• LA LETTERA

Lo strano concetto di libertà di Cappato & co

Cappato e i Radicali considerano vessatorio uno Stato che non permette di scegliere liberamente di morire, ma permette a questo stesso Stato di evitare unilateralmente che una vita nasca. In entrambi i casi la cultura radicale si mette dalla parte della morte e non della vita. Ma in un caso (quello dell’eutanasia) per esaltare la libertà del debole e solo; nell’altro caso (quello dell’aborto) per esaltare la libertà del più forte contro la debolezza di chi non può parlare, ma, purtroppo (come è stato dimostrato) può già soffrire.

Marco Cappato
Caro direttore,
proprio nei giorni in cui, inopinatamente, il presidente dell’Accademia per la vita del Vaticano, mons. Vincenzo Paglia, santificava Marco Pannella, auspicando addirittura il ritorno del suo “spirito”, i Radicali italiani, prendendo spunto da un caso bisognoso di umana pietà, hanno scatenato un pubblico dibattito su temi che, tra l’altro, sono molto differenti tra di loro, ma che hanno in comune l’obiettivo di introdurre anche in Italia il principio secondo il quale è possibile interrompere, da parte dell’uomo e dei suoi organismi pubblici, una vita umana.
 
Il dibattitto in corso non ha nulla di razionale, proprio perchè prende lo spunto da un “caso” di fronte al quale occorrerebbe, innanzi tutto, pregare in silenzio. Invece, con il metodo inaugurato, a suo tempo, da Pannella e dalla Bonino, i Radicali, con Cappato in testa, hanno seguito il solito iter demagogico, culminato con la solita “eroica” autodenuncia, sulla qual cosa il tuo giornale è già opportunamente intervenuto. Io vorrei dare un piccolo contributo, sottolineando un aspetto che mi ha colpito.
 
La battaglia demagogica e strumentale di Cappato cerca di darsi un fondamento ricorrendo alla categoria della libertà. Secondo lui ed i suoi acritici seguaci, è sulla base del principio di libertà che ogni individuo può decidere della propria morte, sottraendo così la decisione ad ogni considerazione di carattere sociale e generale. E’ in nome della libertà personale ed individuale che ognuno dovrebbe potere chiedere il suicidio assistito, che ognuno potrebbe accedere all’eutanasia, che ognuno potrebbe disporre di sè e del proprio corpo.
 
A parte ogni considerazione di merito, per la quale occorre avere più spazio di quanto permesso da una semplice lettera, mi pare che il ragionamento e la cultura complessiva di Cappato finiscano in una grave contraddizione. Egli chiede la libertà di ogni persona di poter morire, ma non lascia alla persona che si trova nel grembo della madre la libertà di potere nascere. A quella persona non è chiesto nulla: ella viene semplicemente soppressa sulla base della legge del più forte.
 
Cappato considera vessatorio uno Stato che non permette di scegliere liberamente di morire, ma permette a questo stesso Stato di evitare unilateralmente che una vita nasca. In entrambi i casi la cultura radicale si mette dalla parte della morte e non della vita. Ma in un caso (quello dell’eutanasia) per esaltare la libertà del debole e solo; nell’altro caso (quello dell’aborto) per esaltare la libertà del più forte contro la debolezza di chi non può parlare, ma, purtroppo (come è stato dimostrato) può già soffrire.
 
Caro direttore, viviamo un momento drammatico, nel quale abbiamo la responsabilità, attraverso la nostra testimonianza e la nostra lotta, di tenere vivi i punti di riferimento di un giudizio certo e sicuro. Perchè non abbiamo a vergognarci di fronte a quanto diranno di noi i nostri nipoti e pronipoti.