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Meno soldati all'estero, stesse spese

Soldati italiani all'estero

La nuova missione militare in Niger continua a suscitare dubbi, almeno circa gli interessi nazionali in gioco e dettagli non proprio insignificanti quali i compiti del contingente, che andrebbero ben oltre l’addestramento delle truppe di Niamey, prevedendo il pattugliamento della frontiera calda con la Libia. Una zona dove al di là dei jihadisti e dei trafficanti di uomini si muovono Tuareg che gestiscono ogni tipo di contrabbando e traffico illecito.
Per i numeri limitati di truppe e mezzi sembra evidente che le nostre truppe avranno bisogno del supporti francese e opereranno sotto il comando di Parigi, cioè del nostro più agguerrito rivale nella crisi libica.

Non è forse un caso che secondo quanto trapelato i primi militari italiani giungeranno a Niamey a febbraio e il contingente diverrà operativo solo a marzo, cioè dopo il voto, evitando così che la missione dei paracadutisti nel deserto nigerino divenga oggetto di dibattito elettorale.

Per sostenere gli oneri della missione in Sahel il governo punta sulla riduzione di altri contingenti schierati oltremare. Come quelli inviati in Iraq e Afghanistan su richiesta degli USA. In Iraq potremmo ridurre di almeno la metà i 1400 militari schierati tra Erbil, alla Diga di Mosul e a Baghdad con 8 elicotteri (più i 7 aerei e droni basati in Kuwait).

Le truppe in Iraq verranno dimezzate e rientreranno anche diversi velivoli riducendo di almeno un terzo i costi (quest’anno 301 milioni, 237 nel 2016 e 200 l’anno precedente) mantenendo per lo più istruttori e un presidio alla Diga di Mosul almeno finchè non finiranno i lavori di consolidamento della grande infrastruttura affidati alla società italiana Trevi. Il permanere di queste forze (nell’unico caso di contingente militare inviato a proteggere il cantiere di una società civile) richiederà probabilmente di lasciare in Iraq anche alcuni droni ed elicotteri per la sorveglianza dell’area e l’eventuale evacuazione del personale.

In riduzione anche i 950 militari schierati in Afghanistan che secondo le rivelazioni di Repubblica scenderanno a 700, grazie all’arrivo nella base di Herat di altri contingenti Nato. Anche in questo caso si risparmierà qualcosa rispetto ai 174,4 milioni quest’anno e ai 179 nel 2016.

I risparmi sulle missioni irachena e afghana potrebbero finanziare l’operazione in Niger che non costerà meno di 150 milioni di euro annui considerata la necessità di sbarcare i mezzi in Gabon per poi portali a Niamey lungo 2.500 chilometri di strada africana, e l’esigenza di mobilitare anche aerei cargo che in Italia scarseggiano per l’usura dei C-130J (spremuti in questi anni impiegandoli come trasporti a lungo raggio) e l’assenza di cargo strategici.

Non dovrebbero essere previste riduzioni al migliaio di caschi blu italiani schierati lungo la sempre più calda “Blu Line” tra il Libano e Israele e neppure ai 500 soldati schierati con la Nato in Kosovo, culla del jihad balcanico insieme alla Bosnia.
Nel complesso non dovrebbero subire cambiamenti neppure  le operazioni minori come quella sanitaria a Misurata (Libia) con 300 militari, quelle navali italiane, Ue e Nato nel Mediterraneo o altre che vedono impegnati un centinaio o poche decine di militari: operazioni che costituiscono la gran parte delle 33 missioni internazionali che vedono i militari italiani presenti in 22 Stati.

Nel 2018 quindi i soldati complessivamente schierati all’estero potrebbero scendere dagli attuali 6.800 (più 7.200 impiegati in Italia per compiti di sicurezza interna) a circa 6.300 ma i costi logistici della missione in Niger difficilmente consentiranno di ridurre la spesa per le missioni oltremare che quest’anno ha superato di poco il miliardo di euro.