• CRISI DELLA TURCHIA

"Loro hanno i dollari, noi Allah". E la lira turca crollò

La crisi valutaria peggiore: la lira turca collassa perdendo il 14% in un solo giorno. E’ una crisi che preoccupa l’Europa e anche l’Italia, esposta come paese creditore. Ed è il segnale che il sistema economico di Erdogan sta mostrando la corda.

Ufficio di cambio in Turchia

La crisi valutaria peggiore: la lira turca collassa perdendo il 14% in un solo giorno. E’ una crisi che preoccupa l’Europa e anche l’Italia, esposta come paese creditore. Ed è il segnale che il sistema economico di Erdogan sta mostrando la corda.

La crisi della lira turca è stata innescata definitivamente dalla lite fra il governo di Ankara e l’amministrazione Trump, circa la detenzione di un pastore protestante statunitense, dal 2016, accusato senza le prove necessarie, di essere colluso con i curdi e con i gulenisti (seguaci di Fethullah Gulen). Gli Usa hanno risposto con prime sanzioni, che hanno colpito due persone: il ministro degli Interni e quello della Giustizia. Ma ieri, considerando che il caso del pastore Andrew Brunson non si è risolto neppure con il vertice di Singapore, Trump ha annunciato l’arrivo di nuove sanzioni: il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio importati dalla Turchia. E ha affermato che gli Stati Uniti “prevarranno” in una “guerra economica” con la Turchia. Questa è stata certamente una delle cause. L’altra, sempre nell’immediato, è la notizia data dal Financial Times, sulla revisione, avviata dalla Bce, sulle esposizioni bancarie europee sulla Turchia. Cosa che fa comprendere come i creditori inizino a temere di non rientrare. Fra le economie in via di sviluppo, la Turchia è quella che ha il maggior debito estero in rapporto al suo Pil: più del 50%. Secondo le stime pubblicate da Banca Mondiale e Fmi, la sua capacità di ripagare il debito è una delle più deboli.

Queste sono le cause esterne. Ma poi Erdogan ci ha messo (molto) del suo. Quando la lira turca incominciava a recuperare le perdite subite venerdì mattina, il presidente turco ha preso la parola e ha chiesto pubblicamente ai suoi elettori di cambiare ogni dollaro, ogni euro e ogni pezzo d’oro che possedevano con lire turche. Perché, parole sue: “Loro hanno i loro dollari, ma noi abbiamo il nostro popolo, la nostra virtù, abbiamo Allah”. E la lira turca è crollata in Borsa, definitivamente. Non solo i mercati e i creditori hanno trovato ben poco spendibili i concetti non-economici espressi da Erdogan, ma contemporaneamente al presidente, il suo genero Berat Albayrak, ministro delle Finanze, ha annunciato un piano talmente vago da risultare ben poco credibile per investitori e creditori.

Le dimensioni del disastro sono notevoli. La lira turca ha perso il 14%, ma si tratta del culmine di una tendenza che ormai è visibile da mesi: ha infatti perso il 45% nelle ultime 52 settimane, Ed era, già prima delle ultime elezioni, la seconda peggior perdita di valore di una valuta fra i Paesi del G20 (che includono le economie in via di sviluppo). L’inflazione preoccupa con un tasso al 15% nel mese di giugno ed è vista innalzarsi al 17%. Uno shock analogo si registra nei titoli di Stato turchi: il rendimento delle scadenze a dieci anni è così salito a quota 18%, un nuovo massimo storico. Il titolo di Stato a due anni, che paga maggiormente il rischio Paese, si è invece avvicinato a un rendimento del 20%.

Se Erdogan è portato a descrivere questo shock come il prodotto di una cospirazione esterna, va notato, proprio in base a questi dati, che la crisi ha origine negli anni scorsi. Tanto è ver che uno dei motivi della sua corsa ad elezioni anticipate era proprio la necessità di precedere gli effetti crisi, sapendo che era già in corso e che prima o poi si sarebbe manifestata. Sicuramente l’annuncio di Trump e le notizie sulla Bce (che se stava esaminando le esposizioni bancarie, però, un motivo l’aveva) hanno costituito l’innesco della crisi valutaria. Ma le sue cause risalgono ad anni di mala gestione economica di Erdogan, alle sue politiche sempre populiste, nel senso classico del termine.

Purtroppo, fra chi ha dato credito alla crescita turca ci sono anche gli italiani. Le più esposte sono la BBVA SA spagnola, la Bnp Paribas francese e la Unicredit italiana, che hanno perso, rispettivamente, il 6,3%, il 4,2% e il 4,3%. Spagna, Francia e Italia sono i paesi più esposti alla crisi turca.