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La tenaglia islamista su Aleppo

La conferma della liberazione dei vescovi Gregorios Yohanna Ibrahim e Boutros Yazigi, guide delle comunità siro-ortodossa e greco-ortodossa di Aleppo, è arrivata al termine di una giornata convulsa. Ma in Siria i rapimenti e gli omicidi continuano.

Siria

«Li hanno liberati». «Ma chi lo dice? Ci sono conferme ufficiali?». «L'hanno detto a Damasco», «Ma da Aleppo non si sa ancora nulla?». Il botta e risposta sui vescovi Gregorios Yohanna Ibrahim e Boutros Yazigi, rispettivamente guide delle comunità siro-ortodossa e greco-ortodossa di Aleppo, è andato avanti per ore ieri pomeriggio fino alla conferma della loro liberazione, arrivata quando ormai era sera.

Al di là della tensione è stato un promemoria efficace di ciò che è oggi la situazione sul campo in quest'angolo della Siria, dove la vita quotidiana è prostrata dalla guerra al punto che diventa molto difficile anche far circolare le notizie. Per fortuna, dunque, nel giro di poche ore sono tornati liberi il greco-ortodosso Boutros Yazigi - fratello del nuovo patriarca ortodosso di Damasco Yohanna X - e il siro-ortodosso Gregorios Ibrahim, dopo essere stati rapiti lunedì pomeriggio mentre rientravano ad Aleppo da una missione sul confine con la Turchia.

I racconti arrivati dalla Siria dicono che in favore della loro liberazione si sono mossi personalmente i vertici della chiesa russa ortodossa, il ministro degli esteri greco e l'inviato speciale Onu per la Siria Lakhdar Brahimi. Occorre però cercare di capire un po' più a fondo che cosa è successo in queste ore per cogliere fino in fondo le proporzioni del dramma che anche dopo questa buona notizia continua purtroppo a consumarsi ad Aleppo.
La domanda infatti è: che cosa ci facevano due vescovi in quella terra ad altissimo rischio oggi per dei cristiani che è la zona tra Aleppo e il confine con la Turchia?

Si è parlato di «missione umanitaria», ma da alcune testimonianze raccolte sembra che si trattasse di una missione ben precisa: il vescovo Boutros Yazigi si sarebbe recato al confine con la Turchia per un incontro legato a un altro rapimento, quello dei due sacerdoti siriani padre Michel Kayal (armeno cattolico) e padre Maher Mahfouz (greco ortodosso) nelle mani di milizie islamiche da ormai quasi tre mesi.
Il siro-ortodosso Gregorios Ibrahim insieme al suo autista l'avrebbero accompagnato in questo viaggio molto pericoloso. Ed è durante il ritorno verso Aleppo che la loro auto sarebbe stata poi fermata, l'autista (anche lui un diacono) ucciso e i due presuli presi prigionieri. Proprio per questo ieri in molti avevamo pensato che i due vescovi fossero caduti vittima di un'imboscata tesa dalle stesse milizie islamiche che tengono prigionieri i due sacerdoti.

La dinamica molto rapida del rilascio, invece, fa supporre che le cose non siano andate così. Però la vicenda ha mostrato come non sia affatto vero che in Siria il mondo non può fare nulla: quando si muove chi conta anche nella terra di nessuno dove dettano legge le bande di Jabat al Nusra - le milizie islamiste diventate l'incubo dei cristiani di Aleppo - le situazioni si sbloccano. E questo non fa altro che acuire le responsabilità della comunità internazionale sul dramma quotidiano che invece da oggi ricomincia ad andare avanti in Siria.

Giustamente ieri sera una realtà come l'Oeuvre d'Orient, organismo francese con legami storici molto forti con i cristiani di Damasco, osservava: «Gioiamo per la rapida liberazione dei due vescovi, ma la nostra associazione condanna l’assassinio dell’autista del vescovo siro-ortodosso e fa appello alle autorità internazionali affinché si mettano ugualmente al lavoro anche per il rilascio dei due sacerdoti rapiti, che si trovano in ostaggio ormai da quasi tre mesi». Sono questi, infatti, i drammi più dolorosi di cui non parla nessuno. E dietro ai quali ci sono ugualmente dei responsabili ben precisi.

Ieri un amico di padre Michel Kayal - uno dei due preti tuttora rapiti - ci segnalava che il sacerdote ha un profilo Facebook su cui tanti cristiani arabi continuano a postare preghiere e messaggi di solidarietà. «Ieri - ci ha raccontato padre Elias Marswanian, un frate libanese che a Roma studia alla Pontifica Facoltà Teologica San Bonaventura - a un certo punto ho visto che il suo cellulare era attivo e gli ho mandato un messaggio. Subito è apparsa sul suo profilo un'invettiva contro Assad che, conoscendolo, non credo proprio sia stato lui a scrivere. E poi più tardi ha scritto ancora: vi consiglio la religione musulmana». Una firma abbastanza chiara lasciata da chi ha in mano padre Kayal e padre Mahfouz.

In quella terra di nessuno in cui le milizie islamiste di Jabat al Nusra, accanto a quella contro il presidente siriano, stanno portando avanti una battaglia con un obiettivo tutto loro: trasformare Aleppo - città per secoli laboratorio di convivenza tra religioni ed etnie diverse - in una nuova roccaforte islamista.