze dell’ordine nel corso di un inseguimento. Non mi esprimo sull’aspetto giudiziario della vicenda: per deformazione professionale sono abituato a ragionare solo sugli atti completi di un processo, certo non sulle cronache giornalistiche dalle aule di tribunale. Però ricordo bene, in quanto documentata in video, la rabbia dei genitori, dei congiunti, degli amici della povera vittima, espressa con invettive e manifestazioni di protesta per le strade della città contro gli uomini e le sedi della forza pubblica. Questo per lungo tempo e con toni a dir poco violenti, proseguiti con presidi davanti al tribunale nei giorni d’udienza del processo che ne scaturì.

Ebbene, crederò a un’autentica presa di coscienza nella mia città quando con la stessa veemenza e con gli stessi termini si protesterà contro gli autori di crimini come quelli di cui sono stati vittime decine d’innocenti, come la bimba che oggi lotta tra la vita e la morte. Cioè, se e quando parenti, amici, delle vittime estranee alle logiche criminali, insieme con semplici cittadini, si recheranno sotto le abitazioni, a tutti note (ovviamente non di una notorietà utilizzabile nei processi penali), degli assassini e dei loro mandanti, anch’essi a tutti noti, e diranno loro quello che va loro detto, semplicemente «assassini», così isolandoli e mostrando che non possono godere più di alcuna copertura sociale, allora mi sembrerà di poter parlare di autentica presa di coscienza.

Intanto, il giorno stesso del terribile agguato, si concludeva la quarta serie di Gomorra. Ovviamente, imputare ad essa, anche solo in quota, la responsabilità dell’accaduto, sarebbe superficiale e semplicistico. Gli effetti culturali, morali e sociologici d’una serie televisiva - come di tutta una produzione cinematografica e televisiva che, soprattutto dal Sessantotto in poi, si propone di «demistificare» la narrazione valoriale e sociale tradizionale, direi normale - si misureranno negli anni.

L’happy end - o per dirlo meglio nella nostra bella lingua, il lieto fine - aveva una dimensione pedagogica non trascurabile. E questo deve dirsi non solo del cinema americano; non solo del cinema italiano dei drammoni nazionalpopolari, i cosiddetti «strappalacrime», come quelli interpretati da Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson; non solo delle commedie e nei drammi classici o dello stesso Eduardo De Filippo, e persino della folkloristica sceneggiata, rappresentati sui palcoscenici di tutto il mondo. Ma va detto d’ogni umano sforzo rappresentativo e narrativo della vita e delle sue vicende, storiche o a-storiche che fossero e che siano. E ciò fin dalla tragedia greca, dall’epica, classica e medievale (cioè a dire cristiana), e dalla stessa fiaba.

Prima, ad ogni termine, bene e male erano perfettamente riconoscibili; i buoni si distinguevano dai cattivi, la cui sorte era segnata; e la giustizia, se non proprio trionfava, s’intravvedeva all’orizzonte, magari oltre quello temporale. Naturalmente, questo non ha risolto, perché in fondo irrisolvibile, la questione del male. Ma ha aiutato ad arginarlo. Il bene deve prevalere. Il positivo dev’essere ben visibile e non equivocabile; il male deve apparire non solo nel suo luridume, ma dev’essere in ultima analisi perdente e infelicitante per gli stessi cattivi; protervia e malvagità devono essere punite, come saranno punite immancabilmente alla fine.

Si è detto e si dice che il lieto fine fosse, come la religione, una sorta di oppio dei popoli. Che serviva ai potenti per assopire le genti con una falsa rappresentazione dolciastra della vita, distogliendo il loro sguardo dalle ingiustizie sociali e quindi anestetizzandone nella rassegnazione la ribellione rivoluzionaria. Si sostiene quindi che invece va mostrata la realtà, senza pre-giudizi moralistici, senza tabù, strizzando - e qualcosa di più - l’occhio all’indecente, al violento, al sordido, ai liquami dell’esistenza, al turpe, alla sporcizia, al brutto, alle perversioni e alle degenerazioni morali, portati in scena con morboso compiacimento. Ora, io credo che, in realtà, nessuno si sia mai illuso, leggendo i Promessi sposi, che i don Rodrigo non avrebbero mai raggiunto i propri nefandi intenti e che l’Innominato di turno si sarebbe puntualmente convertito. Molti però si sono identificati nei buoni e si sono sforzati d’imitarli; per converso, gli stessi hanno cercato d’evitare di fare come i cattivi.

La realtà è certo diversa dalla fiaba, ma - e senza scomodare la poetica platonica e aristotelica - la fiaba serve per darle un orientamento migliore, a indirizzarla al bene, a correggerla. In altri termini, a educarla. E non ideologicamente, ma ai principi d’immediata evidenza, di senso comune, della legge e della morale naturali, per cui il buono non è una figura artificiosa e propagandistica, e il cattivo è tale perché vìola i comandamenti della legge di Dio, ch’è anzitutto di evidenza razionale.  

Qual è invece la pedagogia di cose come Gomorra, o Romanzo criminale, etc.? I cattivi rimangono in sella e, se sono disarcionati, è solo da cattivi più cattivi di loro, o più furbi di loro. La polizia è assente, e così i tribunali, quando non corrotti e «a disposizione». In un irrealismo totale - per tacere di certe condotte criminali, che temo Gomorra et similia potrebbero ispirare, ma per ora del tutto assenti dalle prassi delinquenziali, come il parricidio o il bambinicidio intenzionale -, i malviventi sono sempre liberi. Girano costantemente armati, ma non incappano mai in un posto di blocco (io invece sì).

Invece, in realtà, quando si scatenano faide stragistiche e continue, nel giro d’un paio d’anni - è cronaca - le cosche coinvolte vengono sgominate e le condanne ad ergastoli cosiddetti ostativi, cioè quando il «fine pena» è giustamente davvero «mai», fioccano. Certo, ci sarebbe molto da dire sulle lunghe latitanze. Però, quando si ritiene superato - magari con una soglia troppo alta - il segno, vedi Capaci, anche i Riina vengono finalmente destinati a morire in carcere.   

Tutto questo in Gomorra è assente (senza illudersi che una presenza possa essere risolutiva, ma è meglio buttare acqua sul fuoco, invece che benzina). E checché ne dica Saviano, Cicero pro portafoglio suo, la di essa pedagogia del nulla contribuirà a creare falsi miti, corromperà, soprattutto gli adolescenti e, essa sì, indurrà rassegnazione al male, e quindi consenso ad esso, perché in queste narrative solo i furbi più furbi, i cattivi più cattivi, hanno qualche possibilità. Il resto, nessuna.

E allora non mancherà, come non manca ad onta degli sforzi repressivi, il ricambio malavitoso. Anche perché l’età d’accesso al cosiddetto «sistema», ovvero all’anarchia criminale, si abbassa e si abbasserà sempre di più. Proprio per effetto di mitologie perverse e per una globale crisi educativa, che portano alla formazione, in ogni dove, delle bande giovanili, feroci e nichiliste, anche rispetto agli scopi tipici della malavita.