• LETTERA AL DIRETTORE

Ma esiste ancora una moralità?

Harvey Weinstein con Gwyneth Paltrow e Hillary Clinton, in tempi non sospetti

Caro direttore,

guardando a ciò che sta avvenendo in questi giorni, soprattutto nel mondo dello spettacolo, sto pensando che non vi sia nulla di più facile che fare l’indignato. Come è facile e comodo indignarsi! Si capisce sempre di più come Gesù si sia sempre molto arrabbiato soprattutto con gli ipocriti di tutte le risme. Perdonava ai peccatori che avevano fede in Lui ed era terribilmente polemico con gli ipocriti che si sentivano a posto (“guai a voi!”).

L’indignazione ipocrita può avere tanto spazio sia a livello personale che a livello sociale per il semplice fatto che viene censurato un dato di fatto che sarà pure misterioso, ma che è di una insolita evidenza: in ogni uomo ed in ogni donna vi è quello che la Chiesa definisce come peccato originale, che è presente in ciascuno di noi, anche in quelli che consideriamo “buoni”. Il peccato originale è presente persino in quei giudici che volevano rigirare l’Italia come una calzetta, ma che poi  hanno fatto vedere a tutti i propri terribili errori. Se tutti noi avessimo piena coscienza che siamo intrisi di “peccato”, non daremmo spazio ad atteggiamenti ipocriti. Saremmo pronti a capire ciò che giusto e ciò che non lo è, ma non cadremmo nell’infernale vortice di falsità morali condannato da Gesù. Anche perché indignazione ed ipocrisia non risolvono mai alcun problema. Soprattutto, non aiutano a tirarci fuori veramente dal peccato. Solo Uno ci può salvare, non la nostra indignazione ipocrita. Atteggiamento, quest’ultimo, che è tanto più grave quando finge di scoprire l’acqua calda (come nel caso degli approcci a belle attrici da parte di produttori e registi).

Caro direttore, vorrei farti alcune considerazioni a margine di quanto sopra. Quando era la Chiesa a richiamare uomini e donne a tenere certi atteggiamenti morali (fino a proclamare santa Maria Goretti per avere resistito al male) moltissimi, soprattutto tra gli intellettuali “de sinistra”, l’accusavano di essere bigotta e retrograda. Ora sono quegli stessi a stracciarsi le vesti, tra l’altro, con moltissimi anni di ritardo. E si stracciano le vesti senza compiere il minimo lavoro per andare alla radice del male. Condannano per il semplice gusto di condannare e di mettersi a posto la coscienza (magari tra una canna e l’altra). Gli attuali “indignati”, poi, sono gli stessi che fino a poco tempo fa proclamavano che, in nome di una mal compresa libertà, ciascuno poteva fare ciò che voleva. L’attuale indignazione prova che quella teoria era sbagliata. Il moralismo individua in ogni epoca un peccato particolare da combattere e su quello si scatena. Dopo avere inneggiato per anni al più sfrenato libertinaggio, ora inchiodano chi confessa di avere messo in atto quei precetti.

C’è poi un altro aspetto connesso a questo intrigo di moralismo e ipocrisia. Come mi ricorda spesso un mio caro amico, l’eccesso di indignazione ha cancellato qualunque distinzione tra peccato e reato. Avendo cancellato il concetto stesso di peccato dal proprio orizzonte esistenziale, per molti è rimasto solo il “reato”, il quale, per sua natura, deve essere sanzionato pubblicamente. Per il peccato, bastava la segretezza del confessionale; essendo rimasto solo il reato, occorre, per forza di cose, la punizione pubblica, che spesso, in mancanza della prescrizione legale, si trasforma nella gogna mediatica, che forse è peggiore di una condanna penale.

Caro direttore, una osservazione finale. A scanso di equivoci, è evidente che ogni violazione della libertà altrui, soprattutto se attuata con metodi violenti, deve essere condannata (e, se occorre, repressa). Ma sempre con la coscienza del proprio peccato. Molti di coloro che oggi si indignano penso che, nel proprio intimo, sognino di farsela con una bella attrice. Per Gesù anche questo è peccato. Ricordiamocelo.