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L'Ue contro lo shopping fiscale dei colossi del Web

La sede di Amazon in Lussemburgo

I giganti dell’economia digitale da qualche mese a questa parte tremano. Attorno a loro si sta stringendo il cerchio dell’Unione Europea, che intende finalmente sanare un’anomalia, quella di un iniquo sistema di tassazione che consente ai cosiddetti Over the top di pagare tributi irrisori, a fronte di guadagni esorbitanti.

Va subito detto che Google, Amazon, Facebook, Apple e gli altri soggetti ormai padroni della Rete, che in Italia nel 2016 hanno versato nel complesso soltanto 11,7 milioni di euro di tasse, si comportano in modo lecito, trasferendo la fatturazione dei loro utili negli Stati nei quali vige un sistema fiscale più morbido e meno vessatorio. Versare al fisco irlandese il 12,5% di tasse sulle transazioni effettuate in Italia è, al momento, reso possibile dalla mancanza di normative specifiche che lo vietino, in quanto non c’è ancora chiarezza sul principio di stabile organizzazione. Quei colossi della Rete hanno in Italia uffici, dipendenti, un country manager, e quindi sono a tutti gli effetti aziende multinazionali con sedi nei vari Stati, anche nel nostro, ma i vuoti normativi consentono loro di fatturare i ricavi nel Paese d’origine o in paradisi fiscali nei quali la cosa risulta assai più conveniente (Irlanda, Lussemburgo, Cipro, Malta).

Questo crea difformità di trattamento e li autorizza, ma solo entro certi limiti, a fare “shopping fiscale” e a scegliersi le sedi sociali e amministrative più indulgenti in Europa. Su questo secondo punto, però, possono scattare violazioni di legge, in particolare per quanto riguarda accordi fiscali segreti (tax ruling) tra Stati e Over the top, che danno la possibilità a questi ultimi, attraverso artifici fiscali e scatole cinesi, di pagare tasse ancora più basse, eludendo i principi della concorrenza. In altre parole, quando qualche Stato, per paura di  perdere i massicci investimenti (e le relative entrate fiscali) di un colosso della Rete, chiude un occhio e accondiscende ad alcune sue richieste di “privilegio” fiscale, può essere passibile di denuncia.

Quanto sta accadendo negli ultimi giorni rientra un po’ in questa seconda fattispecie. L’Unione europea ha sanzionato Amazon con una multa da 250 milioni di euro a titolo di risarcimento per vantaggi fiscali illeciti "che costituiscono una violazione delle regole dell’Ue sugli aiuti di Stato", dei quali il colosso dell’e-commerce ha beneficiato registrando in Lussemburgo la base delle proprie operazioni. Lo ha annunciato Margrethe Vestager, commissaria europea della Concorrenza, a conclusione delle indagini avviate da Bruxelles nell’ottobre 2014 sull’accordo fiscale di tax ruling stretto nel 2013 da Amazon e il governo lussemburghese, grazie al quale la società ha ottenuto che "tre quarti dei suoi profitti non sono stati tassati". Margrethe Vestager ha sottolineato che "gli Stati membri non possono concedere a multinazionali vantaggi fiscali selettivi che non concedono ad altre imprese". I 250 milioni dovranno ora essere versati alle autorità del Lussemburgo. Amazon ha replicato sostenendo di avere pagato in Lussemburgo tutte le tasse, in accordo con il Granducato e con le leggi internazionali e negando di avere ricevuto trattamenti speciali. A sua volta, il Lussemburgo ha fatto sapere, con un comunicato diffuso dal Ministero delle Finanze, di avere preso conoscenza della decisione della Commissione che verrà analizzata con diligenza, riservandosi i suoi diritti. Lussemburgo "sottolinea di aver collaborato pienamente con la Commissione per tutta la durata dell'inchiesta e di essere fermamente impegnato in favore della trasparenza in materia fiscale e nella lotta contro l'evasione".

La Commissione Antitrust europea ha anche deferito l’Irlanda per non avere recuperato da Apple la somma dovuta entro il termine previsto (3 gennaio 2017) pari al vantaggio fiscale goduto da Apple secondo lo stesso principio per cui è stata sanzionata Amazon. Un anno e mezzo fa l'Antitrust Ue aveva infatti chiesto all'Irlanda di recuperare 13 miliardi di euro dalla società del melafonino. "Finché non li recupera – secondo la Commissione - Apple continuerà ad avere un vantaggio sugli altri".

Nell’attesa che l’Ocse, nel 2020, completi le raccomandazioni di riferimento per la digital economy, l’Europa sta marciando compatta o quasi. Il patto siglato da Germania, Francia, Spagna e Italia per assicurare regole uniformi sul piano fiscale per i colossi della Rete è certamente un primo passo significativo.

Senza demonizzare l’innovazione tecnologica e senza criminalizzare le multinazionali che consentono a tutti i cittadini europei di fruire gratuitamente di servizi utilissimi nella vita di tutti i giorni, occorre però introdurre regole certe e rigorose per assicurare una equa redistribuzione dei costi e dei ricavi, e dunque, in generale, delle risorse, anche fiscali, nella filiera di produzione e diffusione dei contenuti in Rete. Solo così l’economia digitale potrà crescere in una prospettiva inclusiva e sostenibile.