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Le Crociate di Al Jazeera. Per rilanciare il jihad

Le Crociate, ma dal punto di vista dei musulmani. Il film documentario è prodotto dalla televisione satellitare Al Jazeera, allo scopo, come dice il regista, di «presentare all’Occidente un punto di vista alternativo». E cioè, quello del risveglio islamico contro «l’ignominia e della perfidia dei crociati».

Le locandina del film Le Crociate che verrà trasmesso da Al Jazeera

Le Crociate, prossimamente al cinema. Questo l’annuncio dato il 31 maggio a Doha alla prima del film documentario prodotto dalla televisione satellitare Al Jazeera, nello specifico da Al Jazeera Documentary Channel. Ahmed Mahfuz, direttore del canale, ha sottolineato che «l’argomento delle Crociate continua a essere conosciuto solo dal punto di vista occidentale» e che «questo documentario offrirà la versione araba». 

Anche il regista Abd al-Rahman Adel ribadisce di avere «riproposto i fatti principali e le cause» delle Crociate per «presentare all’Occidente un punto di vista alternativo». Il prodotto si potrebbe quindi inserire appieno nel motto storico di Al Jazeera “L’opinione e l’opinione dell’altro”, ma tutto questo forse accade nel momento sbagliato ed è quanto meno inopportuno poiché potrebbe riaccendere nell’ampio pubblico cui si rivolge il canale qatariota, notoriamente schierato con la Fratellanza musulmana, antichi e mai sopiti rancori contro l’Occidente crociato. 

D’altronde il produttore Galal Abd al-Samie ha sottolineato che il documentario, cui hanno partecipato 78 attori e centinaia di comparse, narra «la strategia dei re cristiani europei nella guerra contro il mondo islamico, mostra la modalità che ha visto il risveglio islamico dopo lo choc dell’attacco crociato e il movimento popolare guidato dagli ulema di Aleppo e Damasco». Al-Samie elogia anche il Saladino «nella sua capacità di unificare il fronte islamico in Egitto e nel Levante per avviare una nuova fase della lotta che si concluse con la battaglia di Hattin, durante la quale i musulmani liberarono Gerusalemme». 

Infine, nel documentario si illustrano «le modalità usate dai musulmani nei confronti dell’ignominia e della perfidia dei crociati». Il messaggio è riassunto dalle quattro parti in cui è suddivisa la narrazione: choc, unificazione, risveglio e purificazione. Inoltre i produttori hanno annunciato che il documentario verrà tradotto anche in inglese, francese, turco e bosniaco. Basterebbe dare uno sguardo ai commenti sotto l’annuncio della presentazione del documentario su Facebook per comprendere quanto la parola “Crociate” scateni ire, rancori e sentimenti non solo anti-cristiani, ma in generale anti-europei e anti-occidentali, tra gli spettatori di Al Jazeera. Inoltre, è risaputo che nel lessico jihadista i termini Crociate, crociati identificano il nemico da combattere e annientare.

Il 23 febbraio 1998, Osama Bin Laden annunciò ai suoi seguaci la formazione del Fronte islamico mondiale per il jihad contro gli ebrei e i crociati con una fatwa firmata anche da Ayman al-Zawahiri, all’epoca leader del Jihad islamico egiziano e ora successore di Bin Laden alla guida di Al Qaeda; da Taha, capo del Gruppo islamico dell'Egitto; Shaykh Mir Hamzah, segretario della Jamiat-ul-Ulema-e-Pakistan e Fazlul Rahman, capo del Movimento per il jihad del Bangladesh. Qui si leggeva: «La penisola arabica, da quando Allah l'ha fatta pianeggiante, vi ha creato il deserto e l'ha circondata con il mare, non e? mai stata presa d'assalto da forze simili agli eserciti di crociati che ora vi si diffondono come locuste, divorando le sue ricchezze e distruggendo le sue coltivazioni. E questo succede in un tempo in cui le nazioni attaccano i musulmani come persone che litigano per un piatto di cibo».

E ancora, «In secondo luogo, nonostante la grande devastazione inflitta al popolo iracheno dall'alleanza crociato-sionista e nonostante l'enorme numero delle persone uccise, che ha superato il milione, nonostante tutto questo, gli americani stanno tentando ancora una volta di ripetere i loro orribili massacri, come se non si accontentassero del lunghissimo embargo imposto dopo quella guerra feroce, o della frammentazione e della devastazione». Il termine è passato in eredità anche all’Isis nella cui rivista il termine abbonda al quale ha conferito lo stesso significato di Al Qaeda.

Lo scorso marzo Abdel Qader Al-Najdi, in un'intervista al settimanale dell’Isis Al-Naba ha annunciato i preparativi per la «creazione di una nuova coalizione di crociati finalizzata a condurre una guerra contro lo Stato islamico» in Libia, e i suoi «Stati principali sono Francia, la Gran Bretagna e l’Italia sostenuti da fazioni combattenti interne». Nella rivendicazione degli ultimi attentati a Bruxelles si leggeva: «Per la grazia di Allah, una cellula segreta dei soldati del Califfato ha colpito i crociati belgi» .

Ed è per questo motivo che in un momento in cui il termine crociato non solo nel mondo arabo, ma anche nel mondo islamico ha un significato ben preciso in ambito jihadista e suscita sentimenti altrettanto chiari nell’opinione pubblica, l’operazione di Al Jazeera risulta per lo meno fuori luogo. Una risposta al film “Le Crociate” di Ridley Scott? Forse. Sopperire a una mancanza quando sia l’arabista italiano Francesco Gabrieli sia lo storico libanese Amin Maalouf hanno dedicato libri alle Crociate viste dagli arabi? No. Inoltre è quantomeno curioso che uno degli invitati alla prima del documentario sia stato Azzam Tamimi, membro della Fratellanza musulmana residente in Gran Bretagna e direttore del canale televisivo Al Hiwar. 

Non v’è dubbio alcuno che nella visione della storia islamica diffusa in seno alla Fratellanza, visione che vuole il passato rappresentare un modello per il presente e il futuro, il documentario qatariota non può che alimentare e rinvigorire gli spiriti. Basti pensare che Ali al-Sallabi, rappresentante della Fratellanza libica e membro dell’International Union of Muslim Scholars presieduta da Yusuf Qaradawi, ma soprattutto storico di riferimento in quel contesto ha scritto in un volume del 2005 su Saladino: «Quel che lui ha fatto per unire i musulmani e difenderli e poi continuare il suo jihad in modo instancabile per cacciare gli invasori fu sufficiente. Il suo amore per il jihad ne ha controllato il cuore e tutte le capacità mentali al punto tale che non parlava d’altro, pensava solo alle armi per combatterlo, e si occupava solo degli uomini del jihad […]»

É questo il messaggio che vuole trasmettere il documentario prodotto dalla televisione satellitare di un Paese che è parte della coalizione contro il terrorismo? Probabilmente si tratta di un atto di leggerezza, di ingenuità che andrebbe però ripensato tenendo presente l’epoca storica in cui viviamo, epoca in cui il terrorismo di matrice islamica e la radicalizzazione dei giovani musulmani sono una priorità in Occidente e nel mondo islamico, epoca in cui il peso delle parole è più sentito e potrebbe avere conseguenze più gravi. Se è vero che Al Jazeera sta perdendo terreno negli ascolti, potrebbe trattarsi di un’operazione commerciale per riportare a sé il pubblico che seguiva le prediche di Qaradawi.

Ma è altrettanto vero che stiamo entrando nel mese di Ramadan, un mese in cui l’Isis ha promesso attentati proprio in Europa tra i “Crociati”. La speranza, non avendo visto il documentario, è che gli autori abbiano soppesato i messaggi inviati consapevoli della responsabilità che oggi hanno i mezzi di comunicazione, sia occidentali sia arabi.