• IL CONVEGNO

L'Humanae Vitae spiegata da chi la vuole smantellare

Vicariato di Roma e Camillianum insieme per un convegno sui 50 anni dell'Humanae Vitae. In cui a parlare saranno i personalità cattoliche di indubbia ortodossia tra cui Elio Sgreccia e altre, sempre in ambito culturale cattolico, il cui profilo presenta forti criticità dottrinali. 

Tra il 24 e il 25 maggio si svolgerà a Roma un convegno dal titolo “L’Humanae Vitae 50 anni dopo. Tradizione, discernimento pastorale e riflessione bioetica”, convegno che metterà l’accento soprattutto sulla “genitorialità responsabile” per usare un’espressione presente nella locandina che illustra l’evento. La due giorni è organizzata dall’Istituto Camillianum e dal Centro per la Famiglia del Vicariato di Roma. Queste due realtà hanno chiesto la collaborazione anche del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino. Dunque il convegno è voluto in primis da enti cattolici. A leggere il lungo elenco dei relatori troviamo accanto a personalità cattoliche di indubbia ortodossia – un nome tra tutti: il cardinal Elio Sgreccia – altre, sempre in ambito culturale cattolico, il cui profilo presenta forti criticità dottrinali, altre ancora provenienti da differenti credo religiosi ed infine esponenti di spicco, per limitarci all’ambito bioetico, della cultura laicista o secolare che dir si voglia. Per citare solo alcuni nomi: Demetrio Neri, Maurizio Mori, Eugenio Lecaldano, Piergiorgio Donatelli, Caterina Botti. Potremmo dire la quintessenza del pensiero anticattolico in materia di morale.

Ora, tralasciando per motivi di spazio di argomentare sulla presenza di esponenti di religione non cattolica, viene da domandarsi perché invitare a parlare dell’Humanae vitae studiosi favorevoli alla contraccezione, all’aborto, alla fecondazione artificiale e all’eutanasia. Chi ha organizzato il convegno era ben consapevole che si sarebbe esposto a questa critica e così giustifica la presenza di studiosi antitetici al portato dottrinale della Chiesa cattolica in questo modo: il convegno è “ispirato al criterio del ‘dialogo a tutto campo’ (Veritatis Gaudium, 4) che sia capace di coinvolgere non solo "i cristiani appartenenti alle altre Chiese e comunità ecclesiali" (Ib.) ma anche gli studiosi che a vario titolo ‘aderiscono ad altre convinzioni religiose o umanistiche […] siano essi credenti o non credenti’ (Ib.)”.

Andiamo allora a leggere, in modo un poco più esteso, questo stesso passo tratto dalla Veritatis Gaudium di Papa Francesco: il “dialogo a tutto campo: non come mero atteggiamento tattico, ma come esigenza intrinseca per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità. […] Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, «la verità è ‘logos’ che crea ‘dia-logos’ e quindi comunicazione e comunione». In questa luce, la Sapientia christiana, richiamandosi alla Gaudium et spes, invita a favorire il dialogo con i cristiani appartenenti alle altre Chiese e comunità ecclesiali e con coloro che aderiscono ad altre convinzioni religiose o umanistiche, e insieme a tenersi «in relazione con gli studiosi delle altre discipline, siano essi credenti o non credenti», cercando «di ben intendere e valutare le loro affermazioni, e di giudicarle alla luce della verità rivelata»”. Quindi a leggere la Veritatis Gaudium,  che cita opportunamente altri documenti del Magistero, il dialogo non è fine a se stesso, bensì strumento per portare gli altri alla Verità. Il dialogo non deve trovare un compromesso sulla verità con i lontani, ma deve condurre i lontani vicino alla verità tutta intera. La gradualità potrà predicarsi sulle modalità di approccio, non sul contenuto. Bene camminare insieme con chi la pensa in modo diverso da noi ma nella giusta direzione: «Il cammino verso la piena unità non può farsi se non nella verità» ( Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 44).

L’obiezione a questa puntualizzazione potrebbe essere la seguente: il convegno mira proprio ad instaurare un dialogo affinchè gli esponenti della cultura laica invitati possano mutare d’orientamento. Risposta: in prima battuta occorre evidenziare il fatto che lo strumento del convegno non è adatto a tale finalità. In buona sostanza appare ovvio che gli invitati, ammesso e non concesso che siano aperti a cambiare idea sulle proprie convinzioni, peroreranno con fermezza le proprie tesi  e quindi educheranno o diseducheranno l’uditorio e chi leggerà gli atti del convegno. Ancor più in sintesi, se ci poniamo nella prospettiva cattolica, l’errore non può salire in cattedra. Disponibilissimi a confrontarsi con chiunque e su qualunque argomento in privato, ma non offriamo un megafono a chi esprime posizioni antitetiche alla dottrina cattolica. Diverso il discorso se i relatori – per ipotesi – si attenessero ad una mera fotografia della situazione corrente, come a volte capita a Maurizio Mori che disegna analisi dello stato dell’arte in bioetica non di rado assai condivisibili. Rimarrebbe però l’inciampo che il relatore invitato reca con sé inevitabilmente, al di là del preciso contenuto del suo intervento, tutto il proprio portato culturale e impersona volenti o nolenti un certo orientamento, una certa scuola di pensiero.

Troviamo dunque lo strumento migliore per dialogare e chiamiamo per i momenti di formazione studiosi che sposano la prospettiva cattolica. Perciò a ben vedere il problema non risiede nella parte laica presente al convegno: gli studiosi afferenti a quest’area faranno ovviamente il loro gioco e comprensibilmente. Si comporterebbe parimenti un cattolico se chiamato a parlare ad esempio presso la laicissima Consulta di bioetica, approfittando dell’occasione per essere lievito. Il problema sta invece in chi ha voluto invitare alcuni nomi. Il problema non è extra, ma intra Ecclesiam.

Dicevamo del dialogo che nella prospettiva cristiana è strumento di evangelizzazione a servizio della verità. Lo intendono così gli organizzatori del convegno? Non pare. Nella locandina infatti si legge: “il Convegno intende sottoporre i problemi affrontati dall’Enciclica ad una approfondita disamina interdisciplinare, alla luce dei contributi forniti dalle scienze mediche e sociali, dei più recenti pronunciamenti del magistero ecclesiastico, e della più generale riflessione etica e bioetica, al fine di individuare un’adeguata risposta morale [il più possibile condivisa?] alle sfide che le nuove circostanze storiche presentano sui temi della riproduzione umana. Ha ricordato Giovanni Paolo II che, «come possiamo vedere nella storia della Chiesa, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale, bensì, “restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla Tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato”» (ib.). […] Di qui l’urgenza di un dialogo a tutto campo per la ricerca di posizioni condivise”. Quel “[il più possibile condivisa?]” non l’abbiamo inserito noi. Aggiungiamo che il convegno si chiuderà con la “Presentazione di un Manifesto: ‘Per un dialogo sui problemi riproduttivi alla ricerca di soluzioni condivise’”. Ora, bene trovare punti condivisi ma consoni alla verità morale, male trovare punti condivisi ad ogni costo anche se erronei. I principi non negoziabili di benedettina memoria sono tali proprio perché non soggetti a compromesso. Vero poi che le culture umane possono essere delle più varie, ma non tutte sono accettabili alla luce dell’ “annuncio evangelico” e della “Tradizione ecclesiale” .

Detto tutto questo non nascondiamoci dietro un dito. E’ fatto notorio che l’enciclica Humanae vitae è attualmente sotto attacco in ambito ecclesiale. La meta è ovvia: permettere l’uso di metodiche anticoncezionali all’interno del rapporto di coniugio con tutte le conseguenze dottrinali morali e antropologiche che questo comporterà. E dunque quale sponda migliore per scardinare l’assoluto morale indicato da Paolo VI se non quella di dare la parola a chi  da sempre è stato contro la contraccezione? E così il tema della genitorialità responsabile si potrà declinare secondo prospettive contraccettive (il manifesto a cui abbiamo accennato sopra che parla di “problemi riproduttivi” poi strizza l’occhio anche alla fecondazione extracorporea). Riassumendo, con la scusa del dialogo si tenterà di diffondere pensiero non cattolico ammantandolo di cattolicità.

Curiosamente, ma non troppo, sia sul fronte secolare che su quello cattolico è da tempo nata una riflessione identica che forse rappresenta il vero terreno comune da cui è fiorito il convegno romano: i tempi sono mutati e dunque la Chiesa deve mutare la dottrina altrimenti si attesta su posizioni anacronistiche e non riuscirà più ad incidere nella realtà. Riflessione questa sì vetusta perché almeno risalente alle discussioni in seno al Vaticano II. Dunque se i costumi vanno in una certa direzione anche il Magistero deve adeguarsi. L’Humanae vitae dice altro? Sarebbe di cattivo gusto affermare che sbaglia, allora suggeriamo di interpretare il suo contenuto alla luce dei tempi nuovi e delle nuove sensibilità. Così gli organizzatori del convegno: “l’Istituto Camillianum in collaborazione col Centro per la Famiglia del Vicariato di Roma e il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione collaborano al fine di analizzare il messaggio dell’Enciclica alla luce dell’attuale realtà storica, caratterizzata da pluralismo etico e da una diffusa secolarizzazione oltre che da  conoscenze scientifiche e capacità tecniche straordinariamente innovative e un tempo impensate e quasi impensabili. […] E’ cresciuta la consapevolezza che la Tradizione non è mera ripetizione delle pratiche del passato ma attento discernimento dei segni dei tempi, per la riproposta del deposito della dottrina di sempre” (a margine: questa definizione di Tradizione è errata. La Tradizione, secondo il Catechismo Maggiore il cui contenuto è tuttora valido, “è la parola di Dio non scritta, ma comunicata a viva voce da Gesù Cristo dagli Apostoli, e giunta inalterata, di secolo in secolo per mezzo della Chiesa fino a noi” [889]).

Infine si aggiunge: “Per quanto riguarda invece il Dipartimento di filosofia e scienze dell’educazione la maggiore pacatezza acquisita porta a vedere più chiaramente gli effetti della rivoluzione riproduttiva in corso e le connesse esigenze sociali che affiorano con forza: aspetti che sollecitano nuove soluzioni etiche aperte a una progressione della moralità”. Quest’ultimo giudizio è da attribuirsi, noi crediamo, al Dipartimento di filosofia di Torino (e già il dubbio sull’ attribuzione la dice lunga). Ma dato che piace così tanto il confronto ci permettiamo anche noi una precisazione: la moralità non può patire progressione alcuna in quanto a principi perché la natura umana rimane sempre la medesima. Ci può essere progresso solo nelle condotte – nel senso che ad esempio Tizio progredisce nel cammino della moralità – e nella comprensione di questi stessi immutabili principi.