• POTERE FORTE

Mattarella, presidenzialismo non dichiarato

Prima con le estenuanti trattative per trovare una maggioranza di governo, poi con gli interventi continui per rasserenare i mercati e l'Ue, la difesa della libertà di stampa dagli attacchi dei grillini, il contraltare alle promesse elettorali più irrealistiche... Mattarella sta diventando un presidente con potere decisionale, come mai in passato.

Sergio Mattarella

La fase politica che si è aperta dopo le elezioni politiche del 4 marzo, e che gli alleati di governo definiscono Terza Repubblica, si caratterizza per alcune novità negli equilibri tra i poteri. Il patto per molti versi “anomalo” e innaturale tra Lega e Cinque Stelle, figlio della mancanza di veri vincitori nelle urne, ha provocato alcune scosse di assestamento sulla struttura dello Stato, con conseguente rimescolamento di carte tra potere legislativo, potere esecutivo e Quirinale.

In particolare il ruolo del Presidente della Repubblica ha subìto una certa metamorfosi dagli esiti ancora imprevedibili. Già all’indomani del voto, Sergio Mattarella ha dovuto faticare non poco nelle lunghe e tortuose consultazioni, al fine di smussare le asprezze degli attori politici e di fare in modo che le forze politiche dell’attuale maggioranza addivenissero alla definizione di una formula di governo in grado di far decollare la legislatura. Nel corso dei mesi, però, si è affermata sempre più nell’attività di governo una logica proporzionalistica, nel senso che ciascuno dei due alleati tende a portare acqua al suo mulino e a mira a non perdere la faccia con il suo elettorato, difendendo gli obiettivi sbandierati ai quattro venti durante la campagna elettorale.

Ne deriva che su questioni cruciali sulle quali Lega e Cinque Stelle hanno approcci ragionevolmente molto diversi, deve intervenire il premier Giuseppe Conte a far da paciere e a mediare affinchè i provvedimenti possano venire alla luce ed essere approvati in Parlamento. Ma la figura di Conte, docente prestato temporaneamente alla politica, appare comunque defilata rispetto a quella dei due vicepremier, che sgomitano per conquistare spazi di potere e per coltivare la propria visibilità e compiacere i rispettivi bacini elettorali. Di qui la crescente attività di moral suasion del Quirinale, con un Presidente della Repubblica che ha intensificato i suoi discorsi pubblici, i suoi messaggi di accompagnamento critico ai testi di legge da discutere, gli appelli ad abbassare i toni con l’Europa, le frasi distensive per provare a calmare i mercati. Se n’è avuta la riprova anche questa settimana con l’ennesima presa di posizione di Sergio Mattarella in difesa della libertà di stampa, dopo gli attacchi scomposti dei grillini.

Appare quindi evidente che il ruolo tradizionalmente notarile del Quirinale abbia lasciato gradualmente il posto a un ruolo più decisionale, operativo e incisivo, visto e considerato che non esiste una coalizione di governo coesa e che a Palazzo Chigi non siede un leader politico ma un mediatore non politico tra due leader che ogni volta fanno fatica a trovare una quadra. All’epoca del maggioritario, nel ventennio berlusconiano, durante il quale Silvio Berlusconi vinceva o perdeva, ma quando perdeva aveva avversari con un’investitura forte e una solida coalizione alle spalle (si ricordi in particolare Romano Prodi, che lo sconfisse due volte), il Presidente della Repubblica doveva semplicemente assicurare che la competizione politica fosse rispettosa della cornice istituzionale e costituzionale e non occorrevano suoi interventi di supplenza. Anche durante l’epoca renziana il Capo dello Stato aveva scelto un profilo basso, visto che l’esuberanza dell’allora Presidente del Consiglio finiva per offuscare il Quirinale e le sue rare esternazioni.

Oggi è tutto cambiato, ma per certi versi sembra di essere tornati ai bizantinismi estenuanti della Prima Repubblica. I governi dell’epoca si formavano in Parlamento sulla base, non della volontà popolare, ma delle alchimie e dei compromessi tra leader e delle convergenze tra partiti. Ne conseguiva la necessità che il “faro” del Quirinale illuminasse costantemente la dialettica politica e assicurasse stabilità al sistema Paese. Anche oggi il peso degli interventi di Sergio Mattarella appare destinato a crescere, proprio in ragione dei fragili equilibri tra gli alleati di governo e della instabilità permanente che sembra contrassegnare la presunta Terza Repubblica giallo-verde.