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L'inquietante nostalgia di Stalin

Sono passati 60 anni dalla morte di Stalin. In Georgia, sua terra natale, un sondaggio dice che sia rimpianto dal 45% della popolazione. Andare a Gori è un tuffo nell’era staliniana. Fantasiose mappe illustrano vittorie militari di Stalin che non ci sono mai state. Il passato si sta cancellando.

Stalin

Sono passati esattamente 60 anni dalla morte di Stalin. “Ha da venì il baffone!” dicevano in Italia, dove era l’idolo e l’esempio delle masse del Pci di Togliatti. Poi, dopo la “destalinizzazione” imposta da Chrushev, gli storici comunisti si sono divisi nel definirlo il traditore, piuttosto che il continuatore, della rivoluzione di Lenin. Adesso non interessa più neppure questo dibattito: semplicemente non se ne parla. Nell’ex Unione Sovietica non è così.

In Georgia, sua terra natale, risulta da un sondaggio che sia rimpianto dal 45% della popolazione, soprattutto quella più anziana. Andare a Gori, sua città natale, è un tuffo nell’era staliniana. A parte le cicatrici del passato più recente, come i campi dei rifugiati e le case ancora danneggiate dai bombardamenti della guerra con la Russia del 2008, Gori è una città-modello nel suo genere. Un vero e proprio museo a cielo aperto costruito in stile eclettico. I grandi viali, dove potrebbero passare anche cinque carri armati l’uno accanto all’altro, sono contornati da grigie e imponenti case popolari.

Guglie, torrette, vetrate colorate e decorazioni floreali ornano i palazzi del potere. La casa natale di Stalin, sin dal 1937, è stata trasformata in un museo apologetico. Un museo come non se ne vedono altri, nell’area ex sovietica. Tutto è stato conservato come ai tempi in cui i piccoli “pionieri” venivano portati a visitare le glorie del socialismo reale. E’ una storia ricostruita ad arte, con dovizia di particolari, foto ritoccate da cui scompaiono Bucharin, Kamenev, Zinovev e Trockij, i leader storici fatti epurare e uccidere dal dittatore.

Nella sezione sulla Guerra Civile Russa, mappe fantasiose illustrano grandi vittorie militari di Stalin che non ci sono mai state. La sezione più importante, aggiunta dopo il 1945, riguarda la Grande Guerra Patriottica. Solo pochi accenni allo scoppio del conflitto, a quel patto Ribbentrop-Molotov con cui Germania nazista e Unione Sovietica si spartirono tutto l’Est baltico.
Di quel passato oscuro si vedono solo alcune immagini, surreali, di masse di polacchi che salutano festanti gli invasori. Poi inizia subito la parte sulla guerra contro il nazismo. Ma spariscono le guerre intestine e sanguinosissime contro i baltici, i bielorussi, gli ucraini e i popoli caucasici che pur di ribellarsi a Stalin accettarono persino l’alleanza con gli invasori tedeschi, oppure combatterono sia contro i sovietici che contro i nazisti.

Solo in un angolo del sottoscala di questo museo fa capolino un pezzetto di verità: un poster, appeso per volontà del governo georgiano, rende omaggio alle vittime del gulag e del terrore staliniano. E’ l’unica traccia di pietà per le sue vittime. Ma non è detto che rimanga a lungo.
La giunta di Gori è dominata dal Sogno Georgiano, lo stesso partito che ha vinto le elezioni di ottobre ed è al governo. Il suo programma, a livello internazionale, consiste nella riconciliazione con la Russia dopo le ferite lasciate dalla guerra del 2008.

Riconciliarsi con Mosca, sul piano culturale, vuol dire ripristinare la nostalgia sovietica. E puntualmente la giunta di Gori ha promesso di destinare nuovi fondi per il museo di Stalin e altri ancora per erigere di nuovo il monumento al dittatore, abbattuto nel 2010 per volontà del presidente (anticomunista) Mikheil Saakhashvili.
La classe dirigente russa tiene in grande considerazione la politica storica, dedica molte energie alla ricostruzione dell’orgoglio per l’Unione Sovietica di cui si considera erede. E’ giunta ad attaccare i sistemi informatici dell’Estonia per il solo spostamento di un monumento agli eroi della Grande Guerra Patriottica. In Georgia, in questi mesi, chiede la rimozione del Museo dell’Occupazione Sovietica, nel pieno centro della capitale Tbilisi.

I documenti sulle massicce persecuzioni subite dal popolo georgiano sono un passato scomodo, ma ancor di più lo è il concetto di “occupazione”, seguita a un'invasione vera e propria. In Russia, così come nell’ex Urss, deve ancora prevalere la visione di una Unione consensuale di popoli sotto Mosca. Il passato deve essere idilliaco. L’unica lotta storicamente riconosciuta deve essere esclusivamente quella contro il nazismo. Ma sotto il tappeto di questa visione ufficiale della storiografia si nasconde ben altro.

Secondo le statistiche del politologo statunitense Rudolph J. Rummel, Stalin provocò molte più vittime di Hitler nel suo lungo periodo di terrore al potere. Nel solo processo di collettivizzazione forzata delle terre (1927-1936), volto a creare il socialismo nelle campagne, furono uccise 11 milioni e mezzo di persone.
In questa cifra rientra lo sterminio fisico totale dei piccoli proprietari terrieri (kulaki) e di oltre 5 milioni di ucraini, scientemente lasciati morire di fame con una carestia provocata artificialmente. Nel periodo del Terrore (1936-1939), che anche i comunisti ricordano con disgusto, morirono 4 milioni e 300mila persone. Durante la Grande Guerra Patriottica, si è soliti ricordare (giustamente) quei 20 milioni di cittadini sovietici caduti in battaglia o uccisi dagli invasori nazisti. Ma si dimenticano gli oltre 13 milioni di cittadini sovietici, dissidenti, “disertori”, “collaborazionisti”, prigionieri di guerra, ribelli dei Paesi baltici appena occupati, ucraini, caucasici, morti nelle deportazioni o nei Gulag, i campi di concentramento sovietici.

La vittoria contro la Germania non riportò la pace al popolo sovietico. Il periodo che va dal 1945 alla morte del dittatore fu uno dei più duri: oltre 15 milioni di morti, 12 milioni dei quali perirono di stenti, lavoro forzato e torture nei Gulag. E tutto questo è responsabilità di Stalin. Lo stesso uomo al quale si vorrebbero dedicare nuovi monumenti.
E ancora non si capisce quanto la Russia e le repubbliche ex sovietiche siano diventate altro da quel che era l’Urss, quanta coscienza vi sia dei crimini dell’ex regime, quanto le classi dirigenti di oggi siano disposte a conoscere il passato per non ripeterne gli orrori.