a cura di Anna Bono
  • Roinghya

Nel campo profughi di Cox’s Bazar che ospita un milione di Rohingya dilagano droga e criminalità

Sono passati ormai quasi due anni da quando, nell’agosto del 2017, più di 700.000 musulmani di etnia Rohingya sono fuggiti dal Myanmar in Bangladesh per sottrarsi alle minacce in patria in seguito al conflitto scatenato da gruppi armati Rohingya. Al di là della frontiera per loro e per i circa 300.000 profughi che li avevano preceduti è stato allestito il complesso di Cox’s Bazar, attualmente il più grande sistema di campi profughi del mondo. Gli ospiti dei campi sono per circa la metà minorenni, ragazzi e bambini. Per i più piccoli sono stati allestiti un centinaio di “Spazi amici dei bambini”, centri in cui i bambini seguono lezioni in birmano e in inglese di alfabeto, poesia, matematica, etica e altre materie. L’obiettivo, oltre a impartire una educazione, è di salvare i minori dalla criminalità, ma è un compito arduo perché nei campi la criminalità dilaga. Il 98% dei giovani sono disoccupati. Anche se ricevono aiuti dalle organizzazioni non governative incaricate di assistere e seguire i profughi, molti rimediano alla disoccupazione svolgendo attività illegali tra cui lo spaccio di una droga, la ‘yaba’, nota anche come ‘droga della pazzia’ perché provoca allucinazioni. I crimini più comuni nei campi sono stupri, rapine, sequestri di persona e contrabbando. Dopo il tramonto la gente ha paura di stare fuori casa. Secondo la polizia, dal 2017 almeno 31 profughi sono stati uccisi dai loro stessi compagni e sono state presentate 328 denunce per vari crimini contro 711 profughi. I giovani Rohingya – spiega un insegnante, Abdur Rahiam Miha, sognano di tornare a casa, una prospettiva tuttora incerta, e di trovare il loro paese pacificato: “questo non è il nostro paese. Noi vogliamo tornare a casa e che vengano rispettati i nostri diritti fondamentali come esseri umani”.