• IL DOCU-FILM

L'America, come la sinistra non ve l'ha mai fatta vedere

L’America non è soltanto una grande nazione, ma qualcosa di più: è un’idea. La frase si trova in un documentario creato da un indiano immigrato: Dinesh D’Souza. Negli Usa ha trovato dignità, affermazione e benessere. Ma gli Obama e le Hillary gli stanno distruggendo il “sogno americano”. E lui reagisce così.

La locandina del docu-film America: imagine the world without her

Il tentativo di escludere la Russia di Putin dalle Olimpiadi fa parte dell’attuale tormentone americano: infatti, nulla si dice sugli atleti cinesi, per il semplice fatto che la Cina detiene quasi l’intero debito americano. I meno fessi lo hanno capito, ma zitti e mosca per non pagar dazio. La nostra unica fortuna è che anche negli Usa c’è gente che non condivide l’attuale deriva americana, che non è solo di politica internazionale. 

Come dice il cantante degli U2, Bono, l’America non è soltanto una grande nazione. Di grandi nazioni ce ne sono diverse, ma l’America è qualcosa di più: è un’idea. E noi, provincia dell’impero, nutriamo speranza che dentro al cuore dell’America ci sia gente che a quest’idea crede davvero, perché nulla possiamo fare oltre che sperare che dall’interno del problema venga la soluzione. La frase citata di Bono si trova in un singolare documentario creato da uno di quelli che l’America l’hanno fatta, un indiano immigrato (come quasi tutti gli americani) che risponde al nome di Dinesh D’Souza. É uno di quelli che si sono lasciati alle spalle la miseria e una mentalità antidiluviana. Negli Usa ha trovato dignità, affermazione e benessere. Ma gli Obama e le Hillary gli stanno distruggendo il “sogno americano” e, da buon americano, reagisce, armato solo dei  suoi diritti e della Dichiarazione d’Indipendenza. 

Il documentario, da lui prodotto e diretto, si intitola America: imagine the world without her, e ho potuto vederlo solo in internet sottotitolato. Non credo avrà distribuzione in Italia. Demolisce uno per uno tutti i luoghi comuni della sinistra tramite l’efficace sistema della docu-fiction. Infatti, credo sia l’unico film in cui si può vedere un attore in costume che fa la parte di Alexis de Tocqueville. Vi si apprende di William Ellison, ex schiavo nero divenuto a sua volta proprietario di schiavi neri, e dei più spietati, visto che praticava anche l’allevamento, cosa che ripugnava agli schiavisti bianchi. Vi si apprende che in Lousiana e nel South Carolina il numero dei proprietari, neri, di schiavi eguagliava quello dei bianchi. Vi si apprende che l’esecrato sistema americano permise a una donna di diventare ricchissima: era una nera ex schiava e fu la prima donna americana a diventare miliardaria. Vi troviamo un’intervista a Star Parker, nera, che viveva di sussidi statali finché alcuni credenti (cristiani) non la fecero vergognare del suo parassitismo: ripresi gli studi, ora è una giornalista affermata. 

É l’America di Rambo, di John Wayne e di Reagan che si ribella all’obamismo che vuole imporre il socialismo di Stato a un Paese nato libero e fondato sulle antiche libertà medievali. Un Paese in cui i “sinistri” blaterano di diritti, minoranze oppresse e ingiustizie, ma nei fatti sono i “conservatori”, specialmente quelli religiosi (leggi: cristiani), a occuparsi dei poveri e degli emarginati. I giacobini, là come qui, sono buoni solo a incitate alla rivolta dei poveri contro i ricchi, al solo scopo di instaurare un totalitarismo in cui saranno egemoni e potranno plagiare il popolo a loro piacimento. Il documentario mostra un’America in cui puoi fare un documentario contro il governo in carica e trovare pure i soldi per farlo. Provateci in Italia. Un documentario in cui si vede una giovane Hillary Clinton, oggi candidata unica alla successione di Obama, militare nel partito ultraconservatore di Barry Goldwater, ma poi sedotta dalle idee del famigerato Alinsky, padre delle teorie radicali statunitensi. 

Certo, la docu-fiction ha i limiti del conservatorismo americano, portato polemicamente a vedere sole le luci e non le ombre della storia Usa. Ma poter vedere le cose da un altro punto di vista è l’essenza della democrazia, e certi fatti parlano da soli. Il film ammette che gli Usa hanno strappato al Messico metà del territorio, ma mostra che nessun americano scapperebbe in Messico, mentre è vero l’esatto contrario. Ammette che gli indiani sono stati vittime di una politica espansionistica, ma quando le Corti federali li hanno risarciti non sono tornati alle loro vita tribale, bensì hanno aperto mega-casinò con cui campano alla grande di gioco d’azzardo. Eccetera. Insomma, c’è un’America “sana” che ancora crede che essere andati a morire perché il Vietnam non diventasse comunista valeva la pena. È questa l’America su cui dovremo contare perché i giacobini non trionfino. Perché, se trionfano là, la nostra fine è assicurata.