• IL VIAGGIO APOSTOLICO

Myanmar, lo slalom per la pace di Papa Francesco

Dopo circa 10 ore di volo, Papa Francesco è atterrato ieri a Yangon, capitale del Myanmar, per iniziare il suo 21° viaggio apostolico internazionale in programma in Myanmar e Bangladesh dal 26 novembre al 2 dicembre. La prima giornata ha visto subito un fuori programma perché Francesco, contrariamente al previsto, ha incontrato in forma privata il generale Min Aung Hlaing, capo dell'esercito (lo avrebbe dovuto incontrare il giorno 30).

Per la precisione il Papa è stato ricevuto da cinque militari, tutti con ruoli chiave nel governo del paese (sono in mano all’esercito, oltre alla Difesa, anche gli Interni e il ministero che controlla le frontiere). Un quarto d’ora di colloquio in cui, ha dichiarato il portavoce vaticano Greg Burke, «si è parlato della grande responsabilità delle autorità del Paese in questo momento di transizione».

Il tema più caldo di questo primo viaggio di un pontefice in Myanmar riguarda il destino dei musulmani Rohingya, che dallo scorso 25 agosto sono dovuti fuggire profughi verso il Bangladesh a causa di una violenta repressione posta in essere proprio dall’esercito birmano, che ha reagito a un’offensiva dei terroristi islamici dell'Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa). L’attacco militare da una parte, e la violenza islamista dall’altra, hanno provocato un esodo di massa da parte della popolazione.

La questione è complessa e il governo attuale, democratico, ma ancora in qualche modo legato al regime militare che da decenni domina il paese, cerca con fatica di prendere le distanze da un atteggiamento fortemente repressivo nei confronti di tutte le minoranze. I Rohingya sono un’etnia non riconosciuta e le autorità rifiutano di utilizzare la parola “rohingya”.

Per questo che il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha espressamente consigliato il Papa di fare attenzione a non utilizzare questa parola. «Ho avvertito il papa. Gli ho detto che sia il governo che i militari ma anche la gente in generale, soprattutto gli appartenenti alla polizia, non gradiscono questo termine», ha spiegato a Tv2000. Perchè «se usi questa parola vuol dire che sposi completamente la loro causa. Anche se io ho cercato di spiegare che se dovesse usarla, non vuol dire che il papa voglia interferire nella politica interna birmana ma semplicemente lo fa per una particolare simpatia verso queste persone che stanno soffrendo. Potrebbe farlo ma solo per indicare di chi stiamo parlando».

In questo contesto ci si attende molto dall’incontro che il Papa avrà oggi con la leader democratica e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato e ministro degli Esteri, simbolo di una nuova stagione per il Myanmar. Ma anche la “Signora” ha ricevuto molte critiche dalla comunità internazionale, accusata di aver ignorato la brutale repressione dei Rohingya. Dopo l’incontro con San Suu Kyi Francesco vedrà le autorità, molti pensano che in questi due incontri il Papa più che parlare dei Rohingya chieda un impegno comune per favorire una convivenza civile riconciliata tra tutte le minoranze del paese. Infatti, oltre ai Rohingya, bisogna considerare anche altri profughi che appartengono ad altre minoranze avversate dal lungo regime militare, come quelle dei appartenenti alle etnie Kachin, Karen, Chin, e Shan. I Kachin sono in gran parte cristiani e vivono da anni in campi profughi.

Altro momento importante del viaggio sarà domani, quando il Papa incontrerà il Consiglio Supremo “Sangha” dei Monaci buddisti nel Kaba Aye Centre. Dei 51 milioni di abitanti il 91% sono buddisti e il regime militare ha sempre interpretato le repressioni nei confronti delle minoranze come una guerra contro il buddismo e la nazione. Durante questo incontro la chiave del dialogo interreligioso utilizzata da Francesco dovrà tentare di aprire uno spazio per la pace.

Giovedì ci sarà l’incontro del Papa con i giovani cattolici nella Cattedrale di St. Mary, poi la partenza per Dhaka. Arrivato in Bangladesh prenderà il via la seconda parte del viaggio apostolico che si concluderà sabato 2 dicembre con rientro a Roma intorno alle 23. Il Bangladesh è già stato visitato da un Papa, Giovanni Paolo II nel 1986 e da Paolo VI che andò a Dacca nel 1970, che però in quel momento era in Pakistan. Oggi il Bangladesh è un paese che si trova sul guado tra la laicità e l’islamismo fondamentalista alimentato dagli aiuti dell’Arabia saudita.