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L'ultima trovata: togliere a Trump il comando nucleare

La "valigetta nucleare"

Al Congresso degli Stati Uniti d’America, la Commissione di politica estera del Senato, guidata dal repubblicano Bob Corker, sta tenendo un’audizione molto particolare. Per la prima volta dal 1976, infatti, la Commissione vuole sapere quale sia l’effettivo potere decisionale del presidente in una materia che raramente si vuol prendere in considerazione: la guerra nucleare.

Dall’inizio della crisi nordcoreana, il tema della guerra atomica sta tornando prepotentemente sulla scena. Lo dimostra il simposio internazionale sul disarmo nucleare che si è tenuto presso la Santa Sede la settimana scorsa. E il Nobel per la Pace assegnato a Ican, rete di Ong che mirano, appunto, al disarmo atomico. L’audizione in Senato si inserisce in questa scia di iniziative? Non proprio. L’origine, come vedremo, è molto più “personale”.

Può un presidente americano svegliarsi male la mattina e lanciare un attacco nucleare contro un altro paese? Se non proprio in questi termini, è questa la domanda rivolta dai senatori della Commissione al primo testimone, il generale in pensione Robert Kehler, ex comandante dello Strategic Command (responsabile per il deterrente nucleare strategico americano) dal 2011 al 2013, in piena era Obama. Secondo Kehler il presidente ha la facoltà di ordinare un attacco in ogni momento, ma le forze nucleari restano sotto il controllo dei comandi militari. E un generale, se l’ordine è illegale, può rifiutarsi di eseguirlo. Nella guerra atomica, così come per quella convenzionale, un ordine deve risponde ai principi di necessità militare e proporzionalità. L’ordine di incenerire una città in un paese che non è in guerra con gli Usa, tanto per fare un esempio, non è legale e un generale ha il diritto di disobbedire, anche se sa che il presidente, a quel punto, lo potrebbe destituire.

Tuttavia, anche la possibilità dei militari di controllare il processo di lancio non è così scontata come si potrebbe pensare. Come dichiara il noto esperto di guerra nucleare Bruce Blair, ex ufficiale delle forze missilistiche strategiche americane, un ordine del presidente arriva ai comandi e, simultaneamente, anche a tutte le forze sul campo. Un generale ha la possibilità di diffondere un contrordine, per terminare l’ordine presidenziale. Ma qui si parla di procedure che durano pochi minuti e potrebbe non esserci il tempo materiale per un contrordine. Dunque, almeno teoricamente, un presidente potrebbe lanciare un attacco senza che nessuno possa opporvisi. E’ molto difficile, ma possibile.

Come è possibile che gli Usa, patria del federalismo e dei contropoteri, abbiano assegnato un potere così enorme e incontrollato a una singola persona? Per motivi di rapidità. Durante la Guerra Fredda, almeno dagli anni ’60 in poi (quando anche l’Urss era dotata di missili balistici intercontinentali), il tempo impiegato da un missile per raggiungere gli Usa dalla Russia era di circa 25-30 minuti, a seconda del suo bersaglio. Tolto il tempo necessario per individuare il lancio e confermarlo e considerati i tempi tecnici per la risposta, al presidente sarebbero rimasti appena 10 minuti per prendere una decisione definitiva e trasmettere l’ordine a tutte le unità, per una rappresaglia devastante. Era soprattutto su questa capacità di reazione che si fondava il deterrente nucleare americano. Anche dopo la fine della Guerra Fredda, lo scenario non è del tutto cambiato. Anche dalla Corea del Nord o dall’Iran, un eventuale missile può impiegare dai 33 ai 40 minuti per raggiungere il suo bersaglio negli Usa. I tempi di reazione del presidente sono quasi invariati dai tempi della guerra fredda.

Un sistema concepito per permettere una risposta rapida adesso fa paura perché potrebbe essere usato per un attacco preventivo? C’è davvero questo rischio? L’ultimo dibattito analogo in Congresso risale al 1976, quando un’audizione simile mise in discussione il principio del “primo colpo”, l’allora dottrina ufficiale strategica americana in caso di guerra con l’Urss in Europa: la possibilità di lanciare per primi le armi nucleari, nel caso che l’Armata Rossa avesse sfondato le linee della Nato. Quel principio, anche se dibattuto, rimase invariato anche per tutti gli anni successivi, fino alla fine della Guerra Fredda. Nella storia recente vi sono stati anche momenti imbarazzanti o pericolosi. Nel 1974, quando il presidente Nixon, in piena depressione da scandalo Watergate, aveva iniziato ad alzare il gomito, l’allora segretario alla Difesa James Schlesinger aveva informalmente comunicato ai comandi delle forze nucleari di discutere eventuali ordini “insoliti” con lui o con Kissinger. Tuttora è dubbio se si sia trattato di un atto di ammutinamento. Nel 1981, quando un folle sparò a Ronald Reagan, durante il suo trasporto in ospedale il presidente perse il suo “biscotto”, il piccolo astuccio che contiene il suo codice di autenticazione, con il quale può comunicare con i comandi militari prima di dare l’ordine di lancio. Poco più di un decennio, fu ugualmente panico quando Bill Clinton perse il suo “biscotto”. Anche se nessuno gli aveva sparato. In nessuno di questi casi, il dibattito è stato portato in Congresso.

Perché, allora, con Trump si deve rimettere in discussione l’autorità presidenziale nella sua principale funzione di comandante in capo? L’iniziativa è stata presa dal senatore Bob Corker, che pur essendo repubblicano si è distinto per un fitto scambio di insulti personali con il presidente, ovviamente via Twitter. Il presidente lo ha umiliato pubblicamente, negandogli l’appoggio per la rielezione nelle elezioni di medio termine del 2018 e lui ha risposto dando del vecchio rimbambito a Trump, residente in una Casa Bianca trasformata in una “casa di cura” per anziani. E per questa lite personale, a cui si aggregano volentieri i Democratici (che non vedono l’ora di delegittimare il presidente), viene rimesso in discussione il deterrente nucleare. Facendo passare un messaggio pericolosissimo in tutto il mondo: che la prima potenza nucleare non ha fiducia nel controllo del suo arsenale. E che Trump, tutto sommato, è più pericoloso del dittatore nord-coreano Kim Jong-un. In un momento così teso, non sarebbe proprio il caso.