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L'Iva è morta. Evviva l'Iva!

Il governo Letta voleva rimandare l'aumento dell'Iva al 1 gennaio 2014. Saltato l'accordo al Consiglio dei Ministri, da martedì prossimo l'imposta indiretta aumenterà. E se l'accordo fosse stato raggiunto? Sarebbe stato peggio: come copertura, avremmo dovuto pagare più tasse. Questo esecutivo non lascia scampo.

Enrico Letta

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è catturata dallo scontro fra partiti, con il Pdl che minaccia dimissioni di massa se verrà votata la decadenza di Silvio Berlusconi, un nemico invisibile sta per abbattersi su tutti i nostri portafogli: l’aumento delle tasse sui consumi. Il Consiglio dei Ministri, turbato dalle turbolenze fra Pdl e Pd, non ha raggiunto alcun accordo sul rinvio dell’aumento dell’Iva. Dunque, il prossimo martedì 1 ottobre, se non si stabilizzerà la situazione politica, l’aliquota passerà dall’attuale 21% al 22%. Secondo i calcoli della Confederazione Italiana degli Agricoltori (uno dei settori meno colpiti dall’aumento dell’imposta indiretta), «Il passaggio dell’Iva dal 21 al 22% andrebbe a coinvolgere il 60% dei consumi: dall'abbigliamento al pieno di benzina, dal vino ai mobili per la casa, dal computer alle parcelle dei liberi professionisti». Nel 2013, i consumi degli italiani registrano già un calo stimato al 2,2%. Con l’aumento dell’Iva, si prevede un ulteriore effetto depressivo.

E se fosse passata la mini-manovra sottoposta all’attenzione del Consiglio dei Ministri? Sarebbe stato meglio o peggio? È importante chiederselo, perché un accordo potrebbe essere raggiunto nei prossimi giorni. Ebbene: per i contribuenti sarebbe stato lo stesso, se non peggio. Prima di tutto perché l’aumento di un punto dell’Iva sarebbe stato semplicemente rimandato al 1 gennaio 2014. Nel frattempo, per coprire il mancato introito, sarebbero aumentate le accise sui carburanti e gli acconti di Irap e Ires, cioè le imposte dirette sulle imprese.

L’aumento delle accise era previsto nella misura di 2 centesimi al litro, fino al dicembre 2013. Dopodiché, sarebbero ulteriormente aumentate di 2,5 centesimi, fino al febbraio del 2015 (fra quasi due anni). Dobbiamo anche considerare che il prezzo della benzina, in Italia, è già il più alto d'Europa, pari a quello dell’Olanda (dove, però, il gasolio costa meno che da noi). Un ulteriore aumento non vuol dire solo: pagare di più quando andiamo dal benzinaio. Vuol dire anche, e soprattutto: veder lievitare i prezzi di tutte le merci trasportate su strada, cioè l’85% dei prodotti che normalmente acquistiamo al mercato e nei centri commerciali. Secondo i calcoli dell’Istat, pubblicati ieri dal Sole 24 Ore, l’impatto di un aumento delle accise sui consumi sarebbe stato addirittura peggiore rispetto a quello di un aumento dell’Iva, perché si sarebbe spalmato in modo ancor più iniquo, finendo per colpire, in modo non selettivo, le famiglie più povere e quelle della classe media.

L’aumento delle accise non è l’unico provvedimento su cui è saltato l’accordo in Consiglio dei Ministri. C’era anche quello dell’acconto dell’Ires (Imposta sul reddito delle società) e dell’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) per il 2013, un aumento della pressione sulle imprese, proprio in un momento in cui sono tutte in crisi, o cercano di barcamenarsi. Quante altre aziende avrebbero dovuto chiudere? Quanti altri posti di lavoro sarebbero stati bruciati?

Saltato l’accordo, ci teniamo l’aumento dell’Iva. Viste le alternative, vien quasi da tirare un sospiro di sollievo ... prima di leggere i dati sulla depressione che inevitabilmente provocherà su consumi, produzione e lavoro. E senza farsi troppe illusioni: la tendenza generale, da quel che è dato capire, è aumentare tutte le tasse: Iva e accise, Irap e Ires. A scaglioni, gradualmente, ma saliranno tutte le aliquote. Eliminarne o congelarne una comporta l’aumento delle altre, perché “la coperta è corta” e, per quanto la tiri, lascia qualcosa a nudo.

Non c’è alternativa all’aumento delle tasse? Il governo Letta ci risponde "no", coi fatti più ancora che con le parole. Nel suo discorso politico tira in mezzo l'Europa e gli impegni da rispettare. Ma è facile dar la colpa all’Europa. Questi aumenti di tasse sarebbero “imposti dal Patto di Stabilità” voluto dalla Merkel (e accettato dal governo Monti), si sente dire. Ma si dimentica un dato fondamentale: il Patto di Stabilità può essere rispettato in due modi, aumentando le tasse o tagliando la spesa pubblica. Lo Stato italiano spende, su per giù, 800 miliardi all’anno. La copertura che il governo sta cercando è di 3,5 miliardi, dunque una minima frazione di quanto esborsa. Possibile che non si riesca a risparmiare su nulla? Evidentemente ci sono “resistenze” troppo forti per qualunque governo, anche per un esecutivo di larghe intese come quello di Letta. Quindi si punta a sostituire imposte con altre imposte (anche più alte) per mantenere i conti in equilibrio. Il problema è che, più la gente è tassata, meno spende e produce … e meno tasse può pagare. Dunque, quei parametri che l’Europa ci chiede (pareggio di bilancio) possono essere rispettati con ancor più difficoltà se prosegue o peggiora la nostra depressione. Pensiamoci bene, prima di sperare nella tenuta del governo Letta: se il prezzo dell’instabilità politica è tremendo, quello della sua stabilità sta diventando insostenibile.