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L'arresto di Assange, il divulgatore dei segreti

Dopo sette anni di latitanza, ospite dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, è stato arrestato dalla polizia britannica. Con l’arresto di Assange si chiude una vicenda incredibile sotto tutti i punti di vista. Perché ha messo in discussione la sicurezza di Stato, la libertà di espressione e la ricerca della verità.

Julian Assange, poco dopo l'arresto

Dopo sette anni di latitanza, ospite dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, è stato arrestato dalla polizia britannica. La protezione ecuadoregna è saltata all’improvviso, si pensa, per una resa dei conti politici. Assange, infatti, era protetto dal presidente Correa. Ora il presidente è Moreno. E Assange ha commesso l’imprudenza di attaccarlo, pubblicando sue informazioni personali e familiari su WikiLeaks. L’asilo politico che l’Ecuador gli aveva concesso nel 2017 è stato revocato per vizi di forma. E da qui all’arresto non è passato molto tempo. Con l’arresto di Assange si chiude una vicenda incredibile sotto tutti i punti di vista, perché è un test sui limiti della sicurezza di uno Stato, sulla tenuta e il significato stesso del diritto di libertà di espressione e sulla ricerca della verità.

Andando con ordine, il primo problema sollevato da Assange e dalla sua Wikileaks, riguarda i limiti della sicurezza di uno Stato e del suo esercito. Le informazioni militari sono considerate il maggior segreto di Stato, assieme alle informazioni diplomatiche riservate. Assange, fra il 2010 e il 2011 è riuscito a “bucare” le une e le altre, in un modo relativamente semplice. Un solo uomo, un analista dell’intelligence statunitense, Bradley Manning, ha scaricato 400mila documenti segreti che riguardavano la conduzione delle operazioni in Iraq e altri 91mila sull’Afghanistan. A questi si aggiunsero anche oltre 250mila cablo diplomatici e poi informazioni sul campo di prigionia di Guantanamo. Manning ha masterizzato il tutto su un Cd, mascherato da album di Lady Gaga, e li ha passati ad Assange. Sino al 2018 Assange era considerato come un diffusore di segreti. Però, secondo il capo di accusa dell’anno scorso, per cui ora verrà probabilmente processato (in caso di estradizione dal Regno Unito), avrebbe anche contribuito al gigantesco furto di dati militari e istigato Bradley a cercarne ancora. Non si tratta dunque di un processo alla divulgazione di dati sensibili, militari, coperti da segreto di Stato, ma di un processo a una spia. E’ ben diverso. Manning nel frattempo è stato condannato a 35 anni di carcere, ha cambiato sesso (ora si chiama Chelsea) e nel 2017 la sua pena è stata commutata da Barack Obama, nei suoi ultimi tre giorni da presidente. Nel 2019 è tornato in carcere, ma perché si è rifiutato di presentarsi come testimone.

Difficile pensare che Assange possa avere un trattamento così favorevole quanto quello riservato a Bradley/Chelsea Manning, se non altro perché il presidente è Trump, non più Obama. E Trump, nel 2017, a sei giorni dal suo insediamento, puntava il dito contro Manning, definendolo traditore, contestando indirettamente l’ultimo atto di clemenza del suo predecessore. La vicenda di Assange, comunque, non è solo di spionaggio, ma riguarda direttamente la libertà di espressione. Prima del 2018 era ricercato per divulgazione di segreti. Il Procuratore generale dei tempi di Obama, Eric Holder, ritenne che WikiLeaks non fosse semplice libertà di espressione, ma qualcosa di differente e dunque di perseguibile penalmente. Negli Usa la libertà di espressione è tenuta in gran conto, molto più che in qualsiasi paese europeo: è protetta dal Primo Emendamento, assieme alla libertà di religione ed è l’architrave dei diritti di libertà negli Usa sin dal XVIII Secolo. Considerare ricercato un giornalista indipendente che pubblica segreti di Stato non è una cosa da prendere a cuor leggero. Il presidente Woodrow Wilson, entrando nella Grande Guerra, stabilì fra i suoi 14 principi cardine (i 14 Punti) anche la fine della diplomazia segreta: era il punto 1. La Cia stessa è creatura recentissima e tuttora controversa: prima della Seconda Guerra Mondiale non esisteva un organo di Stato che svolgesse il compito di un servizio segreto permanente. Il Freedom of Information Act rende disponibili, in America più che altrove, i segreti della politica, su richiesta di un qualunque cittadino. Assange non ha fatto altro che portare questi principi alle loro estreme conseguenze. Ha così messo a nudo sia la diplomazia che l’esercito. Però ha anche messo in pericolo la vita di coloro (basti pensare agli informatori in Afghanistan) che sono stati esposti dai documenti pubblicati. Il dibattito se Assange sia stato un vero americano delle origini (contro le storture moderne dello statalismo) o semplicemente una spia che ha tradito il suo paese, è destinato a incendiarsi nel corso del processo.

Il terzo aspetto della vicenda di Assange riguarda la ricerca della verità. Mezzo milione di documenti sulle guerre in Afghanistan e Iraq, pubblicati dopo una selezione frettolosa (senza i tempi che occorrerebbero, per esempio, a uno storico) su tutti i maggiori quotidiani, sono certamente un pezzo di verità. Ma proprio perché sono una selezione frettolosa di documenti che, a loro volta, coprono solo una parte delle vicende trattate, risultano faziosi. Reali, ma faziosi. Emerge ciò che si vuole far emergere. Dunque si punta il riflettore sulla guerra “sporca” dell’amministrazione Bush e Obama ne esce immacolato. Con la pubblicazione di documenti diplomatici, poi, si è lanciato (inconsapevolmente?) un messaggio trasversale soprattutto all’Iran: attenti perché se non ci siamo noi a trattenerli, gli israeliani vi avrebbero già attaccato. Informazione utile per spingere un accordo sul nucleare, di lì a due anni. Obama ha avuto tutto da guadagnare e nulla da perdere dalla pubblicazione dei documenti trapelati attraverso la coppia Manning-Assange. Si può dire che li abbia usati? Se così fosse, sarebbe veramente ironico. Perché la ruota gira e nel 2016 altri documenti pubblicati da WikiLeaks durante la campagna elettorale hanno contribuito non poco a rovinare la reputazione e la credibilità di Hillary Clinton. Improvvisamente, Assange, da eroe della libertà celebrato dalla stampa di sinistra, è diventato semplicemente “spia”. A furia di scontentare i suoi ex protettori, Assange ha perso ogni copertura. Sarà interessante, ora, vedere come sarà trattato, dai giudici, dalla stampa e dall’opinione pubblica, durante il prossimo processo.