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L'Eritrea nazionalizza gli ospedali cattolici "sovversivi"

A giugno il governo eritreo ha ordinato la chiusura di tutti i 22 centri sanitari di proprietà della Chiesa, cacciando i malati e mandando l'esercito a presidiarli. Perché la Chiesa cattolica, che è riconosciuta ufficialmente, è nel mirino del regime di Afewerki, anche perché denuncia le violazioni di diritti umani.

Isaias Afwerki

A giugno il governo eritreo ha ordinato la chiusura di tutti i 22 centri sanitari di proprietà della Chiesa cattolica, ha ingiunto agli ammalati di andarsene e ha messo i militari a presidiarli per impedirne l’accesso. In pratica, non solo li ha chiusi, ma li ha confiscati. I vescovi cattolici hanno risposto con una dura lettera indirizzata al ministro della sanità e resa pubblica in cui obiettano che il governo ha tutto il diritto di rifiutare i servizi resi dalla Chiesa, ma non di impadronirsi delle sue strutture. La lettera paragona la disposizione governativa e il modo in cui è stata attuata a quelle del regime marxista che negli anni 80 del secolo scorso, quando l’Eritrea faceva ancora parte dell’Etiopia, usava la forza bruta per impedire l’ingresso a conventi, scuole e ambulatori.

Il governo ha replicato con altrettanta durezza di non aver fatto altro che applicare la legge. Il riferimento è a una norma del 1995 che impone che tutti i servizi sociali, inclusi le scuole e gli ospedali, siano gestiti dallo stato, senza eccezioni e che in particolare limita le attività di sviluppo delle istituzioni religiose, dalla direzione di una scuola allo scavo di un pozzo. Le istituzioni religiose – sostiene il governo eritreo – “non hanno il permesso di svolgere attività di sviluppo a loro discrezione perché questo comporta discriminazioni nei confronti di chi non fa parte delle istituzioni in questione”.

Il rifiuto degli amministratori dei centri cattolici di cederne il controllo ha portato alla loro chiusura e la stessa sorte potrebbe toccare alle 50 scuole cattoliche, dalle elementari alle medie superiori, e agli oltre 100 asili nido gestiti dalla Chiesa cattolica.

Alla denuncia della Chiesa che la chiusura dei centri sanitari lascia senza assistenza sanitaria migliaia di persone, in gran parte mamme e bambini che vivono in aree rurali, il governo risponde vantando un primato nel settore sanitario per gli “enormi investimenti” fatti a beneficio della popolazione e della sua salute. Se è vero, è certo una gran buona notizia perché nel 2014 (ultimo dato disponibile) l’Eritrea spendeva per la sanità solo il 3,3% del Pil (l’Italia nello stesso anno ha destinato alla sanità il 9,2%) e la situazione sanitaria del paese prova la necessità di investimenti consistenti anche se i dati disponibili sono in effetti migliori rispetto a quelli di molti altri stati africani. Tuttavia è davvero insolito che un governo africano decida di fare a meno dei servizi privati, che si tratti di organizzazioni non governative, istituti missionari, enti religiosi, agenzie delle Nazioni Unite o fondazioni. Capita che minaccino di espellere dei cooperanti o che affermino orgogliosamente al mondo che il loro paese non ha bisogno di nessuno. Ma quasi mai passano dalle parole ai fatti.  

A meno che… C’è una frase nella lettera della Chiesa eritrea che può fornire la chiave per capire che cosa è successo. “Prestare servizi sociali alla popolazione – scrivono i vescovi – non può essere inteso come un atto di ‘opposizione al governo’”. È vero, ma altre iniziative sì, soprattutto se il governo in questione è costituito da un regime ritenuto tra i più autoritari al mondo, guidato con estrema fermezza da un uomo, Isaias Afewerki, che, da padre della nazione per aver portato il paese all’indipendenza dall’Etiopia combattendo una guerra durata 30 anni, è diventato un dittatore che non ammette dissidenso.

Lo scorso aprile i vescovi cattolici hanno pubblicato una lettera pastorale nella quale chiedevano “un processo di riconciliazione nazionale che garantisca giustizia sociale” per tutta la popolazione ed esortavano alla realizzazione di riforme politiche denunciando il fatto che il paese non ha una costituzione e non è mai andato al voto da quando nel 1993 è diventato indipendente. Non era la prima volta che la Chiesa cattolica eritrea prendeva la parola in difesa della popolazione. Nel 2014, ad esempio, quattro vescovi avevano scritto una lettera aperta in cui descrivevano l’Eritrea come un paese “desolato” per via delle così tante persone in fuga, in carcere o arruolate a forza nell’esercito.

Benchè i cattolici in Eritrea rappresentino solo il 5% circa della popolazione, la Chiesa cattolica ha una notevole influenza essendo una delle quattro religioni riconosciute dal governo (insieme alla Chiesa ortodossa Eritrea, alla Chiesa evangelica luterana e all’Islam sunnita), mentre tutte le altre sono ritenute strumenti di governi stranieri e quindi bandite. Inoltre i cattolici sono tra gli eritrei più istruiti sia nel paese e che nella diaspora. Chiesa e fedeli hanno il coraggio di denunciare in patria e all’estero le ingiustizie di cui è vittima la popolazione eritrea, osano criticare le violazioni dei diritti umani imputabili al regime, richiamare il governo alle proprie responsabilità, ricordargli le promesse tradite. Il sequestro delle strutture cattoliche sarebbe il ricatto del governo che, per concederne la riapertura, può esigere un atteggiamento meno apertamente critico e l’imposizione di un controllo totale sui servizi forniti.

La diaspora eritrea a Roma l’8 luglio, primo anniversario dell’accordo di pace tra Eritrea ed Etiopia, ha organizzato una manifestazione di protesta. Nei giorni scorsi è stata la fondazione di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che soffre” a farsi portavoce dei fedeli eritrei tentando di portare all’attenzione dei mass media la loro difficile situazione.