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Libia, la nuova mediazione Onu è fallita prima di iniziare

Dopo il contrattacco delle milizie di Misurata a Tripoli, aumentano i dubbi sull'efficacia della mediazione Onu. L'inviato Salameh propone una conferenza "a tutti i partiti". Ma il generale Haftar, sebbene non sia in grado di vincere la guerra, vede il premier al Sarraj come un interlocutore troppo debole sul campo per essere preso sul serio.

Libia, truppe filo-governative in azione nei pressi di Tripoli

Mentre la controffensiva delle milizie di Misurata scatenata domenica scorsa ha permesso alle forze fedeli al Governo di Accordo Nazionale (GNA) di riconquistare buona parte dell’aeroporto di Tripoli chiuso ormai da anni al traffico aereo e da quasi due mesi in mano all’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar, suscita perplessità la proposta negoziale lanciata una settimana or sono dal premier riconosciuto dall’Onu Fayez al-Sarraj.

Il 16 giugno il premier del GNA riconosciuto dalla comunità internazionale, ha proposto una conferenza nazionale da tenersi sotto l'egida dell'Onu per mettere fine alla battaglia per Tripoli iniziata il 4 aprile scorso con l'offensiva finora infruttuosa del generale Khalifa Haftar. Al-Sarraj ha spiegato che la conferenza dovrà tracciare una “road map” per arrivare a elezioni parlamentari e presidenziali entro l'anno. Un "forum libico" aperto a "tutti i partiti e membri libici di ogni area che chiedono una soluzione pacifica e democratica", ha detto. "Partendo dalla mia responsabilità nazionale e nonostante la brutale offensiva che continueremo a respingere, presento una iniziativa politica per uscire dalla crisi, che comprende elezioni sia presidenziali sia legislative prima della fine del 2019", ha adetto al- Sarraj senza citare Haftar che però non è stato invitato al tavolo dei negoziati in quanto aggressore.

Il primo a commentare l'annuncio, approvato dalla missione Onu in Libia (di cui ricalca ampiamente il programma), è stato il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, che in un tweet ha confermato il "convinto sostegno italiano all' azione conciliatrice in Libia dell'Inviato Onu Ghassan Salameh, dichiaratosi anche lui entusiasta dall’iniziativa che invece pare già condannata, non al fallimento, ma bensì all’irrilevanza. Sospendere un conflitto significa trovare intese tra le due parti in campo e non è pensabile che al-Sarraj voglia decidere il futuro della Libia senza tenere conto di un avversario che non solo sta attaccando da quasi tre mesi Tripoli ma che controlla ormai il 90 per cento del territorio nazionale. Nei giorni scorsi Salameh si è recato in Cirenaica, ad Al Rajma nei pressi di Bengasi, dove ha incontrato il generale Haftar che diffida di lui considerandolo troppo allineato con il GNA. Non a caso il 20 giugno il generale ha dichiarato che "le nostre operazioni militari non si fermeranno" fino a che non verrà preso il controllo di Tripoli, ribadendo il suo no a negoziati con Fayez al Sarraj.

Haftar non considera il premier di Tripoli una controparte in grado di rappresentare uno schieramento con cui negoziare. "Non penso che abbia nulla da dire. E' un uomo scosso, le decisioni non sono nelle sue mani". La proposta "non appartiene ad al-Sarraj ma è meramente un’eco dei ripetitivi discorsi di Ghassan Salamé" ha detto in una intervista. Nessuno spazio per una trattativa quindi, mentre anche sul campo di battaglia non vi sono sviluppi decisivi: Haftar non sfonda ma le forze del GNA non sembrano in grado di ricacciarlo lontano da Tripoli. L'ultimo bilancio dell'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) parla di 691 morti dall' inizio dei combattimenti per Tripoli inclusi 41 civili, mentre i feriti sarebbero oltre 4.000 e gli sfollati dai sobborghi di Tripoli circa 94 mila. In questo contesto l’unica possibilità di sbloccare la situazione è riposta nel superamento degli attuali leader, a Tripoli come a Tobruk. Al-Sarraj non è mai stato così poco rappresentativo: non ha una sua milizia, è inviso a gran parte delle forze che sostengono il suo governo e deve la difesa di Tripoli unicamente alle milizie di Misurata, città-stato che ora pretende di avere un maggior peso nel GNA.

Al tempo stesso Haftar, anziano e malato, sta sparando le sue ultime cartucce per conseguire un successo improbabile: non ha la forza per prendere Tripoli né per sbaragliare le milizie di Misurata che la difendono. E l’impasse politica e militare, continua.