• ARABIA SAUDITA

Lotta alla corruzione, Il principe contro tutti

Mohammed bin Salman

Mohammed bin Salman, 32 anni, principe ereditario destinato a occupare il trono dell'Arabia Saudita sul quale ora siede suo padre, re Salman, continua nella sua politica di accentramento del potere ed eliminazione dei rivali. Nel fine settimana ha messo a segno il colpo più vistoso ed eclatante dell'ultimo anno: pochi minuti dopo essere stato nominato da suo padre a capo di una nuova commissione anti-corruzione, ha fatto arrestare, come rivelato da Al Arabiya, 11 principi della famiglia e 38 tra ministri ed ex ministri. Nessuno è stato rinchiuso in prigione: alloggiano tutti in lussuose camere a cinque stelle del Ritz Carlton di Riyad e altri hotel di lusso. Ma la sostanza non cambia: sono stati purgati.

Eliminare i propri avversari politici accusandoli di corruzione non è una novità del regime saudita, che si basa sul patto di ferro tra la casata degli Al Saud e i religiosi islamici wahabiti ultra-rigoristi. È una tattica comune ai dittatori di tutto il mondo e Mohammed bin Salman (MbS) ha dimostrato di conoscerla bene. Senza accuse formali e al di fuori di ogni processo legale, MbS ha fatto arrestare tra gli altri il principe Alwaleed bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo, che ha investito anche in grandi gruppi media americani come Apple e Twitter o in catene famose come il Four Season. Soprattutto, è stato fermato il principe Mutaib bin Abdullah, figlio prediletto dell'ultimo sovrano Abdullah, e capo della Guardia nazionale, importante forza militare saudita.

Mutaib, di fatto, era l'unico avversario rimasto di MbS nella lotta per il trono. Ce n'era un altro, l'ex ministro dell'Interno Mohammed bin Nayef, grande favorito dopo la morte di re Abdullah, ma a lui MbS aveva già pensato a luglio. In estate, infatti, bin Nayef è stato costretto a dimettersi dalla carica di ministro ed è stato tradotto agli «arresti domiciliari» nel suo palazzo, pur senza accuse formali. Il ministero dell'Interno è passato al figlio di bin Nayef, ma di fatto è controllato da MbS. Dopo le ultime purghe, il principe ereditario ha assunto il controllo di fatto di tutti i servizi di sicurezza che gestiscono le armi e quindi il potere reale nel paese: la Difesa, di cui è sempre stato ministro, l'Interno, dopo la purga di luglio, e ora la Guardia nazionale, dopo le epurazioni del fine settimana.

Uno degli obiettivi di MbS è quello di modernizzare l'economia saudita. Il suo piano, “Vision 2030”, ha lo scopo di affrancare il Regno dalla dipendenza dal petrolio, che rappresenta il 46% del Pil nazionale, l'84% delle esportazioni e l'87% delle entrate fiscali. Il piano mira ad aumentare le esportazioni non petrolifere e l'incidenza del settore privato sul Pil. Attrarre nuovi investitori è un altro obiettivo del principe, che per dare un'immagine diversa del paese ha insistito perché dal 2018 le donne possano guidare ed entrare negli stadi, oltre a promettere un islam più moderato.

Alcuni osservatori internazionali, come James Dorsey, esperto del Regno alla Scuola Rajaratnam di studi internazionali di Singapore, si chiedono come «possa il principe attirare investitori stranieri se arresta grandi imprenditori con status internazionale. Infatti, se è stato arrestato uno come Alwaleed bin Talal, nessuno è al sicuro». La mossa non è chiara dal punto di vista economico - ha stupito anche l'arresto tra gli altri di Adel Fakeih, uno dei principali consiglieri di MbS, tra gli ideatori del piano “Vision 2030” -, ma lo è da quello politico. I Talal, infatti, erano tra i pochi ad opporsi alla decisione di nominare MbS principe ereditario.

Nonostante l'opacità dell'operazione che sta sconvolgendo le stanze del potere saudite, è certo che il principe stia accentrando il potere nelle sue mani come mai era stato fatto prima d'ora, affrancandosi da una tradizione decennale che garantiva stabilità al paese, grazie alla spartizione dei più importanti ruoli governativi tra i principali rami del clan degli Al Saud. Ora MbS ha eliminato i suoi rivali più pericolosi e messo le mani su un'enorme quantità di potere.

Resta da vedere come vorrà usarlo, anche se l'esempio dello Yemen non lascia ben sperare: è il principe che ha lanciato due anni fa una campagna di bombardamenti a tappeto contro gli houthi, alleati dell'Iran, aggravando così un conflitto che ha già fatto quasi diecimila morti in uno dei paesi più poveri del mondo. L'unico obiettivo della guerra è contrastare l'influenza sciita in Medio Oriente, per rafforzare quella sunnita, e per farlo il principe non si è fatto scrupoli, macchiandosi secondo l'Onu di crimini contro l'umanità. Non è un bel biglietto da visita per il nuovo uomo forte dell'Arabia Saudita.