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Lo sfascio di Roma è colpa solo della mala politica

A proposito anche del caso Marino, una larga parte dei commenti attribuisce le colpe dell’inadeguata gestione della città di Roma non al sindaco, ma agli uffici dell’Amministrazione. Dissento radicalmente da questa opinione e credo che  in massima parte lo sfascio del Comune capitolino sia colpa dei politici. 

Paolo Togni

A proposito anche (non solo: anche) del caso Marino, una larga parte dei commenti attribuisce le colpe dell’inadeguata gestione della Città non al sindaco, ma agli uffici dell’Amministrazione. Dissento radicalmente da questa opinione. Certo, credo anch’io che i rallentamenti in certe procedure, gli apparenti insabbiamenti di certe pratiche, lo sviamento della volontà degli organi politici, sono frutto di interessi o volontà proprie (o indotte da soggetti esterni interessati) di funzionari e dirigenti. Certo, anch’io sono convinto che strutture polverose facilitino – in qualche misura determinino – la presenza di una propensione alla corruzione, per lo più spicciola, secondo schemi piccolo borghesi; che quindi molto frequentemente i burocrati non seguano le indicazioni o gli ordini dei politici, per seguire interessi o idee proprie. E tuttavia, con la stessa certezza con la quale tengo presente quel che ho appena detto, sono sicuro che la responsabilità di questa situazione vada attribuita, in misura notevole se non integralmente, proprio ai politici.

Quando l’uscito assessore al Comune di Roma, Esposito, dichiara pubblicamente che i burocrati non eseguivano gli ordini che lui, l’assessore, titolare del potere politico sull’ufficio e sulla struttura, impartiva, fa solo una pubblica ammissione di incompetenza e di incapacità. Perché nessun potere è più forte del potere politico; naturalmente, purché si verifichino due condizioni: chi ne è titolare deve avere la volontà di esercitarlo, e la capacità di farlo per ottenere i risultati voluti. La volontà senza capacità porta fatalmente a forme di velleitarismo isterico causato da frustrazione per impotenza; e la capacità da sola determina forme di distacco dalla realtà derivanti dall’incapacità di ottenere quel risultato che si sa possibile e per raggiungere il quale, pure, si conoscono i percorsi.

E allora, di chi è la responsabilità se la gran parte degli apparati amministrativi italiani non ottiene i risultati auspicati o proprio non ottiene risultati? Non c’è dubbio, in massima parte la colpa è dei politici. I quali spesso sono carenti della volontà di usare in correttezza il potere loro assegnato dal sistema; spessissimo non conoscono le strade per ottenere i risultati desiderati; e quasi sempre hanno paura di usare uno strumento del quale sanno solo di non sapere come utilizzarlo. E allora, nessuna misericordia, nessuna solidarietà né a Marino, né a Esposito: sono incapaci chiamati a un impegno per rispondere al quale hanno dimostrato di non avere la competenza né la capacità, e prima si levano di mezzo e meglio è.

Intendiamoci: Marino ed Esposito non sono gli unici velleitari incapaci dai quali siano infestate le nostre istituzioni. Dall’alto della mia età ormai quasi veneranda e della esperienza che ne consegue, anzi, posso assicurarvi che essi fanno parte di una assai vasta schiera di inetti, numerosi come mai sono stati gli analoghi incapaci del passato. E sono tutti costoro che dobbiamo ringraziare se lo Stato e l’amministrazione italiana non funzionano, e se il Paese si trova nelle miserevoli condizioni nelle quali si trova, tra opportunità non colte e cantonate prese. Voglio però anche dire che non è solo la capacità tecnica che manca: la volontà di ben operare, e il ben operare in sé, non maturano in presenza di coscienze poco rette, come ce ne sono troppe.

A voler curare la malattia non si conclude nulla: occorre curare il malato, cioè lo Stato, o se volete la società; mantenerne in efficienza gli organi; razionalizzarne le attività; soprattutto selezionarne la classe dirigente con feroce determinazione. I buoni risultati possono essere ottenuti unicamente attraverso sforzi notevoli, attuati con continuità. Ma solo se saremo capaci di fare questo ci troveremo a vivere, e a far vivere i nostri figli, in una società migliore.