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Nicaragua, il regime divide la Chiesa e santifica Castro

Managua, Nicaragua,messa di suffragio per un personaggio “speciale”: il defunto dittatore cubano Fidel Castro. I ritratti del lìder maximo sono sul pulpito. È l'ultimo episodio di una campagna propagandistica del governo sandinista di Daniel Ortega, che aizza i cattolici contro i vescovi e continua la repressione contro il dissenso. 

Managua, murales di propaganda sandinista

Chiesa di Nuestra Señora de la Merced, Mangua. Padre Antonio Castro celebra una messa di suffragio per un personaggio “speciale”: il defunto dittatore cubano Fidel Castro. I ritratti del lìder maximo sono sul pulpito. È trattato come un santo, le candele sono accese sotto la sua icona. Il sacerdote nicaraguense lo chiama “il compagno Fidel”. La notizia, con le foto, finisce in primo piano sulla stampa sandinista, sul quotidiano El 19. Ci sarebbe quasi da ridere, se non fosse parte di una tragedia: la campagna, fatta anche di disinformazione, per aggiudicarsi la fedeltà della Chiesa contro i suoi stessi vescovi, per legittimare quello che è a tutti gli effetti un regime e per delegittimare e silenziare la voce della Conferenza Episcopale, che condanna fermamente la repressione.

A messa dal padre Castro c’erano alti dignitari del governo, l’ambasciatore di Cuba Juan Carlos Hernández Padrón e quello del Venezuela Javier Arrué. Il “compagno Castro” ricordato dal sacerdote suo omonimo, è stato “un uomo che predicava col suo esempio, servendo il popolo cubano e i popoli latino-americani”. Chiaramente nessun accenno alle dure persecuzioni subite dai cattolici a Cuba, soprattutto nei primi anni di dittatura comunista. E nessun accenno al fatto che, nonostante la visita degli ultimi tre pontefici e un alleggerimento della repressione, sull’isola caraibica non vi sia ancora libertà di culto. Nella chiesa piena di dignitari e alla presenza degli ambasciatori degli altri due Stati “rivoluzionari” sudamericani non se ne parla perché in Nicaragua è in corso una repressione molto violenta ai danni degli oppositori di Ortega. E la Chiesa sta diventando uno dei bersagli principali. Dal 18 aprile una protesta per una misura economica di austerity è sfociata in una ribellione di piazza contro un presidente, mito della sinistra internazionale, che è sempre più autoritario. Il bilancio della repressione è un bollettino di guerra: almeno 500 morti, 610 prigionieri politici, centinaia di scomparsi, migliaia di feriti e decine di migliaia di persone che hanno scelto di fuggire all’estero, secondo osservatori internazionali. Il presidente nicaraguense continua a negare tutto. Parla di un problema di “criminalità”. Afferma che la polizia stia intervenendo esclusivamente contro “terroristi”, “golpisti” e “delinquenti comuni”.

A parte i sacerdoti filo-Ortega che tessono le lodi a Castro e al suo “esempio”, i vescovi nicaraguensi denunciano la repressione con coraggio e coerenza. Fin da aprile la Chiesa ha svolto un’opera di mediazione. Fallito il dialogo, a giugno, il governo ha risposto alle prese di posizioni di vescovi, semplici sacerdoti e religiose, scatenando una violenta campagna anti-clericale. Anche cercando di dividere il popolo cattolico al suo interno.

Il 14 novembre scorso, i vescovi del Nicaragua hanno reso pubblico un appello, intitolato "La Verità vi farà liberi" (Gv. 8,31): “Denunciamo i rapimenti e le detenzioni arbitrarie, con cui si è presa di mira la popolazione civile. Oggi, come mai prima d'ora, i diritti umani vengono violati in Nicaragua”. Il testo prosegue affermando: “Come vescovi abbiamo accettato in buona fede di essere mediatori e testimoni del Dialogo Nazionale, facendoci garanti del popolo nicaraguense e della comunità internazionale che è solidale con il nostro dolore. La nostra missione non è limitata a essere mediatori e testimoni al tavolo di dialogo ma, data la dimensione profetica del nostro ministero, ci siamo visti nell'urgenza di essere presenti nei luoghi di conflitto, per difendere la vita degli indifesi, per portare conforto alle vittime e mediare al fine di ottenere una via di uscita pacifica della situazione”.

La stampa vicina a Ortega non ha impiegato molto a reagire. Il già citato El 19, ha pubblicato un editoriale in cui l’ambasciatore del Nicaragua in Iran, Mario Barquero Baltodano, getta fango sul cardinale Leopoldo Brenes, dipingendolo, con finta compassione, come un personaggio indeciso e “manipolato”, vittima di una “ribellione del suo gregge, composto da corrotti pronti a seminare “la morte e il caos, incoraggiando il crimine, assicurando i delinquenti che la Chiesa li proteggerà”. In effetti le chiese nel Nicaragua stanno proteggendo i “delinquenti”: offrono cure e rifugio ai manifestanti, agli studenti, ai feriti in fuga dalla violenza delle milizie paramilitari sandiniste. Per l’ambasciatore-editorialista, invece, i vescovi indegni starebbero “calpestando gli insegnamenti di Cristo sull’amore, la nonviolenza (sic!), la ricerca della pace”. Si tratta di un cambio di strategia. Infatti, finora, i quotidiani sandinisti non avevano mai attaccato frontalmente il cardinale Brenes, né i vescovi. Avevano, semmai, cercato di manipolare tutto quel che dicevano, per farli passare come sostenitori del regime. Questo attacco dalle colonne di un quotidiano di governo indica, dunque, un salto di qualità nella persecuzione.

Così come anche la campagna di diffamazione ai danni di monsignor Silvio José Baez, vescovo ausiliare di Managua. Il governo di Daniel Ortega lo accusa di essere un “golpista” e gli sta aizzando contro i fedeli. Una campagna di minacce contro il vescovo ha origine da un gruppo che si identifica come Comunità cristiana di San Paolo Apostolo, che ha raccolto un migliaio di firme e ha presentato una falsa registrazione audio in cui il vescovo parla della protesta contro il regime di Ortega, presentandola come una cospirazione della Chiesa cattolica. “Sono quello che vedete qui, non ho nulla da nascondere e ho il coraggio e la sicurezza per affrontare qualsiasi cosa. Voi, cari fratelli e sorelle, siete ciò che amo di più. Per voi mi sono esposto e sono disposto a dare la vita” ha detto mons. Baez ai fedeli nella chiesa del Cristo Risorto, a Managua, lo scorso 11 novembre, rispondendo alle pesanti accuse.

Come ricordato su queste colonne, ci sono già stati atti di violenza e intimidazioni ai danni di vescovi nicaraguensi e profanazioni di chiese. La persecuzione sta diventando sistematica, mentre le icone di Castro rischiano di sostituire quelle di Cristo.